I gufi del PIL

Oggi l’OCSE ha presentato a Roma il Rapporto economico “Survey Italia 2019”. Per il 2019 si prevede una contrazione del PIL dello 0,2%.

Dopo Banca d’Italia (+0,6% gennaio), dopo il Centro Studi Confindustria (0% marzo), dopo la Commissione Europea (+0,2% febbraio), dopo le agenzie di rating (+0,1% marzo), l’ennesimo gufo che presenta una stima della crescita del PIL 2019 di gran lunga inferiore alle stime usate dal governo nella Legge Finanziaria (+1%) paventando una traiettoria del debito pubblico preoccupante.

La Commissione Europea ha un’agenda politica; Banca d’Italia, come le agenzie di rating, è piena di tecnocrati al servizio delle lobby; Confindustria fa gli interessi degli industriali… Tutti gufi.

L’OCSE è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri (35 membri) aventi in comune un’economia di mercato. Non ha alcun ruolo politico, non rappresenta interessi economici, ma svolge prevalentemente un ruolo consultivo, un centro di confronto delle esperienze politiche per la risoluzione dei problemi comuni, l’identificazione di pratiche commerciali e il coordinamento delle politiche locali e internazionali dei paesi membri.

Andiamo a leggere le parti più interessanti del rapporto OCSE.

 La (de)crescita

Ok, abbiamo smesso di crescere e la nostra economia ha cominciato a contrarsi.

In Italia la reazione istantanea a qualsivoglia zerovirgola del PIL è l’interpretazione in chiave politica e il coro da ultras (tutta colpa del governo, tutta colpa dei governi precedenti, tutta colpa dei gufi).

C’è un dato incontrovertibile: l’Italia ha smesso di crescere e ha cominciato a contrarsi non appena M5S e Lega hanno formato il governo. Non vogliamo incappare nel sofisma del post ergo hoc propter hoc vedendo nessi causali in sequenze temporali, ma se “poiché” è sinonimo di “perché” vuol dire che per la logica in un nesso causale c’è anche una sequenza temporale. Sarebbe divertente commentare le uscite infelici di chi a gennaio, non due anni fa, sognava un 2019 bellissimo o un nuovo boom economico , ma non servirebbe a niente e in fondo si tratta di stewart e avvocati del popolo che di economia non capiscono molto limitandosi a interpretare alla meno peggio il loro nuovo ruolo di governanti. Il Ministro dell’Economia Tria, invece, si è affrettato a commentare i pessimi dati del PIL addebitandoli a una contrazione globale e, in particolar modo, della Germania. Insomma, colpa dell’Europa come al solito. Quando loro crescono e noi no, è colpa dell’Europa. Quando loro non crescono e noi non cresciamo, è colpa dell’Europa che non cresce. Cosa mostrano le tabelle dell’OCSE?

Nel 2019, per l’OCSE, le esportazioni nette contribuiranno a far crescere il PIL dello 0,2% (nel 2018 erano invece calate dello 0,1%), mentre ad affossare il PIL sarà la domanda interna (-0,4%) con consumi che crescono meno, un calo degli investimenti e un tracollo delle scorte. Ciò che farà calare il PIL, insomma, non è tanto un calo dell’export (che comunque si farà sentire in qualche modo), ma piuttosto il tessuto produttivo italiano che ha smesso di fare investimenti e accumulare scorte. Probabile che un anno di dichiarazioni contraddittorie da parte di un governo bicefalo in cui le due teste hanno passato la legislatura ad urlarsi contro sui giornali, sei mesi di litigi con la Commissione Europea in cui abbiamo minacciato di lasciare l’Euro più o meno velatamente e la prospettiva del baratro dopo le elezioni europee di maggio abbiano portato gli imprenditori a navigare a vista e a non fare più investimenti a lungo termine. Come biasimarli? Ma questo è solo un’interpretazione politica. Il dato oggettivo è che l’Italia ha smesso di crescere con il governo Conte e che il rallentamento è del tutto autoinflitto, non attribuibile a fattori esterni come fa Tria per schermirsi. Un altro dato oggettivo è la malafede o la totale incompetenza nella programmazione econiomico-finanziaria che è emersa con il NaDEF e con la legge di bilancio. Al di là del deficit che passa dal 2,4% del balcone al 2,04 del pianeta Terra, come si fa a stimare 1% di crescita del PIL quando qualsiasi organismo indipendente più ottimista diceva 0,6%? Le stime del governo sono sempre state più ottimistiche, ma l’ottimismo diventa doloso se si ignorano così tanti indicatori che puntano a una contrazione.  

