M.L.R.

Via Dagospia… Ritratto pieno di piaggeria sulla nostra giornalista preferita del Corriere: la raccomandata e bravissima MLR.

VOLEVO ESSERE GRETA GARBO
Marianna Rizzini per Il Foglio

“Speriamo che scandisca”. Tre parole. Speriamo che (Romano Prodi, ndr) scandisca. Con tre parole, pronunciate da uno studio de “La7” la sera del 14 marzo, notte del duello Berlusconi-Prodi, Maria Laura Rodotà – editorialista del Corriere della Sera, ex corsivista della Stampa, ex direttrice di Amica, ex terrore dei mondani, fulminati sull’Espresso dalle sue didascalie nella rubrica “Portfolio” – ha dimostrato di essere all’altezza della fama garboesque che la circonda. La Garbo è tornata e segue un suo codice di comportamento.

Prima regola: poche parole. E infatti con sole tre parole – “speriamo che scandisca” – Prodi veniva incenerito. Il Prof., sfidante del Cav., veniva subito
rimesso nella casella del docente universitario che fa sonnecchiare gli studenti, quello che ti capita, magari, alle tre del pomeriggio, quando hai tutto il pranzo sullo stomaco e persino il caffè soccombe di fronte al suo eloquio pretesco. E questo nonostante Maria Laura “Garbo” Rodotà ami definirsi “un’imbecille democratica”, oppure, più raramente, “un’imbecille di sinistra” dove per “imbecille democratico” si intende un elettore dell’Unione che sdegna l’Unione ma continua a turarsi il naso, indulgendo nella malinconia della conservazione e nel vezzo dello spararsi addosso.

D’altronde pure il premier subiva lo stesso trattamento di Prodi, un’ora dopo.
Chiamata a commentare la frase di Berlusconi sulle “signore” che difficilmente abbandonerebbero il marito cinque giorni a settimana per recarsi in Parlamento, Maria Laura ha emesso cinque parole apparentemente neutre e sottilmente lapidarie: “E’ stato un bel momento”.

Seconda regola: che le parole siano poche ma giuste. Una “Divina-to-be” che studia da Inarrivabile può indulgere in tic iperrealisti. Per esempio, il suo
forum on line sul Corriere, “Avanti pop”, testimonia la creazione di neologismi come “scarpiste” e “forumisti”, che della più trash e abusata “sciampista” hanno soltanto il suffisso. Le “scarpiste” sono delle Imelda Marcos “vorrei ma non posso”. Maria Laura si lamenta con una “forumista” di possedere sì e no solo una cinquantina di scarpe. Non solo, si giustifica con le “forumiste” per non aver avuto il tempo di indossare il paio di svettanti calzature che aveva portato con sé nello zaino prima di una ripresa tv a uso del sito internet del Corriere, e di aver quindi dovuto comparire in video, accanto al critico televisivo Aldo Grasso, con delle ciabattone di marca Rucoline alla bebè, nere con zeppa. Quelle che, dice, usa “per andare in bici”, bebè fuori linea rispetto alla sua nomea di donna alta che indossa i tacchi, e se il fidanzato è più basso pazienza.
(L’elefantino con la cravatta-U.Pizzi)

Se ne deduce, quindi, che i suoi ex illustri, Enrico Deaglio e Massimo
Gramellini, giornalisti affermati ma non proprio vatussi, non abbiano la sindrome di Tom Cruise, che costringeva la chilometrica Nicole Kidman a indossare scarpe tacco zero.

Terza regola: che le parole siano poche ma definitive. Dal suo verbo, spesso, discendono onori e dolori imprevisti e imperituri, specie per gli uomini politici.
Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi, bollati da Maria Laura con il soprannome di “lothar di D’Alema”, lothar sono rimasti anche dopo essersi
allontanati da D’Alema. Non solo: il termine “lothar” è entrato a far parte del
gergo “giornalese”. Meglio è andata, pochi mesi fa, a Pierluigi Bersani, crème della crème diessina. Il piacentino dirigente della Quercia è stato insignito da Maria Laura della medaglia di sex symbol, per l’aria arruffata e l’accento ruspante. E sex symbol fu.

