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Grecia raus

Inserito da danybus | febbraio 19, 2015

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Da quando la sinistra di Tsipras è salita al governo, la Grecia e l’ipotesi di una sua uscita dall’euro (definita sinteticamente con il termine Grexit, una delle più brutte crasi della storia) sono tornate agli onori e agli orrori della cronaca.

La Grecia è stata già salvata due volte. La prima nel 2010, quando il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea le prestarono 110 miliardi per farla andare avanti fino al 2013. La seconda nel 2012, con un piano da 130 miliardi che comportò una perdita secca del 52% per i detentore privati di bond (sono stati esclusi quelli detenuti dalla BCE), il consolidamento dei precedenti prestiti e ulteriori aiuti di circa €30 miliardi per la ricapitalizzazione del sistema bancario greco. Complessivamente la Grecia ha quindi ricevuto aiuti per 230 miliardi.
Per effetto di queste ristrutturazioni, oggi il debito greco, pari a circa il 175% del PIL, paga interessi pari al 2,6% del PIL, mentre l’Italia, con un debito pari al 136% del PIL, paga interessi pari al 4,5% del PIL. Non solo, il debito Greco ha una scadenza media di 16 anni (più comodo da pagare e rifinanziare, la più lunga d’Europa), contro i 7 anni dell’Italia.

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Se la Grecia ha già ricevuto aiuto per 230 miliardi (praticamente la maggior parte del suo debito pubblico è detenuto da istituzioni pubbliche europee o banche greche), se paga pochi interessi e le scadenze sono così comode, dov’è il problema? Il problema è che quegli aiuti sono stati concessi a determinate condizioni: il mantenimento di un surplus di bilancio mostruosamente alto (il 5%), il completamento di alcune riforme strutturali e la permanenza della cosiddetta Troika in Grecia (il terzetto formato da BCE, Unione Europea e Fondo Monetario) come “badante” per l’implementazione di tutto ciò.

Salendo al governo, Tsipras e il suo scamiciato ministro dell’Economia Varoufakis hanno promesso al popolo greco che avrebbe rispedito a casa la Troika e che avrebbe incrementato la spesa pubblica mantenendo un avanzo di budget dell’1,5% (anziché il 5% promesso ai creditori). A questo punto IMF ed Europa hanno bloccato l’esborso delle tranche di aiuti previsti nel secondo bailout e la BCE ha chiuso i rubinetti della liquidità alle banche greche, non accettando più di portare a sconto i titoli di stato greco, pur lasciando aperta la liquidità dell’ELA (Emergency Liquidity Assistance) fornita dalle Banca Centrale Greca al sistema bancario greco. Senza una svolta in questo stallo, a fine febbraio la Grecia non potrà più pagare stipendi e pensioni e al sistema bancario greco probabilmente sarà negato anche l’accesso all’ELA. Verranno imposti limiti al trasferimento di capitali all’estero e nel giro di qualche giorno la Grecia uscirà dall’Euro.

Fino ad oggi i negoziati hanno preso le pieghe di una partita di poker in cui i Tsipras e Varoufakis erano convinti di poter ottenere quello che volevano, perché nessuno avrebbe sopportato l’idea di una Grecia fuori dall’Euro. Temendo questo andazzo, qualche mese fa fonti del governo tedesco hanno fatto circolare la voce che la Germania non vedeva più un pericolo contagio elevato nell’uscita della Grecia dall’Euro. I mercati finora hanno dato ragione alla Germania, spuntando le armi di Tsipras & co. Più i greci si facevano minacciosi, più i listini europei continuavano a salire sotto la spinta propulsiva del quantitative easing annunciato un mese fa. E infatti oggi i Greci, abbassando di molto i toni, hanno chiesto ufficialmente l’estensione del programma di aiuti per altri sei mesi promettendo di fare il possibile per non compromettere gli impegni già presi. Se all’indomani dell’elezioni se ne erano usciti con frasi shock del tipo “La Troika è morta”, “non chiediamo un’estensione del bailout, perché il bailout non c’è più”, oggi Varoufakis ha firmato una lettera sommessa indirizzata all’Eurogruppo in cui chiede un’estensione di sei mesi dell’attuale programma nell’ambito di una rinegoziazione dei termini che permette un rispetto più sostenibile delle sue condizioni.

La frase chiave della lettera inviata da Varoufakis all’Eurogruppo è:

The Greek authorities honour Greece’s financial obligations to all its creditors as well as state our intention to cooperate with our partners in order to avert technical impediments in the context of the Master Facility Agreement which we recgnize as binding vis-a-vis its financial and procedural content.

Insomma, la Grecia riconosce il programma d’aiuti come “vincolante” anziché voler mandare tutto all’aria e non pagare. Un bel passo avanti. Eppure la Germania ha subito gelato la proposta dicendo che serve un impegno concreto a rispettare gli impegni attuali. Come darle torto…

A questo punto si direbbe che l’Europa sia davvero intenzionata a far uscire la Grecia dall’Euro. Una Grecia che chiede solo di spendere un pochino di più chiudenddo con un avanzo dell’1,5% anziché del 5%. Come mai tanta intransigenza nei confronti di un paese che, in fondo, non pesa poi tanto sul PIL complessivo dell’Europa (l’un percento!)?
Il problema è l’emulazione di paesi che hanno un peso ben più grande in Europa.
Vi ricordate quando l’Italia chiese di spingersi ad avere un deficit del 3% anziché del 2,7%? L’Europa ci impose tutta una serie di clausole di salvagurdia che, in caso di sforamento, ci porteranno a un aumento delle aliquote IVA fino al 25% e a un aumento delle accise sui carburanti. Immaginate come si sentirebbe un paese come l’Italia, che deve combattere per ottenere di poter spendere uno zerovirgola in più pur non avendo chiesto nessun aiuto esterno, vedendo un paese come la Grecia che ha ricevuto due aiuti per 230 miliardi a cui si permette di sforare gli obiettivi originari passando dal 5% all’1,5% di avanzo sul PIL. Idem dicasi per la Spagna.

Non c’è economista che ritenga raggiungibili e deleteri gli obiettivi imposti alla Grecia, probabilmente lo sanno anche in Germania. Purtroppo, però, i greci hanno creato così tanto clamore intorno a questa ristrutturazione, da rendere la questione del moral hazard e dell’esempio che si dà agli altri paesi più rilevante delle cifre realmente in gioco e del buon senso. Questo è quello che succede quando la politica prende il sopravvento sulla politica economica. Purtroppo l’Europa farà della Grecia un esempio. Un esempio non solo per imporre il rispetto dei patti, ma anche per favorire una negoziazione meno urlata e politica. Uno potrà pure guadagnarsi il consenso interno sfidando a muso duro l’Europa, ma poi il risultato è l’intransigenza e l’azzeramento di ogni spazio negoziale. Con buona pace di Salvini e Grillo.

Sarà una tragedia? Dicono di no. Dicono che la Grecia pesi poco sull’Europa e che ormai ci siano tutta una serie di meccanismi che limitano il rischio contagio. I mercati sembrano crederci per ora.
Anche quando Lehman Brothers stava per fallire si ritenne che in fondo la banca americana non era così grande rispetto all’intero sistema bancario e che bisognava dare un esempio a tutte le altre banche… Ricordate poi cosa è successo?