D’altro canto, l’Italia cresce meno degli altri in periodi buoni e cala più degli altri in momenti di recessione ormai da 20 anni. Il grafico qui sotto è impietoso:

Siamo l’unico paese in cui in cui il PIL pro capite tra il 2000 e il 2018 si è contratto, contro una media OCSE di crescita del 27,5%. Persino la Grecia ha guadagnato qualcosina nonostante la batosta degli ultimi anni. Addebitare dunque le cause di ogni male e della situazione in cui ci troviamo al governo Conte sarebbe dunque un’esagerazione e una responsabilizzazione eccessiva da parte di chi ha assistito e governato una stagnazione e un declino lunghi vent’anni.

I giovani e la povertà

Negli ultimi 12 anni la popolazione che vive in soglia di povertà assoluta è passata dal 3% all’8%. Un dato drammatico, ma ciò che è ancora più drammatico è che l’impoverimento, escludendo gli over 65 protetti da un sistema pensionistico generoso, ha coinvolto soprattutto i giovani della fascia 18-34 dove la soglia di povertà è salita al 10%. Per la prima volta, l’OCSE parla di un problema di emigrazione dei giovani italiani che sta accelerando l’invecchiamento della popolazione, il calo della produttività e del PIL. Ebbene sì, il problema non è l’immigrazione, ma l’emigrazione.

In tale contesto l’OCSE ha giudicato doveroso introdurre misure di contrasto alla povertà (tipo il reddito di cittadinanza, dopo tutto questi gufi non sono così cattivi), ma deleterio aumentare ulteriormente il divario intergenerazionale introducendo quota 100. Una riduzione dell’età pensionabile (ancorché solo per i prossimi tre anni, perché si tratta solo di una finestra), contribuirà a ridurre il PIL dello 0,4-0,3% a lungo termine (2030) rispetto al 2018, mentre il reddito di cittadinanza contribuirebbe a una crescita modesta dello 0,9%. Tuttavia, l’OCSE critica il reddito di cittadinanza per come è strutturato: un livello troppo elevato con disincentivi al lavoro e forti incentivi al sommerso. L’OCSE consiglia di ridurlo progressivamente negli anni e associarlo a una sorta di incentivo al lavoro con un’integrazione dei redditi da lavoro più bassi. Il reddito di cittadinanza, pur architettato male, può essere ritirato e corretto in qualsiasi momento evitando ulteriori sprechi. Quota100, invece, anche se si tratta di una finestra aperta per soli tre anni, graverà sulle nostre finanze per tutto il tempo in cui saranno in vita le coorti di pensionati che hanno usufruito di tale finestra (non si può annullare o revocare un trattamento pensionistico). E’ un regalo arbitrario che si fa a centinaia di migliaia di persone che si trovano ad avere 62-63 anni e un età contributiva elevata durante il governo Conte. Come se il sistema pensionistico non fosse già abbastanza iniquo foraggiando milioni di pensionati con il sistema retributivo e penalizzando i dipendenti post 1993 con il contributivo, adesso viene introdotto anche un’ulteriore discriminazione del tutto aleatoria che non porterà alcun beneficio.

Il debito

L’OCSE, contrariamente a Banca d’Italia, non crede che il governo implementerà il rialzo delle clausole IVA nel 2020 previsto nelle clausole di salvaguardia Legge Finanziaria e pertanto prevede, a spread costante e con le stime di crescita OCSE, un deficit del 3%. Questo deficit porterà il debito a raggiungere il 135% del PIL. Nel lungo termine, a policy e a spread costanti, l’indebitamento dovrebbe arrivare al 140% del PIL nel 2030, crescendo costantemente negli anni a venire. Tuttavia, dato il livello attuale di indebitamento, anche un modesto rialzo dello spread da 250 bps attuali a 300 bps (il livello di qualche mese fa) porterebbe il debito al livello del 160%. Il divario rispetto alle stime del governo (linee verde) è enorme e, con queste policy e queste crescita, l’OCSE ci vede inchiodati a un livello di debito del 130% anche qualora dovessimo riuscire ad avere un saldo primario migliore.

