L’abito non fa la monaca

Adoro cominciare la settimana con quel rassicurante trafiletto che Alberoni scrive ogni lunedì sul Corsera. E’ rassicurante vedere argomentare un navigato profesore su infinite banalità con lo stile geometrico ed elegante della sua soporifera prosa.

Ora però qualcuno mi dica cosa avrà avuto in mente il buon Alberoni per scrivere ll’editoriale di oggi sull’abigliamento delle monache (sì, hai capito bene: l’abigliamento delle monache)

Viviamo in un’epoca di grandi manifestazioni e scenografie laiche. Come le Olimpiadi, i concerti rock e le partite di calcio. In Inghilterra c’è la monarchia, in Cina le celebrazioni del Partito Comunista. Ma nel campo religioso l’unica istituzione che ha conservato nelle sue celebrazioni un ponte fra passato presente e futuro è la Chiesa cattolica. Chi ne ha capito la potenza di comunicazione simbolica è stato Papa Wojtyla. Nei suoi incontri con le folle in tutto il mondo ha sempre voluto un quadro scenografico e coreografico che coinvolgesse, esaltasse, trascinasse verso l’alto tutti coloro che vi partecipavano o vi assistevano alla televisione. Forse nel suo pontificato si sono ulteriormente vuotate le chiese, ma si sono riempite le piazze di fedeli e di non fedeli che partecipavano a una liturgia nuova che parlava ai popoli e alle generazioni. E in questo modo egli è riuscito a comunicare al mondo il messaggio di Cristo in un’epoca di scristianizzazione, di ateizzazione e di espansione islamica, e a mostrare che il cattolicesimo continua a essere forte, unito e proiettato verso il futuro. E Papa Ratzinger, coltissimo, delicato, stupendo scrittore che fa riscoprire il significato e vibrare le parole chiave del Vangelo, non ha abbandonato questa strada. Certo egli è più schivo del guerriero Wojtyla, non si sposta come l’altro in cento Paesi, ma usa la piazza di San Pietro nello stesso modo, come chiesa per folle immense, palcoscenico liturgico, con tripudio di costumi, sapienza scenografica, coreografia rigorosa, a rappresentazione di una Chiesa unita, certa di sé, con le braccia aperte sul mondo. C’è solo un punto che in queste manifestazioni sacre mi lascia un po’ perplesso: il modo in cui sono presenti e vestite le religiose. Nel passato non solo le badesse ma anche tutte le altre suore avevano un abbigliamento solenne, che ne indicava il ruolo sacro. Senza tornare al Medioevo, ricordo la badessa di Castelnuovo Fogliani che, col suo lungo abito e mantello bianco, sembrava una regina. Questo non si vede più. Mentre i sacerdoti in queste celebrazioni hanno abbigliamento e paramenti imponenti, le suore si vedono di solito solo fra il pubblico con abiti molto poveri.
Non sono presenti con tutta la solennità che merita l’ordine religioso e ciò che fanno. Non sto parlando del sacerdozio delle donne, osservo solo la debolezza della presenza femminile nel rituale che ho appena apprezzato.

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