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L’Europa di Göttingen

Inserito da danybus | febbraio 3, 2015

BARBARA-MONIQUE-ANDREE-SERF.jpgSono ormai sei anni anni che assistiamo con apprensione allo sfaldamento della costruzione europeista. Decenni di integrazione europea, decenni di pace, decenni di crescita economica sono stati messi in discussione da qualche punto percentuale di spread. Improvvisamente, un progetto di politica internazionale ambizioso che doveva fondarsi sulla convivenza pacifica tra popoli in quella che è considerata la culla del mondo occidentale, si è trasformato in un banale esercizio di contabilità che fa riempire la bocca parlando di politica fiscale e politica monetaria.

I deficit strutturali ci sono sempre stati. Spagna, Portogallo e Grecia hanno prosperato per un decennio con i flussi di paesi in avanzo come la Germania. Ed è del tutto normale che a degli avanzi corrispondano dei disavanzi. Per dieci anni Non c’è stato alcuno spread tra paesi, perché l’insolvenza di un paese, per quanto fosse alto il suo stock di debito, non era ipotizzabile nel momento in cui i flussi finanziari continuavano a scorrere in Europa. Poi è arrivata la crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers, i flussi si sono bloccati per qualche mese e i paesi in deficit hanno rischiato di rimanere a secco. Anziché risolvere il problema rapidamente, ci si è focalizzati su aspetti che hanno inoculato in Europa il virus nel nazionalismo finanziario.

Il vero problema non sono stati i deficit finanziari, ma un deficit di leadership. Italia e Francia sono stati guidati da governi imbarazzanti e imbarazzati da una serie di scandali interni che hanno lasciato alla Germania un’egemonia spropositata. E’ così che l’Europa è diventata un ammasso di percentuali e spread.
I teorici del moral hazard e dell’austerità che non vogliono concedere alla Grecia uno sconto sul debito che vale l’1% del PIL dell’intera Eurozona (un-percento!) sono dei miopi incoscienti. E Tsipras che, come il peggiore dei bancarottieri, ricatta l’Europa anziché invocarne la solidarietà, si rivela un opportunista più che uno statista da osannare.

Il weekend scorso sono stato a Parigi spendendo meno che per andare a Milano. Non ho varcato alcuna frontiera e ho pagato la metropolitana di Parigi con le stesse monete con cui il giorno prima ho pagato un biglietto dell’Atac (ricevendo un servizio molto differente, ma questo è un altro discorso). Ho incontrato amici italiani che lavorano lì da anni sentendosi a casa vicino alla Senna e sentendo nondimeno la nostalgia per Trastevere. Mentre visitavo il Centre Pompidou, (progettato da un in italiano) e passeggiavo per le strade sorvegliate da militari in stato d’allerta, mi sono sentito a casa anche io, mi sono sentito protetto da un esercito straniero e non ero invidioso della grandeur francese, ma ne ero in qualche modo fiero sentendola mia. Mi sono emozionato vedendo come era conciata Place de la Republique a due settimane dalla manifestazione per Charlie Hebdo e mi sono rattristato apprendendo in quel giorno che Charlie Hebdo gettava la spugna sospendendo le pubblicazioni.

C’è una canzone di Barbara – cantautrice francese – che è stata inserita nei programmi delle scuole elementari francesi. Si chiama Göttingen ed è stata scritta da Barbara subito dopo un concerto tenuto dalla cantante francese su invito dell’università di Göttingen. Ebrea francese fuggita ripetutamente durante l’infanzia dalle persecuzioni della Repubblica di Vichy, nel 1964 Barbara era andata a Göttingen malvolentieri e con forti pregiudizi negativi sull’opportunità di tenere un concerto in Germania. Dopo quel concerto, sentendo il calore del pubblico prolungò il soggiorno a Göttingen e compose una canzone che, oltre ad essere un inno alla convivenza pacifica, è uno dei migliori inni all’Europa Unita catturando lo spirito dei fondatori. Se ci fosse anche una sola nota di questo brano nelle parole di Merkel, di Tsipras e Renzi, oggi forse non sapremmo neanche cosa sia lo spread.

Bien sûr, ce n´est pas la Seine,
Ce n´est pas le bois de Vincennes,
Mais c´est bien joli tout de même,
A Göttingen, à Göttingen.

Pas de quais et pas de rengaines
Qui se lamentent et qui se traînent,
Mais l´amour y fleurit quand même,
A Göttingen, à Göttingen.I
ls savent mieux que nous, je pense,
L´histoire de nos rois de France,
Herman, Peter, Helga et Hans,
A Göttingen.

Et que personne ne s´offense,
Mais les contes de notre enfance,
“Il était une fois” commence
A Göttingen.

Bien sûr nous, nous avons la Seine
Et puis notre bois de Vincennes,
Mais Dieu que les roses sont belles
A Göttingen, à Göttingen.

Nous, nous avons nos matins blêmes
Et l´âme grise de Verlaine,
Eux c´est la mélancolie même,
A Göttingen, à Göttingen.

Quand ils ne savent rien nous dire,
Ils restent là à nous sourire
Mais nous les comprenons quand même,
Les enfants blonds de Göttingen.
Et tant pis pour ceux qui s´étonnent
Et que les autres me pardonnent,
Mais les enfants ce sont les mêmes,
A Paris ou à Göttingen.

O faites que jamais ne revienne
Le temps du sang et de la haine
Car il y a des gens que j´aime,
A Göttingen, à Göttingen.

Et lorsque sonnerait l´alarme,
S´il fallait reprendre les armes,
Mon cœur verserait une larme
Pour Göttingen, pour Göttingen.

Ma certo, non è la Senna,
non è il Bois de Vincennes,
però è bello lo stesso
A Göttingen, a Göttingen.

Niente “quais”, niente canzonette lagnose
una dietro all’altra
ma l’amore fiorisce lo stesso
A Göttingen, a Göttingen.

La san meglio di noi, penso,
la storia dei nostri re di Francia
Hermann, Peter, Helga e Hans
A Göttingen.

Che nessuno s’offenda,
ma i racconti della nostra infanzia,
il “c’era una volta” comincia
A Göttingen.

Ma certo, noi abbiamo la Senna
e il nostro Bois de Vincennes,
ma, Dio, come son belle le rose
A Göttingen, a Göttingen.

Noi abbiamo i nostri mattini lividi
e l’anima grigia di Verlaine,
loro, son la malinconia stessa
A Göttingen, a Göttingen.

Quando non sanno dirci niente
rimangono lì a sorriderci
ma noi li capiamo lo stesso
i bambini biondi di Göttingen.

Tanto peggio per chi si stupisce
ed agli altri chiedo scusa,
ma i bambini sono gli stessi
a Parigi o a Göttingen.

E fate che mai ritorni
il tempo del sangue e dell’odio
perché ci son persone che amo
A Göttingen, a Göttingen.

E se suonasse l’allarme,
se occorresse riprender le armi
il mio cuore verserebbe una lacrima
per Göttingen, per Göttingen.

