L’appartamento francese \2

Letterina inviata il 6 gennaio 2004. Ero appena tornato a Parigi dopo aver trascorso le vacanze di fine anno a Roma.

Wow! Non c’è nulla di minimamente paragonabile alla grande soddisfazione che suscita la minzione. Questo è il mio pensiero più profondo della serata dopo avere ingurgitato due Jack Daniel, un bicchierino di Armagnac e mezzo litro di coca cola. Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dal principio della giornata.

Dopo aver passato due settimane a Roma, eccomi di nuovo in quel di Parigi. Mi sento sentimentalmente apolide: non riesco più a capire a quale città io sia più legato. Il ritorno a Roma è stato grandioso: mi hanno accolto una città pregna di ricordi ed i miei grandi amici di sempre. Roma mi ha colpito così tanto che per la prima volta nella mia vita ho cominciato a provare un pochino di nostalgia mentre partivo da Fiumicino alla volta della Ville Lumiere. Una volta aperto l’uscio della mia casetta di Rue Chaptal, però, ho subito provato quel caloroso e rassicurante senso di conforto che ti fa esclamare “casa dolce casa”. Il mio primo risveglio parigino del 2004 si è svolto nella calma più totale: il mio coinquilino non è ancora tornato ed ho la casa tutta per me; verso le 11:00 comincio a mettere un piede fuori dal letto e senza alcuna fretta mi dedico alla mie abluzioni mattinali. Vado a fare la spesa, giusto il necessario per sopravvivere, e mi preparo un piatto di penne con pomodoro, basilico e un po’ di solitudine (sempre sia lodato nostro signore Barilla, inventore dei sughi pronti). Fuori fa così freddo che non mi passa neanche per la testa di lasciare l’accogliente tepore casalingo, ma nel pomeriggio devo comunque mettere il naso fuori di casa avendo un appuntamento a “Les Halles” con Juliette. Juliette è una simpatica ragazza texana che è riuscita a farmi spendere 30 euro per il concerto di un’altra Texana: Shania Twain. Dopo aver comprato i biglietti per il concerto, ci andiamo a prendere un caffè alla Terrasse Georges Pompidou dove mi godo la vista più bella di Parigi ed un delizioso moilleux au chocolat. La invito a cena visto che non mi andava di mangiare di nuovo solo, ma colleziono una buca enorme. E va bene, meglio così:il giorno dopo avrei dovuto svegliarmi alle 7:00 per andare all’università, quindi tutto sommato una seratina tranquilla davanti al televisore non mi avrebbe nociuto tanto. Trasmettevano Sexy Boys: una specie di imitazione francese di American Pie, molto divertente e deprimente. Verso le 22:00 suona il citofono. Chi sarà mai? “Sono Valerio, posso salire?”. Valerio è un simpatico ragazzo di Roma che ha scambiato la mia casetta di Rue Chaptal per un pub: nelle ore più impensabili passa a farsi un bicchierino rigorosamente senza preavviso. Più insistente dei ragazzini della cremeria che si attaccano al citofono chiedendo “C’è Gigi?”, più invadente della Germania negli anni ’40 (va bene, quest’ultima similitudine è una cazzata), Valerio non si fa mai scrupoli e ce lo ritroviamo sempre dentro casa: stando a Roma quindici giorni mi ero quasi dimenticato di dover sempre esser pronto a riceverlo. Sale in casa, ma sfortunatamente l’unica cosa che avevo da bere in casa era un rimasuglio di Evian. Ce ne andiamo quindi a bere qualcosa da “Chez George” in Rue de Cannette: è una piccola bettola di St. Germain molto simpatica e frequentata soprattutto da facoltosi ebrei parigini che giocano a fare i BoBo (Bohemien-Bourgeois). Dopo aver ordinato un Whiskey&Cola (Jack Daniel), mi accorgo che il Dj, oltre alle solite melodie yiddish, stava mettendo solo canzoni italiane dell’epoche più remote. Vi sembra possibile che in Rue de Cannette si ascoltino e ballino “Guarda come dondolo” di Edaordo Vianello? Quando cominciano a suonare “Il ballo del mattone” non posso fare a meno di canticchiarla un po’. Non l’ avessi mai fatto. Il Dj accorgendosi che io e Valerio eravamo italiani ci chiama al microfono spiegandoci che il lunedì da George c’è sempre la serata “Italie”. Bene, ma da me cosa vuole? Ci ha praticamente obbligato a cantare dal vivo “Se bastasse una bella canzone”. Dopo aver dato letteralmente spettacolo (uno spettacolo pietoso) almeno riceviamo una giusta ricompensa: l’attenzione di un tavolo di sole ragazze (otto belle figliole) che ci invitano a bere qualcosa da loro: e vai con un altro Jack Daniel. Non mi ricordo bene di cosa abbiamo parlato, ma credo di non aver fatto una bella impressione visto che quando ho chiesto il numero ad una biondina del tavolo quella mi ha risposto “Dammi tu il tuo”. E io le ho risposto ovviamente “No, il mio non te lo do!”. Usciamo da George e chi troviamo per caso al Mabillon? Caterina e Camilla (meglio note come “le milanesi”) che stavano uscendo dal cinema. Mi supplicano per ottenere un passaggio promettendomi come ricomprensa un bicchierino d’ Armagnac a casa loro (L’Armagnac è una sorta di cognac pesantissimo). Come rifiutare? Si chiacchiera ubriachi e si ritorna a casa rischiando il ritiro della patente oltre all’arresto. Parcheggio la macchina in garage ed uscendo mi viene una di quelle voglie pressanti nel basso ventre. Come sa bene chi è venuto a trovarmi qui a Parigi, il mio garage dista cinque minuti a piedi da Rue Chaptal, e la zona non si presta per dar sfogo a voglie pressanti in locali pubblici, peggio ancora, all’aria aperta. Comincio a correre come un matto nella notte per raggiungere il bagno di casa prima che la vescica cominci a svuotarsi da sola. Nel tragitto mi ferma una “Femme de Pigale” che comincia a chiedermi se volevo bere una cosa con lei (si certo); la scanso brutalmente correndo sempre più forte e finalmente arrivo a casa dopo aver fatto un enorme sforzo di concentrazione per inserire correttamente la chiave nella serratura.
Wow! Che soddisfazione la minzione mentre pensi al divertimento della serata e al mal di testa del giorno dopo! E così si conclude il primo giorno parigino del 2006! Parigi è fatta anche di queste serate piene e strampalate ed è per questo che l’amo tanto!
Un abbraccio a tutti, amici miei! Ci si vede presto qui oppure a Roma!

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