Quarta regola: vietato gesticolare. E infatti Maria Laura, quando va in televisione, resta possibilmente ferma, in posa composta, con indosso colori almodovariani – molti neri, molti bordeaux, bocca rossa e pelle bianca in
contrasto violento – viso impenetrabile da giocatrice di poker (anche se non
gioca). Non fosse per gli occhi saettanti, testimoni della sua reale presenza in
studio, potrebbe sembrare una gigantografia della Rodotà stessa, piazzata tra gli altri ospiti. Quando va in televisione, quindi, il divineggiare le riesce. Non si sa, invece, se sia vezzo o umana distrazione la sua camminata-tipo, rapida e scattosa, con braccia in movimento frenetico, mano impegnata a reggere il cellulare e alto rischio di urto con pedoni, macchine o mobilia (negli interni).

Quarta regola: voce scura, niente sguaiatezze, risate altere.

Quinta e più importante regola: mistero. Quando si parla di Maria Laura, o
meglio, quando si chiedono in giro notizie su Maria Laura, si ottengono sempre e soltanto metafore. Sembra Greta Garbo, appunto. Sembra Camilla Cederna (per lo stile). Sembra Audrey Hepburn (depurata dell’aria svampita che aveva in “Colazione da Tiffany”). Sembra Maureen Dowd, la penna “cattiva” del New York Times che ha nobilitato il giornalismo autoreferenziale (paragone dovuto sia alla verve ironico-polemista di Maria Laura sia, ultimamente, all’aspetto: oggi sfoggia capelli da Maureen, caschetto lungo ben stirato con punte all’insù). Addirittura si sente dire che la Rodotà ricorda Morticia Addams, epiteto piovutole in testa dopo la suddetta apparizione, la notte del duello Prodi-Berlusconi. Quest’ultimo potrebbe sembrare un insulto. Non lo è. Morticia, funerea moglie di Gomez nell’altrettanto funereo vecchio telefilm (“La famiglia Addams”), è un’icona minimal-chic ante litteram. Morticia è impeccabile nel suo nero, nella linea sottile degli abiti lunghi, nelle istruzioni impartite ai familiari,
nella scriminatura perfetta dei capelli corvini, invidiati dalla figlioletta
Mercoledì che la imita in tutto. Morticia è signorile nel saper accettare con
sguardo innamorato i fiori appassiti recati in dono dal marito mortifero. Morticia è galateo puro.
(Il premier e Romano Prodi)

Qualcuno, più temerario, descrive Maria Laura secondo il metodo “una
parte per il tutto”. Maria Laura, ovvero il cervello di Minerva (per rendere onore all’acutezza di spirito consacrata ai tempi dell’Espresso). Maria Laura, ovvero le gambe lunghe con sandali dai lacci rampicanti (che hanno fatto impazzire un intero Transatlantico). Maria Laura, o dell’eleganza.

Maria Laura, il Roberto D’Agostino al femminile, senza la nota “cafonal”.

Oppure: Maria Laura, l’inventrice del genere “cafonal” poi reso plebeo da Dagospia, il noto sito di pettegolezzi. Sia come sia, Dagospia, nel 2003, aveva lasciato trapelare notizie attorno alla nomina di Maria Laura alla direzione di Amica.

Precisamente attorno alla modalità della nomina, avvenuta, secondo i pettegoli, al tavolo del bar Hungaria, dove Paolo Mieli, allora direttore editoriale della Rcs e ora direttore del Corriere della Sera, andava a pranzo. Sia come sia, i pettegoli malignavano sul già noto e quindi sul nulla. Nulla di strano che tra colleghi e amici ci si coopti. Maria Laura fa volentieri “marchette”, ha detto, per le sue amiche “che non si agitano abbastanza per essere quello che meritano”.

Avrebbe voluto Gianna Fregonara, giornalista politica del Corriere, come direttrice della medesima testata e Maria Teresa Meli, esperta nei retroscena politici, come segretario dei Ds. Con le amiche fa lobby. Nulla di strano, quindi, nel fatto che Maria Laura sia amica e collega stimatissima di Mieli da molti anni.

Tanto che Mieli le ha poi affidato l’inserto del sabato del Corriere (meteora rapidamente dismessa), e oggi le affida i più importanti corsivi di costume in prima pagina.