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Il post bazooka

Inserito da danybus | gennaio 23, 2015

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Ecco delle riflessioni a caldo sul QE della BCE svelato ieri da Draghi (se vi siete persi le elucubrazioni in attesa che fosse svelato e non sapete di cosa si parli, leggetevi l’ultimo bazooka

Draghi è arrivato con cinque minuti di ritardo, mentre contemporaneamente la Merkel dal World Economic Forum di Davos stava commentando le scelte che Draghi avrebbe preso poco dopo.

Appena arriva di scusa per il ritardo e dice che è stata colpa dell’ascensore!

La cravatta è quella delle occasioni buone. Quella utilizzata nel famoso discorso “Whatever it takes” in cui sostanzialmente ha salvato l’euro dal baratro.

Le dimensioni. 60 miliardi al mese. Il mercato aveva ipotizzato 50 miliardi al mese. Io avevo detto che Draghi avrebbe dovuto sorprendere il mercato con un cifra più alta come 80 miliardi al mese. Alla fine ha sorpreso il mercato, anche se in maniera più modesta. E’ una misura più o meno in linea con il QE attuato negli Stati Uniti

Quanto tempo? Draghi è stato furbo. Ha dato un limite temporale al programma di acquisto fino a settembre 2016, ma allo stesso tempo ha detto che continuerà ad acquistare bond finché l’inflazione non ritorna a livelli vicino al 2%. Era quello che avevo auspicato ed è una vittoria nei confronti di chi voleva mettere un freno al programma di acquisti.. Il programma, se eseguito fino a settembre, avrà una dimensione di circa 1,1 trilioni di euro, ma in sostanza, verrà eseguito as long as it takes, finché necessario, con acquisti sostanzialmente infiniti.

Quali Bond verranno acquistati dalla BCE? Il criterio di ripartizione degli acquisti, come previsto, sarà quello delle quote di capitale possedute dalla banche centrali nazionali nella BCE. L’Italia ha il 17% circa. Il che vuol dire che tra qui e settembre la BCE acquisterà circa 200 miliardi di BTP (un po’ meno della metà delle esigenze di rifinanziamento del nostro debito pubblico). Sulle scadenza Draghi si è mantenuto vago: ha detto che acquisterà bond che scadono tra i 2 e i 30 anni. Presumibilmente penso che si manterrà sulle scadenze lunghe per evitare di acquistare bond con rendimenti negativi (anche se in realtà non ha escluso questo tipo di acquisti).

Chi si accolla eventuali perdite sui titoli di stato? Si vociferava un meccanismo in cui le perdite sarebbero rimaste in capo alle singole banche centrali nazionali senza essere condivise a livello di BCE e infatti è stato introdotto un meccanismo di questo tipo, anche se in maniera mitigata. Le banche centrali nazionali sopporteranno “Hypothetical losses” (così le ha definite Draghi) in misura dell’80% in caso di default dei bond emessi dal proprio paese. Quindi se l’Italia dovesse fare default, dei 200 miliardi di btp acquistati dalla BCE tramite la Banca d’Italia, la Banca d’Italia subirebbe perdite sull’80% dell’importo. E’ una concessione che è stata fatta a chi non voleva una piena condivisione del rischio di tale programma. La condivisione del rischio sarà solo al 20%, per il resto sono cavoli di ciascun paese. Draghi ci ha tenuto a dire che il meccanismo di condivisione delle perdite con le banche nazionali è del tutto irrilevante ai fini del funzionamento del programma (è quello che avevo spiegato anche nel post precedente). Tuttavia, è comunque un segno di debolezza della BCE che ha dovuto mostrarsi accondiscendente nei confronti dei suoi azionisti più tedeschi.

I giornalisti in conferenza stampa hanno molto insistito su questo punto e si vedeva che Draghi era molto infastidito nel parlarne.

Ci ha tenuto a sottolineare che il programma di acquisti QE annunciato ha una funzione puramente monetaria: serve a immettere liquidità nel sistema, non a salvare gli stati dal default. Per quello – ha ricordato Draghi – resta attivo l’OMT (Outright monetary transaction) che consente alla BCE di acquistare bond di un paese in difficoltà in quantità illimitate se quel paese si sottopone a un programma di sorveglianza speciale. E in quel caso, la condivisione del rischio a livello della BCE è totale. In altre parole Draghi ha detto – senza dirlo – che è impossibile che un paese faccia default, dal momento che ci sarà sempre la rete della BCE. E’ stata, a mio avviso, la parte più importante della conferenza stampa e dell’annuncio. Il sistema di condivisione del rischio con le banche nazionali è un contentino che nella pratica non avrà alcun effetto tangibile.

Funzionerà? L’Euro questa mattina è arrivato a deprezzarsi fino al 1,12 sul dollaro (sei mesi fa era a 1,35). Questo sicuramente darà respiro alle esportazioni, peraltro in un momento in cui non saremo penalizzati sulle importazioni di petrolio, il cui prezzo è sceso per conto suo indipendentemente dal cambio.
La BCE ha mostrato i muscoli dichiarando finalmente guerra alla deflazione con strumenti più concreti (lo strumento del tasso di interesse era ormai spuntato dalla trappola di liquidità). I governi godranno di tassi di finanziamento bassissimi (non è impossibile che il decennale italiano arrivi a pagare solo l’1%) e le imprese godranno afflussi di liquidità abbondanti. Manca solo uno stimolo fiscale per rilanciare i consumi interni e delle riforme interne in alcuni paesi per rendere più flessibile e qualificato il mercato del lavoro.

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L’ultimo bazooka

Inserito da danybus | gennaio 22, 2015

bazooka
Oggi il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea annuncerà il suo programma di Quantitative Easing (QE), ovvero l’acquisto di titoli di stato tramite la creazione di nuova moneta. Mai un’operazione di politica monetaria aveva assunto contorni così messianici: sembra che il futuro economico dell’Italia e dell’Eurozona dipendano da un quantitative easing atteso da anni e finalmente alle porte.
Prima di fare qualche previsione su come sarà articolato il quantitative easing della BCE e le sue conseguenze, una piccola premessa per i profani sul ruolo delle banche centrali.

Cos’è il quantitative easing?

Normalmente la Banca Centrale di un paese garantisce la tenuta del sistema monetario e la stabilità dei prezzi controllando la quantità di moneta in circolazione. Lo fa con tanti strumenti, il principale dei quali è il tasso di interesse a cui le banche del paese possono prendere soldi in prestito dalla banca centrale, immettendo poi questa moneta a loro volta nel sistema economico attraverso prestiti a imprese e famiglie. Quando la banca centrale vuole aumentare la moneta in circolazione, abbassa il costo del denaro stimolando l’economia, quando vuole frenare le spinte inflazionistiche (un rialzo incontrollato dei prezzi), aumenta il costo del denaro.
Nella crisi degli ultimi cinque anni, le banche centrali si sono rese conto che nonostante il costo del denaro fosse bassissimo (quasi zero), era difficile far ripartire l’economia. Le banche non chiedevano prestiti alle banche centrali, le imprese non investivano e il denaro rimaneva intrappolato nelle banche (è quella che si chiama “liquidity trap”). E’ per questo che le banche centrali di Stati Uniti e Inghilterra sono ricorse al quantitative easing: hanno cominciato letteralmente e buttare moneta nel sistema creando nuova moneta per acquistare titoli di stato. In questo modo il denaro creato dalla banca centrale anziché rimanere intrappolato nei conti della banche centrale stessa o delle banche commerciali, andava nel sistema e indirettamente nella casse dello stato, pronto per essere speso. Negli Stati Uniti sono stati acquistati titoli di stato al ritmo di 60 miliardi di dollari al mese e l’operazione ha contribuito ad abbassare i tassi di interesse a lungo termine rendendo più attraenti forme di investimento più rischiose come azioni e prestiti alle piccole imprese. Nel complesso, visti i ritmi di crescita degli Stati Uniti, ha funzionato.

