Private Equity. Chi era costui?

Il 2006 è stato l’anno del private equity. Il 2007 si annuncia come l’anno in cui il private equity diventerà una forma di investimento sempre più accessibile e nota al pubblico, seguendo lo stesso destino degli ormai popolari fondi comuni e fondi pensione con cui si cimenta normalmente anche l’uomo della strada. Non passa giorno senza che venga annunciata in Europa come in Italia un’acquisizione importante in cui i fondi di private equity giocano un ruolo chiave. La loro presenza è diventa così predominante nel tessuto aziendale che non appena si profilano ristrutturazioni aziendali o probabili cessioni, la stampa e gli speculatori non esitano a vedere nei fantomatici fondi di private equity gli acquirenti ideali ancor prima che uno di questi si faccia ufficialmente avanti.

Cosa sia un fondo di private equity è tuttavia un concetto sfumato e fumoso anche per i ben informati e gli esperti del settore: vuoi per la relativa novità della loro recente ribalta, vuoi per il settarismo che circonda la professione, il lettore di un quotidiano fa ancora fatica a capire esattamente cosa voglia dire quando legge che uno storica azienda italiana potrebbe essere acquisita da un fondo di private equity. Ecco dunque una piccola spiegazione, a misura di “post”, senza alcuna pretesa accademica di esaurire l’argomento, per capire con concetti semplici cosa sia il private equity.

Niente descrive meglio il private equity delle parole stesse che compongono questa locuzione anglofona. Con la parola “equity” si intende nient’altro che il capitale sociale di un’impresa. Si può investire in un’impresa prestandole dei soldi o partecipando al capitale di rischio. Nel primo caso si avrà un rendimento fisso e certo accollandosi il rischio che l’azienda fallisca e non sia in grado di onorare i suoi debiti; partecipando al capitale di rischio si diventa invece soci dell’azienda partecipando ai suoi utili potenzialmente più elevati degli interessi pagati sul debito, ma senz’altro più aleatori. Si diventa inoltre proprietari di un pezzetto di azienda e il valore dell’investimento cresce o diminuisce in funzione della valutazione che il mercato fa dell’azienda. Non approfondisco ulteriormente la differenza tra “debito” ed “equity” dandola un po’ per scontata, un po’ reperibile su qualsiasi manuale di finanza aziendale ma banalmente anche su Wikipedia.
I fondi di private equity investono dunque nel capitale di rischio delle imprese. Le azioni che si contrattano ogni giorno in borsa sono per l’appunto capitale di rischio, equity. Il fondo pensione a cui probabilmente destinerete il vostro TFR investe in equity; voi che vi divertite a fare trading con azioni Google e Yahoo! investite in equity. In cosa dunque si distingue un fondo di private equity? Qualcosa mi dice che avete già indovinato che la chiave sta nella parola “private”. In inglese il capitale di rischio si distingue in “public” e “private”. Per public, non si intendono aziende pubbliche, bensì aziende il cui capitale di rischio, equity per l’appunto, è accessibile al pubblico su mercati regolamentati. Google, Fiat, Eni e tutte le aziende quotate sono definite “public” dal momento che chiunque può andare in banca e comprarne le azioni su mercati regolamentati. Barilla, Ferrero e la stragrande delle imprese presenti in Italia sono “private” perché il loro capitale non è accessibile all’investitore comune.

Un fondo di private equity è dunque un fondo di investimento che investe nel capitale di rischio di aziende non quotate. Tutto qui. Vi sarà capitato certamente di sentir parlare di private equity a proposito di aziende quotate in borsa. In questi casi il fondi di private equity adocchia aziende il cui capitale è “public”, ma con l’obiettivo acquisirne il controllo totalitario e revocare l’azienda dalla quotazione (delisting).

La domanda è: perché un investitore dovrebbe mettere i suoi soldi in un fondo di private equity piuttosto che in fondi che investono in aziende quotate e quindi prontamente liquidabili? La risposta è nel rendimento e nella modalità di intervento di un fondo di private equity. Nei mercati regolamentati in cui sono quotate grosse aziende come ENI operano migliaia e migliaia di operatori: dai grossi fondi pensione al trader amatoriale. Tutti hanno più o meno le stesse informazioni ed il prezzo generalmente incorpora già delle aspettative che, a meno di sorprese e mutamenti dello scenario macroeconomico, comporterà un certo rendimento. Le aziende non quotate sono invece meno conosciute e gli operatori disposti ad acquisire un piccola media impresa non quotata sono probabilmente meno di dieci tra fondi di private equity e acquirenti industriali: è perciò molto più probabile, ma anche più difficile, ottenere prezzi che incorporino rendimenti ben più elevati rispetto all’investimento in aziende già quotate. C’è poi una sostanziale differenza nell’investimento in mercati azionari e in private equity. Quando un fondo di investimento acquista azioni Fiat, tiene le azioni in portafoglio pregando Dio che Marchionne gestisca l’azienda bene e che Fiat aumenti progressivamente i suoi profitti. A parte pregare Dio e Marchionne, non può fare altro poiché la suo quota di partecipazione nella società è irrisoria e difficilmente arriva a superare il 2%. Il fondo di private equity acquisisce invece quote significative dell’azienda, almeno il 30-40%, ma molto spesso la maggioranza dell’azienda, e può applicare le capacità manageriali del proprio team per incidere positivamente sui profitti dell’azienda che diventano quindi strettamente dipendenti dalle competenze del fondo che vi investe.