E’ stato con sufficienza da aspirante Garbo, pertanto, che Maria Laura ha liquidato i pettegoli nel corso di un’intervista del 2003 a Claudio Sabelli Fioretti su Sette, in cui non negava di esser stata “raccomandata” dal padre Stefano (l’ex garante per la Privacy o, come lo chiama lei, “quel sant’uomo del Garante”) per uno stage presso Sabelli Fioretti stesso a Panorama Mese, nei lontani anni Ottanta. Non solo. Maria Laura – forte della dichiarazione preliminare dell’intervistatore, che ammetteva di essere in “conflitto di interessi”, visto che aveva una rubrica su Amica, diretta dalla Rodotà, sua ex stagista – faceva guerra preventiva alle malignità fregandosene e sottolineando che tutto il resto se l’era guadagnato sputando sangue, di gavetta in gavetta: “Un culo bestiale”, diceva. E raccontava di essere andata in America, vivendo con gli americani e non nel ghetto per corrispondenti stranieri, ben prima di arrivare all’empireo dell’Espresso diretto da Claudio Rinaldi.
(Il lothar di D’Alema, Claudio Velardi con Antonio Napoli-U.Pizzi)

L’America è il rifugio di Maria Laura. Quando non ne può più prende la figlioletta Zoe e parte per gli Stati Uniti, nonostante possa andare in villeggiatura nella casa dei genitori a Punta Ala, più vicina ai lidi tosco-laziali amati da molti “imbecilli democratici”, come li chiamerebbe lei. L’America, d’altronde, a sinistra piace e dilania (per via delle “guerre di Bush”, per dirla con gli “imbecilli democratici”). Piace a Furio Colombo, ex direttore dell’Unità, e piace al sindaco di Roma Walter Veltroni, di sinistra ma non proprio in linea con Maria Laura – che se lo è inimicato, anni fa, con un’annotazione sull’uso non del tutto saggio, a suo avviso, della scorta.

In America con Zoe Maria Laura gira, va, vede gente. E si ricarica. E che
nessuno osi dirle – come le ha detto sul Giornale Filippo Facci – che predica bene e razzola male perché ha chiamato la figlia Zoe, nome inconsueto, alla stregua delle celebrità da lei bacchettate sul Corriere per aver battezzato il figlio Christian (Totti) o Apple (Gwyneth Paltrow).

C’è però un mistero che si aggiunge alla segretezza attorno a sé. Tutti la conoscono, tutti la invitano, anche i nemici. Roma e persino Milano, che fatica a digerire i romani, se la contendono nei salotti, ma pochi osano parlare di lei.
Trapelano soltanto sparuti aggettivi di lode, strappati da bocche cucite e quasi intimorite. “Brava”, “geniale”, “simpatica”, “bravissima”, “simpaticissima”, al massimo della cattiveria si arriva al “forse un po’ pazza”: questi i giudizi che il mondo dei media riserva alla sua aspirante Greta Garbo.

Dev’essere l’effetto della maledizione dell’sms. Maria Laura fa un uso violento e copioso degli sms. Con gli sms domina la sua rete di conoscenze. Per sms arrivano ad amici, nemici, colleghi e colleghe scomuniche, lodi e dimostrazioni di solidarietà. Fiumi di sms, in compenso, arrivano a Maria Laura quando è in televisione o al computer, e lei lo dice apertamente, alla faccia di quelli che pretendono che il cellulare venga spento a ogni ingresso in ristorante, bar o ufficio che sia. Quando ti arriva una sua scomunica via sms, ha l’aria di esserlo per sempre. Almeno questo credono quelli che l’hanno ricevuta.

D’altronde, non si può offendere Greta Garbo impunemente. I portatori maschi di braccialetti non hanno ricevuto scomuniche via telefonino, ma i braccialetti non li hanno più messi. Maria Laura infatti li aveva visti, schedati e colpiti. Erano i tempi delle didascalie sull’Espresso. Non solo. A metà anni Novanta Maria Laura ha scritto un libro, “Pizza di farro alla rucola con nutella” (ed. Sperling e Kupfer, ora introvabile in libreria ma custodito da giornalisti, politici e comunicatori in genere), in cui scandagliava e inceneriva le abitudini delle tribù proto radical-chic. Tra una didascalia sull’Espresso e una pagina del libro, l’anatema era caduto sui poveri braccialetti. Il semaforo rosso, neanche fosse stato un uomo in calzino bianco, era scattato su Piersilvio Berlusconi, fotografato allo stadio: “Eccolo che esulta per il gol di Weah, tutto denti e pugni da berlusconismo vincente con la “e” stretta. E con tanti, splendenti, inquietanti
braccialetti”.
(Claudio Larzaro, Claudio Sabelli Fioretti e Oliviero Beha-U.Pizzi)

Gianfranco Fini (stessa abitudine), aveva ricevuto lo stesso trattamento. Forse l’avversione maturava in famiglia. Con i braccialetti – ma quelli con microchip, quelli di sicurezza – si è trovato a combattere papà Stefano, il Garante. Il cittadino identificabile via braccialetto è privato del diritto alla privacy? Oppure prevale la necessità di sicurezza dello Stato? Questo il dilemma per un Garante.
Per Maria Laura non c’era dilemma. Il braccialetto, come il giaccone scamosciato da tribuna Monte Mario, è da aborrire. Ma i suoi non sono tic da borghese snob. O meglio. Maria Laura è snob, ma lo è attraverso lo sdoganamento del trash.