E in Europa?

Ci sono due motivi per cui la Banca Centrale Europea non è ricorsa a uno strumento del genere. In primo luogo, l’Unione Monetaria Europea è costituita da diversi stati che emettono ognuno il proprio titolo di stato. Non essendoci un titolo di stato unico (come nel casi di Stati Uniti e Inghilterra) era difficile e politicamente delicato scegliere su quali titoli di stato andare a fare quantitative easing. In secondo luogo l’Europa è stata ed è gravata ancora da problemi di sostenibilità del debito pubblico. Un’operazione del genere, volta a stimolare l’economia, potrebbe in realtà confondersi come una sorta di finanziamento improprio della banca centrale per salvare i governi dei paesi più indisciplinati dal punto di vista finanziario.
Adesso però, l’economia europea è così stagnante che la Banca Centrale è costretta ad intervenire con il QE, nonostante i malumori della Germania (principale economia e azionista della BCE) che non gradirebbe mettere a rischio il bilancio della banca centrale con l’acquisto di bond italiani e spagnoli. Inoltre la Germania e altri paesi del nord ritengono che quest’operazione sarebbe un forte disincentivo per i membri dell’Unione Europea a varare quelle riforme strutturali necessarie a risanare l’economia.

Che aspetto avrà il quantitative easing europeo?

1) Le dimensioni sono importanti in questo caso. I giornali parlando di acquisti intorno ai 50 miliardi di euro al mese. Secondo me, se lo rapportiamo a programmi analoghi negli Stati Uniti e in Europa, è poco. Inoltre la Banca Centrale Europea avrà bisogno di stupire il mercato, altrimenti l’operazione potrebbe non avere alcun effetto essendo già incorporata nei prezzi e nelle aspettative del mercato stesso. Un numero che scioccherebbe tutti potrebbe essere 1 miliardi di euro, ovvero circa 80 miliardi al mese.

2) Quali titoli di stato acquistare? Si vocifera che gli acquisti siano proporzionali al peso di ciascuna economia in termini di PIL. Altri pensano che il criterio possa essere il peso del debito di ciascuna economia sul totale del debito europeo (questo avvantaggerebbe Italia e Germania). Secondo me per essere efficace il QE dovrebbe essere realizzato senza vincoli da parte della BCE. Purtroppo sarà difficile che possa esserle affidata una tale discrezionalità, per cui probabilmente si introdurrà un limite che potrebbe essere quello di un certo rating degli strumenti finanziari o, in mancanza di un rating sufficiente, l’adesione a un programma di riforme simile a quello seguito dalla Grecia.

3) Chi si accolla eventuali perdite sui titoli di stato che le BCE potrebbe subire? Alcuni dicono che saranno le singoli banche centrali nazionali (la Banca d’Italia, ad esempio, nel caso dei BTP acquistati dalla banca centrale europea), cosa che potrebbe tranquillizzare il fronte tedesco contrario al quantitative easing. In realtà questo è assolutamente ininfluente ai fini del funzionamento del quantitative easing, ma sarebbe un meccanismo peregrino che in qualche modo farebbe perdere smalto e autorità alla banca centrale europea.

4) Quanto tempo? Per quanto tempo la banca centrale europea manterrà in portafoglio i titoli di stato acquistati? Al mercato è piaciuto molto il “whatever it takes” pronunciato da Draghi per sottolineare l’impegno a salvare l’Euro. Secondo me non dovrebbe esserci un obiettivo temporale, ma un obiettivo di politica economica. Negli Stati Uniti si sono dati come obiettivo l’abbassamento del tasso di disoccupazione fino a un certo livello. In Europa si potrebbe scegliere lo stesso obiettivo, oppure un tasso di inflazione più alto (il famoso 2%) rispetto a quello attuale intorno allo zero. Insomma, as long as necessary.

Funzionerà?

Sicuramente il QE avrà un effetto positivo immediato nel 2015 in termini di investimenti e di crescita economica sull’eurozona. Quanto questo effetto sarà positivo dipenderà molto da come sarà articolato il programma di acquisto. Purtroppo l’Eurozona, però, è ancora molto disomogenea e gli effetti positivi di una tale operazione saranno più o meno amplificati a secondo del grado di efficienza dell’economia stessa in termini di flessibilità del mercato del lavoro e produttività. Paradossalmente potrebbe aumentare le divergenze.
Il problema attuale del QE è il carico di aspettative con cui è stato appesantito. Oggi rappresenta un po’ una soluzione estrema per l’economia dell’Eurozona, l’ultima cartuccia. Se implementata male rischia di deludere talmente tanto gli operatori da innescare una nuova crisi. Per questo sono convinto che la BCE tenterà in tutti i modi di sorprendere i mercati.

Independence Day

Al di là degli effetti economici che avrà il quantitative easing, oggi la BCE deve dimostrare di essere una vera banca centrale e non un consesso di governi litigiosi. Senza l’autorità credibile di una banca centrale forte, la moneta viene gestita male e senza una buona gestione dell’economia monetaria sono dolori. Solitamente la banca centrale europea dimostra la propria indipendenza dal governo prendendo scelte anche impopolari: i governi vorrebbero abbassare i tassi per stimolare l’economia e la banca centrale non lo fa se non ci sono le condizioni per farlo. I governi si indebitano e surriscaldano l’economia alzando la spesa, la banca centrale alza i tassi di interessi.

Nel caso della BCE sarà difficile dimostrare la propria indipendenza dal momento che riceve pressioni in entrambi i sensi. I mercati e gli stati con le economie più ballerine spingono per un forte quantitative easing. La Germania e gli altri stati del nord Europa invece remano contro.
Quello da evitare assolutamente è una soluzione di compromesso. Qualsiasi scelta dovrà essere netta ed autorevole.

Ci vediamo alle 14:30 per i commenti.

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House of cards al governo

Inserito da danybus | gennaio 22, 2015

Renzi-SpaceyIn una puntata della seconda stagione di House of Cards, Frank Undrerwood, divenuto vicepresidente degli Stati Uniti, deve fare i conti con un Senato in mano ai repubblicani che minaccia di non far passare il decreto in cui viene approvato il budget del governo (praticamente la Legge di Stabilità, o la vecchia Finanziaria, se preferite).