Ok, bello. Ma chi c’è dietro un fondo di private equity. Di chi sono i soldi? Chi sono gli uomini? Solitamente i soldi di un fondo di private equity provengono da cosiddetti investitori qualificati o facoltosi uomini d’affari. I maggiori investitori sono compagnie assicurative, banche e fondazioni in cerca di rendimenti più elevati rispetto ai normali investimenti azionari, ma non è raro che ad investire in alcuni fondi ci siano facoltose famiglie d’estrazioni imprenditoriali che hanno buoni rapporti con i manager del fondo. La gestione dei fondi di private equity è invece affidata a team piuttosto snelli (7-8 persone operative) con membri provenienti da esperienze manageriali e aziendali.

Operatori di private equity esistono negli Stati Uniti dagli anni ’60 e sono presenti in Italia dagli anni ’80 con importanti realtà d’estrazione sia anglosassone, ma anche italiana. Perché dunque se ne parla soprattutto adesso? E perché mai il 2007 dovrebbe essere l’anno del private equity? I bassi tassi di interesse hanno provocato un incredibile aumento della liquidità. Molti investitori hanno talmente tanto liquidità che non sanno dove impiegarla e gli investimenti azionari sono cresciuti così tanto (sono ai massimi da cinque anni e mezzo) che il loro rendimento comincia a diventare poco interessante. E’ aumentato dunque l’interesse per i fondi di private equity che hanno raccolto risparmi sempre più ingenti, spinti anche dall’effetto “moda”. Le dotazioni sempre più importanti hanno reso i fondi di private equity sempre più potenti permettendo loro di avere a portata di mano acquisizioni di dimensioni che sei anni fa erano impensabili. Ci sono inoltre una serie di fattori esterni al mercato dei capitali che favoriscono e favoriranno i fondi di private equity. Molte aziende italiane sono ancora gestite da famiglie all’interno delle quali il ricambio generazionale è poche volte agevole costringendo i proprietari a mettere in vendita l’azienda; regolamenti antitrust sempre più stringenti costringono inoltre grossi conglomerati a vendere rami d’azienda. In tutti questi casi, i fondi di private equity, muniti di ingenti capitali da investire, sono i compratori ideali.

Se è tutto così bello, perché molti si lamentano dei fondi di private equity? Molto spesso i fondi di private equity, soprattutto quelli più grandi, sono di estrazione anglosassone e si tende a non gradire la presenza di capitali stranirere in aziende locali (Fazio docet). Ciò che causa, però, maggiormente l’ostilità di molti nei riguardi dei fondi di private equity e la loro incisiva ed aggressiva azione aziendale sulle imprese acquisite che a volte può tradursi con licenziamenti, a volte con riorganizzazioni strategiche volte a migliorare la gestione delle imprese, ma che comportano notevole stress ed incertezza per le persone coinvolte nella vita aziendale. Il fondo di private equity è inoltre per sua definizione un socio “temporaneo” poiché hanno tutti una determinata scadenza entro la quale gli investitori del fondo devono essere remunerati vendendo le aziende acquisite. L’intervento di un fondo di private equity implica perciò che l’azienda nel giro di massimo 5-6 anni venga di nuovo messa in vendita (ad un altro fondo di private equity, in borsa, ad un operatore industriale) con ulteriore incertezza per i lavoratori ed il mondo aziendale.

La breve storia del private equity italiano ha finora dimostrato che il private equity è stato per la maggior parte delle volte fortemente benefico per la vita di imprese che altrimenti avrebbero sofferto di crisi aziendali legati a gestioni inefficienti o discontinuità aziendali. Il ruolo preponderante della piccola e media impresa in Italia accentua ancora di più l’importante missione del private equity.

Questo è più o meno tutto.
Tutto chiaro?

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4 commenti su “Private Equity. Chi era costui?

  1. Tutto chiaro, signorsicertosignore 🙂
    Aggiungo (lavorando per un’azienda in portafoglio ad un fondo di PE) che questi signori aiutano pure le aziende acquisite a crescere all’estero per mezzo di loro uffici in Cina piuttosto che negli USA (cosa solitamente più difficile e/o costosa per una medio-piccola), inoltre “mettono in contatto” (eufemismo) le aziende del loro recintino in modo tale da sviluppare economie interne (es. forniture da o verso aziende in portafoglio, partnerships, ecc.).
    Non ultimo mi permetto di dire che talvolta i fondi di PE invece di togliere dai listini cercano di quotare le loro aziende.
    Insomma fanno un sacco di belle cose ‘sti fondi 😀

I commenti sono chiusi.

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