All’epoca della guerra ai braccialetti, per esempio, adorava Daniela Fini, la sua “coatta” preferita. E’ snob, ma il suo essere snob passa dall’accettazione altezzosa del kitsch. Lo fa ogni giorno su “Avanti pop”, il forum on-line, dove si discorre di gambaletti come di donne in politica. “Devono avere le palle”, scrive una “forumista”. “Chiamiamolo carattere”, risponde Maria Laura, consigliando intanto a un’altra lettrice di non mettere piede dal parrucchiere quando è “triste o disperata, sono i momenti di peggiore autolesionismo tricologico”. Lei ne sa qualcosa. Riccia naturale, vuole essere liscia. Ed è liscia, costi quel che costi.

Sdoganare il trash restando snob vuol dire dichiarare di amare alla follia il film “Le finte bionde”, un Vanzina del 1989, carrellata di sketch su un gruppo di arricchiti assetati di status symbol, film che uno snob parvenu non
confesserebbe mai di amare. Sdoganare il trash restando snob vuol dire rimproverare chi schifa, con tanto di birignao, la vacanza a Sharm el Sheik perché pensa non sia abbastanza intellettuale. Però poi Maria Laura il birignao, quello vero, ce l’ha dentro. E’ nata in una famiglia intellettuale e alto-borghese, molto laica (tanto che oggi Maria Laura farebbe carta false per Emma Bonino presidente della Repubblica). O forse ha conservato l’allure principesca dei suoi avi, nobili calabro- albanesi di cui va fiera.

Se Franca Valeri scrivesse oggi “La signorina Snob”, identikit della donna milanese tutta telefono, fretta, esagerazioni verbali e mondanità, forse si ispirerebbe un po’ anche a Maria Laura, snob naturale esperta nell’arte di prendere in giro gli snob costruiti, privi di leggiadria. Entrerebbero sicuramente in un monologo della Valeri gli “eddai”, i “maddai” e gli “ammettiamolo” di Maria Laura, posti spesso dopo la virgola, a conclusione di periodo scritto.

Prenderebbero forse il posto dei “ciao stellin” e dei “ti giuro” della Signorina
Snob, la borghese che si lamentava della “levataccia pregallica” fatta per andare dall’estetista e che passava da un cocktail a un concerto a un funerale con uguale senso del dovere e uguale leggerezza. La signorina Snob coniava neologismi come “colazionare”. Le “scarpiste” di Maria Laura si candidano per la successione.
(Emma Bonino for president!-U.Pizzi)

Se l’avversione per i bracciali al polso maschile può essere di famiglia (ma anche no), ereditario è sicuramente il senso di Maria Laura per il vino e per il cibo da buongustai. Papà Stefano colleziona menù. Difficile immaginare il Garante che chiede al ristoratore: “Scusi, posso portarne via uno per la mia raccolta?”. Eppure la collezione c’è. Come l’affiliazione di famiglia al Gambero Rosso. D’altronde soltanto un’esperta di vini poteva tirare fuori, sul forum del Corriere, il termine “uvaggi”. Un vocabolo che nemmeno Berlusconi, con tutti i suoi “paesi rivieraschi”, riuscirebbe a ripescare.

La suddetta sera del duello Prodi-Berlusconi, il 14 marzo scorso, Maria Laura, in collegamento tv da Milano, bocca bordeaux senza ombra di umano sbaffo da trucco, pelle diafana, Paolo Liguori come scorta (ma non è colpa sua, poveretto, qualsiasi uomo sarebbe sembrato una bodyguard, al suo signoril cospetto) non aveva timore di dire: “Ci siamo addormentati”. Cioè ha mostrato, sempre in tre parole, la qualità-difetto che l’ha resa famosa: dire quello che tutti vedono ma non vogliono (o non sanno) dire.

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