Chiama quindi i capi della maggioranza repubblicana e della minoranza democratica al Senato per trovare un compromesso e si mettono tutti d’accordo su un emendamento che avrebbe concesso ai repubblicani l’innalzamento dell’età pensionabile e ai democratici un ampliamento del budget per l’istruzione. All’ultimo momento, però, il leader dei repubblicani ritira il proprio appoggio e sembra che l’approvazione dell’emendamento in Senato non fosse più a portata di mano.
A questo punto Frank chiama al telefono i senatori repubblicani, uno a uno, per cercare di ottenere l’appoggio all’emendamento (o almeno l’astensione) da tanti repubblicani sufficienti a raggiungere la maggioranza insieme ai senatori democratici.
Il capo dei repubblicani si accorge dell’inciucio e cerca di ritardare le votazioni e fa mancare il quorum per le votazioni facendo lasciare l’aula a tutti i repubblicani, ma a quel punto Frank Underwood, assume la presidenza del Senato e fa votare una mozione d’ordine per costringere i senatori non giustificati ad essere presenti (la mozione evidentemente passa essendo presenti solo i democratici). La polizia prende di peso i repubblicani portandoli in aula e l’emendamento viene approvato con il voto favorevole della minoranza democratica più qualche senatore dissidente repubblicano.

A quel punto il capo della maggioranza repubblicana cerca di proporre mille emendamenti per fare ostruzione e non far passare il budget, ma Frank gli spiega che l’emendamento conteneva una clausola chiamata “unanimous consent” in base alla quale approvato l’emendamento veniva approvata tutta la legge.

Oggi Renzi ha fatto approvare la legge elettorale grazie ad alcuni voti dell’opposizione e per evitare l’ostruzionismo di opposizioni interne ed esterne ha utilizzando un trucchetto chiamato “Canguro” in base al quale votato un emendamento cadevano tutti gli altri emendamenti (presentato con astuzia all’ultimo momento in modo tale che non potessero esserne presentati altri).

Più volte Renzi ha detto di seguire House of Cards come modello. Beh, si vede!

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Houellebecq e l’Islam al potere

Inserito da danybus | gennaio 19, 2015

houelleL’ultimo numero di Charlie Hebdo pubblicato prima dell’attentato alla sua redazione raffigurava una vignetta di Houellebecq travestito da frate indovino intento a profetizzare una sua adesione all’Islam. E proprio nel giorno in cui la Francia è stata scossa dagli attentati alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato Cacher, è uscito nelle librerie francesi Sottomissione, l’ultimo romanzo dell’autore francese che racconta un futuribile 2022 in cui un partito di stampo musulmano riesce a vincere le presidenziali in Francia. Houellebecq e il suo editore (Flammarion) non potevano desiderare una campagna di marketing più macabra e efficace. Vittima di questo triste marketing degli eventi, mi sono letto il libro in una settimana per capire se Houellebecq si fosse lanciato in una sorta di profezia anti-islam per risvegliare l’orgoglio gallico o se, invece, il suo romanzo offrisse spunti più interessanti. Fortunatamente, Sottomissione rientra nel secondo caso.

E’ il primo romanzo di Houellebecq che leggo e devo dire che la sua prosa non mi ha colpito particolarmente: piatta, asciutta e svelta. Anche i personaggi del romanzo non hanno una particolare profondità e sono o troppo caricaturati o insignificanti. Tuttavia, Sottomissione è un romanzo interessante perché analizza in modo accurato e per niente banale alcune dinamiche della vita politica e culturale francese grazie a un fast forward che non cade nell’inganno dell’assurdo. Ci ho trovato spunti interessanti che riporto qui a caldo.

1) Con un presidenzialismo forte e una vocazione maggioritaria a doppio turno, il sistema elettorale francese si ritrova nel 2022 ad essere vittima di una diversa polarizzazione della vita politica. Alla normale alternanza tra Centro-destra e Centro-sinistra, si sostituisce un’alternanza tra il Centro-Sinistra del Partito Socialista e l’anti-politica del Front Nationale, con quest’ultimo partito regolarmente sconfitto al secondo turno. In questo contesto nasce un partito a vocazione musulmana (La Fraternité Musulmane) che cerca di raccogliere i voti di una popolazione musulmana sempre più rilevante . Nel 2022, la Fraternité Musulmane, forte di trend demografici molto favorevoli e di una crescente disaffezione verso la politica, riesce ad accedere al secondo turno con il 23% dei voti contro il Front Nationale (Il Partito Socialista al 22% il Front National al 20%, l’UMP al 15% e il resto a diversi partitini minori). Al secondo turno i francesi si ritrovano orfani di un partito tradizionale e devono scegliere fra l’estremismo di destra di Marine Le Pen (che minaccia di far uscire la Francia dall’Unione Europea e dall’euro) o eleggere il primo presidente musulmano nella storia di Francia. UMP e Partito Socialista alla fine si accorderanno con la Fraternité Musulmane spingendo il proprio elettorato ad eleggere Ben Abbes come primo presidente della Repubblica Francese.
Più tardi spiego come Houellebecq ha immaginato nel suo romanzo le conseguenze di un tale evento. E’ interessante intanto soffermarci sui rischi di un sistema elettorale non più aderente alla realtà politica dilaniata dall’antipolitica. In Francia il Partito Socialista si sta godendo una situazione ideale in cui l’UMP è stato ridotto all’irrilevanza dal Front Nationale e il doppio turno garantisce al Partito Socialista una governabilità assicurata. Houellebecq mette in evidenza come la mancanza di un’alternanza fra centrodestra e centrosinistra generi un bipolarismo ben più pericoloso in cui sguazzano partiti anticonformisti. In Italia si sta sviluppando una situazione simile con Forza Italia ridotta a brandelli dalla parabola discendente di Berlusconi e un PD che si appresta a votare una legge elettorale a forte vocazione maggioritaria. E’ difficile ipotizzare l’ascesa di un partito islamico in Italia, ma non è impossibile immaginare l’ascesa al potere di una forza ugualmente dirompente che sfrutta le falle di un sistema maggioritario concepito per il bipolarismo in una realtà in cui non c’è più l’alternanza fra destra e sinistra. Un nuovo partito fascista guidato dalla Lega? Una secessione? L’anarchia dei Cinque Stelle al governo? Un colpo di stato? Un partito islamico in un paese laico come la Francia sarebbe uno choc, eppure sembra uno scenario del tutto ipotizzabile in un futuro prossimo se il sistema elettorale francese resta così com’è: maggioritario e senza centro destra. In Italia si sta delineando proprio lo stesso scenario foriero di eventi estremi ma futuribili.

2) L’Islam di Ben Abbes viene presentato come un Islam moderato. In Francia non viene applicata la Sharia e non vengono messe in discussione né la laicità dello stato né la libertà di religione. Tuttavia l’istruzione viene cambiata radicalmente grazie a politiche che liberalizzano totalmente le sovvenzioni agli istituti privati religiosi (anche cattolici) equiparandoli del tutto a quelle di stato. Grazie ai fondi provenienti dall’Arabia Saudita, in breve tempo le migliori scuole diventano quelle religiose ed è lì che andranno ad insegnare i migliori accademici. E’ lì che si formeranno le élite e nel giro di pochi anni fioccano conversioni di convenienza. I costumi si adattano, ma senza imposizioni di forza. L’Islam trova terreno fertile in una società laica che ha bisogno di una bussola e lo fa senza un particolare choc. Diminuisce la criminalità e diminuisce la disoccupazione grazie all’uscita delle donne dal mondo del lavoro, che vengono incentivate ad occuparsi della famiglia attraverso assegni familiari molto generosi. Viene permessa persino la poligamia permettendo a uomini con redditi più elevati di mantenere un numero maggiore di donne scoraggiate ad entrare nel mondo del lavoro.
Come detto prima, è difficile immaginare uno scenario di islamizzazione dell’Italia, ma è molto interessante vedere come una religione possa imporsi nel tessuto sociale attraverso la politica economica e l’istruzione. Quello che l’Islam al potere immaginato da Houellebecq fa nella Francia del 2022 è esattamente quello che ha fatto il cattolicesimo in Italia negli ultimi 70 anni con risultati alterni.

