Amarcord

Credo che la mia vita, così come la tua e quella di molti altri italiani, possa essere scandita dai mondiali di calcio. Così ogni quattro anni, mi avventuro con intenti proustiani alla ricerca della mia identità attraverso un tortuoso e quadriennale percorso a ritroso. Oggi, prima partita degli Azzurri, si ricomincia.

Spagna 1982. “I mondiali del c’ero anch’io, ma era come se non ci fossi”. Fonti attendibili della mia famiglia mi vedono gaudente all’età di un anno mentre venivo lanciato in aria per festeggiare la vittoria dell’Italia. Quella Coppa del Mondo sarà sempre uno dei miei grandi rimpianti per non essere stato un adolescente negli anni ’80.

Messico 1986. “I mondiali dell’oblio”. Non ne ho alcun ricordo.

Italia 1990. “I mondiali dell’infanzia”. Di Italia ’90 si potrebbe dire molto: il primo evento storico degno di nota nella memoria di un ragazzo nato negli ’80, i primi mondiali in Italia dopo decenni. Da romano, ho vissuto Italia ’90 assistendo ad una metamorfosi incredibile della mia città, neanche comparabile a quella che si è avuta per il Giubileo. Ancora oggi il ricordo più stupido e palpabile di quei giorni si riferisce agli allenamenti di Tennis al foro italico. Di lì ho assistito giorno per giorno alla costruzione di quello che oggi è diventato il bellissimo (?) Stadio Olimpico.
L’amarezza per quell’uscita di Zenga ed un Canniggia carico di steroidi è ancora presente ogni volta che ricomincia un Mondiale

USA 1994. “I mondiali del fuso orario”. La particolarità di USA 1994 era il fuso orario che costringeva le squadre a disputare le partite sotto il sole cocente delle 15:00 per andare in onda durante il prime-time europeo (dove l’audience era maggiore e gli sponsor pagavano di più). In quel periodo frequentavo un campo estivo del CONI a Sestola (sull’Appennino modenese) dove si giocava a tennis 9 ore al giorno per poi finire tutti davanti al maxischermo a vedere le partite con un caloroso spirito cameratesco. Le lacrime di Baggio le ho viste invece a Roma, ahimè.

Francia 1998. “I mondiali dell’arroganza”. Lì considero un po’ i primi della tv digitale via satellite, i primi mondiali visti in sedicinoni. All’epoca mi ero incaponito a voler apprendere a tutti i costi il francese e così mi sono sorbito le telecronache su France2. La maggior parte del mondiale l’ho visto in Svizzera, a Lesyn, dove facevo un corso di tennis (mi accorgo ora che c’è stato molto tennis nella mia vita!) Nonostante l’elvetica neutralità del luogo, la presenza francese era schiacciante e vedere l’Italia perdere ai quarti con la squadra ospitante è stata un’esperienza davvero umiliante che mi ha fatto venir in odio i francesi. Ho gufato per tutto il resto del mondiale, ma nessuna macumba è valsa ad evitarmi quello spettacolo raccapricciante degli Champs-Elysées pieni di tordi che cantavano “Allez les bleus”.

Giappone 2002. Mi piace ricordarli come “i mondiali universitari”. Ero al secondo anno di università, con la media alta e tanto tempo libero. Non a caso, ho visto le prime partite dell’Italia mentre ero in viaggio in Tunisia. La partita contro la Corea l’ho seguita invece su un Eurostar diretto a Milano, dove mi stavo dirigendo per vedere un concerto. Non aver visto le immagini scandalose dell’arbitro Moreno, insieme al pensiero del concerto, mi ha aiutato non poco a digerire quell’uscita dai mondiali.

Germania 2006. Saranno senz’altro “i mondiali del lavoro”. Per la prima volta nella mia vita non potrò seguire ogni singola partita, ogni singola moviola. Eh sì, sto diventando grande (lo sai che non mi va).

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