3) E’ interessante vedere anche i risvolti in politica estera di una islamizzazione della Francia. Ben Abbes riesce a proporre un allargamento a Sud dell’Unione Europea spingendosi ad includere paesi come Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. Lo scopo è quello si spostare il baricentro dell’Unione Europea, proponendo persino Roma come sede delle istituzione europee. E’ una politica che non viene attuata in contrasto con gli altri partner europei, ma che invece viene accolta come un efficace mezzo di politica estera per pacificare quelle zone ed evitare lo scontro culturale. Ancora una volta, il tutto si realizza grazie a un Islam moderato aiutato dalle sovvenzioni che arrivano dalla cosiddette petromonarchie che si contendono l’egemonia culturale sull’Europa (Qatar e Arabia Saudita).

4) Houellebecq è bravo a dipingere un Islam moderato in grado di unificare la Francia e l’Europa come non mai e tuttavia a instaurare nel lettore un forte senso di inquietudine per il forte cambiamento e la perdita delle radici laiche e cristiane in uno stato come la Francia. Non è un romanzo contro l’Islam, anzi: mostra come un Islam moderato sia inquadrabile all’interno di una grande democrazia occidentale. E’ invece un romanzo che fa riflettere su come un certo lassismo culturale e una certa apatia nel dibattito politico possano portare a rapidi stravolgimenti nel tessuto sociale di un paese lasciando il campo libero a ideologie forti.

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Lo spazio di mezzo del Cardellino

Inserito da danybus | gennaio 9, 2015

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Ci sono romanzi che ti coinvolgono con un intreccio avvincente e romanzi che ti abbracciano anche senza raccontarti niente di particolare. Il Cardellino (The Goldfinch) di Donna Tartt rientra senz’altro in quest’ultima categoria. L’incipit sembra quello di un thriller avvincente, con il protagonista – Theo – che racconta in prima persona di essere braccato e drogato in una camera di albergo ad Amsterdam. Poi, però, il tempo e le pagine si dilatano con un’ampia ellissi che ci catapulta al giorno in cui Theo bambino perse la madre durante un attentato al Metroplitan Museum of Arts di New York. Theo era con lei nel museo, ma riesce – non si sa come – a salvarsi e a sottrarre – spinto da non si sa che – un famoso dipinto di Fabritius (Il Cardellino). Per non farsi mancare niente, proprio nello stesso momento dell’attentato, Theo si innamora di una ragazza, anche lei superstite, che poi riuscirà a trovare a New York. Ora vi immaginerete ogni tipo di colpo di scena intorno a questo attentato e a questo furto. Vi immaginerete una storia d’amore passionale. Invece no, tutto scorre lentamente in un’atmosfera ovattata con Theo che prova ad andare avanti nascondendo un segreto (il dipinto), covando un dolore (sopravvivere alla propria mamma) e coltivando una speranza (Pippa, la ragazza del museo). Theo vive fuori sincrono e per questo riesce a focalizzarsi sull’interiorità delle persone in maniera straordinaria senza mai entrarne veramente in contatto con loro, neanche con il suo amore. L’unico con cui riesce a stabilire un rapporto profondo e con cui fa entrare in contatto il lettore è un personaggio pazzesco di nome Boris, un coetaneo apolide, drogato e sgangherato che sembra il suo esatto complemento e lo accompagnerà fino alle fasi finali del romanzo. Boris è per certi versi il complemento ideale di Theo: entrambi con un’infanzia problematica in cui hanno sviluppato un amaro disincanto sul mondo. Theo si è chiuso in se stesso, Boris si è aperto al mondo. Viene descritto così:

You didn’t meet many people who moved freely through the world with such a vigorous contempt for it and at the same time such oddball and unthwartable faith in what, in childhood, he had liked to call “the Planet Earth”.

La prosa del libro scorre lenta e nonostante i numerosi cambi di scena (da New York a Las Vegas, da Las Vegas ad Amsterdam) e gli ambienti malfamati in cui si dipana la trama (falsari, droga, usurai, etc.) tutto è visto attraverso la lente dissociata di Theo. Tutto è senza senso:

Yet if you scratched very deep at that idea of a pattern, you hit an emptiness so dark that destroyed, categorically, anything you’d ever looked at or thought of as a light.

Donna Tartt scrive con una prosa stupefacente (è la prima volta che leggo un suo romanzo). Ogni parola è scelta con estrema cura e a volte leggendola ti sembra addirittura di sentire l’aria del deserto di Las Vegas. Molti hanno fatto paralleli tra Tartt e Dickens, ma per certi versi a me è parsa molto proustiana nelle descrizioni e nel restituire con inquietudine al lettore il non-senso della realtà. E anche la scelta di un dipinto di Fabritius è un po’ proustiana, dal momento che Proust rese famoso un dipinto di Vermeer (maestro di Fabritius) in un famoso passaggio della Recherche. Come Proust, la Tartt trova nell’arte e nella bellezza in generale quel mistero in grado di dare un senso alla realtà:

Between reality on the one hand, and the point where the mind strikes reality, there’s a middle zone, a rainbow edge where beauty come into being, where two different surfaces mingle and blur to provide what life does not: and this is the space where all arts exists, and all magic. […] And just as music is the space between notes, just as the stars are beautiful because of the space between them, just as the sun strikes raindrops at a certain angle and throws a prism of color across the sky – so the space where I exist, and want to keep existing, and to be quite frank I hope I die in, is exactly this middle distance: where despair struck pure otherness and created something sublime.

Ecco, non ho mai letto una definizione più universale e calzante di arte (neanche in Proust). Se Theo parla a nome dell’autrice, credo proprio che Donna Tartt sia riuscita collocare se stessa e le sue 900 pagine di romanzo in quella zona di mezzo.

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E l’amico Charlie Hebdo

Inserito da danybus | gennaio 7, 2015

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Oggi 10 giornalisti e 2 poliziotti sono morti a Parigi per aver raffigurato Allah in maniera dissacrante e beffarda su un giornale. A Parigi, la patria dell’illuminismo, è stato istituito e punito il reato di blasfemia analogamente a quanto accade a Raqqa o a Riyad.

È  da anni ormai che mi sorprendo dell’inesauribile credito di tolleranza di cui gode l’Islam nella società europea. Attentato dopo attentato i distinguo fra Islam moderato e radicalizzato prevalgono sempre sulle emozioni più vendicative e immediate. La rabbia e l’orgoglio sono puntualmente soppressi da un desiderio di inclusione alimentato dall’elitarismo di chi rifiuta la legge del taglione e dall’ecumenismo di chi porge l’altra guancia.

Per tanti anni, devo ammetterlo, la mia sorpresa è stata una sorpresa positiva. Sebbene non riuscissi a sopprimere sentimenti d’astio e una passeggera intolleranza nei riguardi di chi minaccia il mio modo di vivere, ero piuttosto rassicurato di far parte di una società che non arrivasse allo scontro, una società culturalmente superiore di quella da cui proviene chi la minaccia col terrore.

Eppure la tolleranza diventa connivenza colposa quando produce morti. È ignavia quando è alimentata da un desiderio di quieto vivere. Masochismo quando ad accenderla è l’odio per se stessi (la propria civiltà) e il piacere della sottomissione.

Che dire poi di quando l’Islam ci condiziona non con la pietà per gli immigrati ma con la lusinga dei soldi? Il Real Madrid ha tolto la croce dal proprio stemma per accogliere uno sponsor arabo; chiudiano gli occhi sulla corruzione con cui il Qatar si è aggiudicato i mondiali e non ci importa nulla degli operai che in quelle regioni muoiono per condizioni di lavoro disumane. Per non parlare della condizione delle donne in alcuni paesi musulmani.

È un po’ come accaduto per tanti anni in Sicilia: la Mafia non esisteva e pareva che tutti i morti ammazzati fossero delitti d’onore, liti per femmine o soldi. Per anni nessuno in Sicilia ha mai riconosciuto e denunciato con forza la Mafia per quieto vivere, per non arrivare allo scontro o perché semplicemente ci guadagnava. Poi ci furono gli attentati a Falcone e Borsellino e qualcosa cambiò: la popolazione insorse, manifestò contro la Mafia e contro chi ne aveva permesso la proliferazione. Era troppo tardi ormai…

Io spero che per l’Europa non sia troppo tardi e spero che i 10 giornalisti morti oggi rappresentino per la Francia quello che l’assassinio dei magistrati Falcone e Borsellino hanno rappresentato per la Sicilia. Spero che l’Europa non sia inerte di fronte a queste infiltrazioni mafiose. Spero che ci si preoccupi dela libertà più di difendere un Islam moderato che certamente esiste,  ma che non è stato in grado di convincere i fedeli meglio di quanto non siano riusciti a fare santoni invasati con più appeal. Allah è grande, ma il diritto di raffigurarlo e schernirlo è ancora più grande qui da queste parti. Prima di diventare xenofobi o di correre in soccorso dell’Islam con i dovuti distinguo, è importante far capire che non c’è tolleranza per l’intolleranza e che la conservazione dei diritti conquistati dalla nostra società viene prima del multiculturalismo.

Quei 10 giornalisti morti devono renderci orgogliosi, non radicalizzarci. Devono svegliarci. Devono aiutarci a non avere vergogna nell’essere intolleranti verso una corrente religiosa che vuole soggiogare.

Il credito di tolleranza si è esaurito e riscuiterlo sarà molto difficile.

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Interstellar

Inserito da danybus | novembre 9, 2014

unnamedLa fantascienza è un genere che ha molti seguaci per diversi motivi: fa sognare qualcosa di futuribile; asseconda le fantasie di chi crede nel progresso e mette nero su bianco (o su pellicola) le nostre speranze e le nostre paure sul futuro. Ovviamente c’è fantascienza e fantascienza: su un mondo futuro ci puoi costruire dei bellissimi film d’azione, dei thriller, degli horror distopici. E’ un genere con potenzialità estese perché lascia la massima libertà allo sceneggiatore pur costringendolo a rimanere ancorato a qualcosa di minimamente scientifico, futuribile e coerente. La fantascienza è la fantasia degli adulti, è la fiaba per chi non è più bambino e, come tutte le fiabe, ha un carico narrativo pesante in grado di raccontare sentimenti e concetti forti.

Tutto questo per spiegare i motivi per cui Interstellar è uno dei migliori film degli ultimi 14 anni (facciamo pure 15) e un esempio magistrale di come sfruttare al massimo un film di fantascienza.
In questo film c’è tutto. C’è uno scenario apocalittico da fine del mondo e Christopher Nolan riesce a dipingerlo magistralmente e furbescamente con sapori retrò: nessun alieno, nessuna nave spaziale, computer super veloci, ma solo un’umanità che ritorna pacatamente a campare di agricoltura abbandonando la tecnologia (i protagonisti utilizzano codice morse e codice binario per uscire da certi impasse). E’ una scelta originale che ci trasmette una certa inquietudine, ma allo stesso tempo evita quello spaesamento tipico di film in cui vengono raffigurate civiltà e società troppo lontane dalla nostra.

C’è l’azione. Un’azione che non ricorre a trucchetti facili dei film di fantascienza come razzi fotonici o astronavi che sembran fulmini, ma un’azione che trasmette palpitazione semplicemente quando una navetta cerca di fare manovra. Ci sono combattimenti corpo a corpo à la Batman in scenari algidi e apocalittici e una navicella che sfugge da onde d’acqua alte 100 metri. Una figata in grado di far montare l’adrenalina.
Soprattutto ci sono i sentimenti, c’è l’amore. Non un amore romantico, non il melò, ma l’amore più puro tra un padre e una figlia che trascende tempo e spazio. Il tempo, dilatato e ristretto per effetto di un buco nero in cui un’ora lì dentro corrisponde a 7 anni sulla terra per effetto della gravità, è l’esponente che eleva a potenza qualsiasi sentimento (la meschinità, l’amore paterno, l’amore tra due innamorati, l’egoismo, l’ambizione). La sceneggiatura gioca continuamente con il tempo e con lo spazio tirando addosso allo spettatore dei macigni emotivi difficili da schivare.

Come in tutti i film di fantascienza, ci sono degli alieni, a cui ci si riferisce con il termine “loro”. Sono “loro” che aprono una singolarità vicino a Saturno per salvare l’umanità. Sono “loro” in cui l’umanità ripone le proprie speranze. Però, diversamente da altri film di fantascienza, loro non si vedono, non prendono alcuna sembianza e rimane solo la fede (in questo Interstellar riprende vagamente il tema di un altro grande film di fantascienza, Contact).

Le critiche più facili da fare al film riguardano le mille inesattezze sulla fisica dei buchi neri, sulla teroria della relatività e un finale che ha a che fare più con la metafisica che con la fisica. Ricordiamoci, però, che i film di fantascienza sono fiabe per adulti. Lasciate stare la fisica dei buchi neri e la teoria della relatività; perdetevi nella regia di Cristopher Nolan, che è fighissima; cercate la morale, che è bellissima.

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Soffro lo stress /1

Inserito da danybus | ottobre 28, 2014

Domenica scorsa, a una settimana dal passaggio al sistema unico di supervisione sotto l’egida della Banca Centrale Europea (BCE), sono stati pubblicati dalla BCE e dall’autorità bancaria europea (EBA) i risultati di un esame sullo stato di salute del sistema bancario europeo. L’esame si componeva di due fasi. La prima, e forse la più importante, è un’analisi delle attività (crediti fondamentalmente) nei bilanci delle banche. La seconda, un esercizio teorico per capire le perdite che queste attività avrebbero subito in caso di scenari particolarmente negativi (adverse scenario). Per passare il test, alle banche è richiesto di mantenere un rapporto tra patrimonio netto (Common Equity) e attività ponderate per il rischio (RWA) pari ad almeno il 5,5% dopo lo scenario avverso e di averne uno superiore all’8% nello scenario di base. Chi non passa il test deve correggere il suo rapporto CommonEquity/RWA di conseguenza entro giugno 2015 o tramite aumenti di capitale (agendo sul numeratore) o riducendo le proprie attività (agendo sul denominatore).

Come ampiamente diffuso dalla stampa, l’esito del test è stato particolarmente negativo per il nostro sistema bancario. Delle 130 banche analizzate in Europa, 13 non hanno passato il test e a loro sarà richiesto complessivamente un rafforzamento patrimoniale complessivo di circa 9,5 miliardi. Di queste quattro sono banche italiane, MPS, Carige, Popolare di Vicenza Popolare di Milano, a cui sarà richiesto complessivamente un rafforzamento patrimoniale di circa 3,2 miliardi (quasi un terzo del totale). Vedi tabella sotto:

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Praticamente il nostro sistema bancario, ritenuto da sempre solido, si presenta alla vigilanza europea come il più debole d’Europa, peggio della Grecia, peggio degli spagnoli. Banca d’Italia si è subito sentita di intervenire a difesa del proprio operato adducendo un’eccessiva penalizzazione degli istituti italiani. Anche la stampa specializzata ha sposato questa tesi senza andare troppo a fondo nei numeri. E’ un peccato perché approfondendo e rovistando fra le gran mole di numeri si riescono a scovare informazioni molto interessanti. Periodicamente pubblicherò alcune analisi su questi dati.

Cerchiamo intanto di sfatare alcuni miti. Banca d’Italia e la stampa sostengono che lo stress test è stato particolarmente negativo per il sistema bancario Italiano. E’ vero? Per creare uno scenario “adverse” sono state prese a riferimento tre principali variabili macroeconomiche: rendimenti dei titoli decennali, calo dei mercati azionari, variazione del PIL, prezzi del mercato immobiliare. Vediamo come sono state costruite queste variabili mettendo a confronto quattro paesi (Italia, Spagna, Germania, Francia).

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L’Itala è effettivamente uno dei paesi in cui questi valori assumono connotazioni più negative, senza tuttavia distanziarsi molto da una realtà negativa futuribile o dai dati di altri paesi. Ad esempio, si ipotizza un rendimento dei BTP decennali (più alti sono i rendimenti dei BTP, più si svalutano i titoli di stato nei portafogli delle banche) pari al 5,8% (nel 2011 siamo arrivati anche al 7%), valore analogo a quello spagnolo (5,6%). Per il mercato immobiliare si ipotizza un calo complessivo dei prezzi del 15,9% nei prossimi tre anni; lo sesso valore è del 30% per il mercato francese (mercato che non ha subito i cali del mercato italiani negli ultimi tre anni) e per il mercato spagnolo del 9,5%.

Insomma, l’adverse scenario è stato severo per l’Italia, ma non in modo irrealistico né molto più rispetto ad altri paesi le cui banche hanno invece passato il test.

Cerchiamo anzitutto di capire come funziona il test della BCE

Per ogni banca si prende l’attivo ponderato per il rischio. Questo valore è calcolato da ogni banca, in accordo con il proprio regolatore, ponderando ciascuna classe dell’attivo con un coefficiente che può andare da 0 (per le poste prive di rischio) fino a 180% (per quelle più rischiose). Il rapporto tra RWA e attivo complessivo può essere più o meno alto a seconda di molti fattori come: il tipo di business model (investment banking, asset management, o mera attività di prestito), la composizione dell’attivo (più o meno rischioso) e i sistemi interni di valutazione (IRB) validati dai regolatori nazionali. Le banche italiane, con un modello di business tradizionale e molto basato sull’attività di prestito a privati e imprese, hanno un rapporto da RWA e attivo mediamente del 60%. Lo stesso valore è del 25% per le banche tedesche. E qui qualcuno storce il naso. Quel valore riflette veramente la minore rischiosità dell’attivo o un favore del regolatore tedesco nei confronti dei propri soggetti regolati?

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Andiamo avanti. Una volta preso il RWA si calcola il rapporto di partenza tra Common Equity e RWA. A questo il regolatore procede in due fasi. Dapprima decurta il CommonEquity di eventuali svalutazioni che dovessero risultare da una verifica della qualità degli attivi. In seguito si applica un’ulteriore decurtazione ipotizzando l’influenza che avrebbe uno scenario avverso sulla qualità di quegli attivi. Come detto, le banche passano l’esame se mantengono un rapporto CommonEquity/RWA superiore all’8% nello scenario di base e al 5,5% nello scenario avverso. E’ importante capire se le banche italiane risultano inadeguatamente capitalizzate a causa di ipotesi sullo scenario “adverse” particolarmente severe oppure a causa di una rettifica del valore degli attivi (piuttosto inopinabile, essendo basa su dati attuali).

Monte de Paschi di Siena, la principale indiziata del sistema bancario europeo e italiano, non avrebbe passato il test neanche nello scenario base, in quanto l’asset quality review ha portato a una revisione negativa del valore degli attivi di 4,2 miliardi. Si tratta in assoluto del valore più alto di tutto il campione delle 130 banche. Nessuna banca in Europa aveva attivi così sopravvalutati. Tanto per avere un termine di paragone, le 15 banche spagnole hanno avuto complessivamente una revisione negativa dei loro attivi per 0,5 milioni, segno che negli anni precedenti, anche dopo aver ricevuto aiuti di stato, è stata effettuata un’adeguata pulizia dei bilanci. Eppure anche MPS ha ricevuto aiuti di stato, ha fatto un aumento di capitale per restituirli. Possibile che il management di MSP non abbia fatto un’adeguata pulizia? Altri 5,5 miliardi di correzione agli attivi vengono dall’applicazione dell’adverse scenario, un impatto pari al 6,6% degli attivi. Le altre banche italiane, a parità di adverse scenario, hanno avuto mediamente un impatto del 3% sui propri attivi dall’applicazione dell’adverse scenario. Come mai questa penalizzazione per MPS? Probabilmente la ragione è da ricercare nell’anomale composizione del rischio di credito di MPS, per il 7% concentrato sui titoli di stato.
La tabella qui sotto può essere utile per capire gli impatti dello stress test sugli attivi delle banche italiane e allo stesso tempo ci fa capire dove sono esposte di più le banche italiane:

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A parte MPS e Carige, il sistema bancario italiano si presenta in realtà solido. Con banche grandi ben capitalizzate in grado di assorbire shock anche molto severi nel ciclo economico e attivi ben valutati che hanno passato il vaglio di una rigorosa valutazione di un regolatore internazionale. Le falle di MPS, clamorose, invece, non possono essere addebitate a criteri di valutazione penalizzanti o scenari irrealistici, bensì a incuria da parte di un management che non ha saputo fare pulizia nel bilancio neanche all’epoca di momenti cruciali come la sottoscrizione di aiuti di stato (Monti Bond) e un aumento di capitale da 4 miliardi.
Nel prossimo episodio ci concentreremo sui pregi del nostro sistema bancario e sulle pecche degli altri.

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