In altre parole, anche impiccandoci per raggiungere un deficit più basso, il livello del debito così alto associato a una crescita così anemica, non ci consentirà di scendere sotto il 130%.

E allora? Le misure che l’OCSE raccomanda sono le seguenti:

  • garantire un salario minimo attraverso benefit per i lavoratori (una sorta di reddito di cittadinanza, ma per chi lavora) riducendo invece i benefit per chi non lavora
  • riduzione del cuneo fiscale attraverso decontribuzione (tipo Jobs Act)
  • aumentare drasticamente la spesa per politiche di inclusione al lavoro (riformare e finanziarie i centri dell’impiego che oggi non servono a niente)
  • iuncrementare la spesa per ricerca e sviluppo portandola dall’1,5% al 2%
  • riforma della giustizia
  • incrementare i benefit in natura per le famiglie riformando tutto il sistema obsoleto e inefficiente delle detrazioni.

Tutta questa roba, che ha pochissimo a che vedere con l’austerity, secondo l’OCSE potrebbe portare il PIL italiano ad essere più elevato del 7,6% nel 2030 e del 16,2% nel 2040 (invece le attuali policy introdotte dal governo Conte ci porterebbero a un PIL minore dello 0,5% nel 2030 e dello 0,4% nel 2040). Questa maggiore crescita si tradurrebbe in una traiettoria del debito molto più confortante che anche con deficit più alti, porterebbe il debito a calare dal 136% a quasi il 120%. Nella migliore delle ipotesi, con uno spread più basso si potrebbe arrivare sotto il 100%.

Ma funzionano davvero queste riforme? Nel 2010 il Portogallo si è ritrovato in un brutta crisi con deficit di bilancio del 10% e spread oltre 700 bps. Arrivata la Troika (ESM, UE, IMF) con un pacchetto di aiuti di 78 mld (in proporzione, come se all’Italia dessero un pacchetto di aiuti da 500 mld), impose subito l’austerity che portò il debito a salire dal 90% al 130%. Inevitabile quando il pil è in contrazione e devi stringere i cordoni per ristabilire la stabilità finanziaria. Accadde la stessa cosa in Italia quando il debito schizzò dal 115% al 130% con l’arrivo di Monti. Peccato che poi Monti non finì il lavoro di riforma e all’austerity seguì una riforma dell’economia solo a metà, lasciando il campo ai vari Letta-Renzi-Gentiloni-Conti. Il governo attuale sta peraltro cercando di cancellare alcune delle riforme più importante(vedi quota 100, vedi chiusure domenicali). Il Portogallo, legato agli obblighi imposti della Troika, ha continuato invece a riformare l’economia. Adesso lo spread dei titoli portoghesi sui tedeschi è di 130 bps (praticamente la metà del nostro). Il Pil cresce del 2-3% l’anno. Il deficit è sotto l’1% e dal 2020 dovrebbe essere in surplus. Il debito nel 2019 è previsto che scenda al 119%.

La sotria del Portogallo è un po’ più complicata, non tutte le misure di austerity sono state seguite e, anzi, il governo socialista pur promuovendo la crescita e liberalizzando l’economia, ha aumentato salari minimi e pensioni una volta ristabilita la credibilità sui mercati finanziari e innescata la crescita.

In Italia, purtroppo, il governo, in perenne campagna elettorale, continuerà a mettere la testa sotto al sabbia.

Salvini rivendica di essere orgoglioso di quota 100 perché favorirà l’occupazione e la creazione di nuovi posti di lavoro lasciati liberi da chi va in pensione. Lo dice il giorno in cui l’Istat certifica che la disoccupazione è tornata a salire dopo mesi in cui scendeva e che congiuntura economica e decreto dignità hanno fatto perdere 216 mila posti di lavoro in un anno. In tale contesto, la imprese utilizzeranno quota 100 per scaricare sul sistema pensionistico i rami secchi senza rimpiazzarli affatto con contratti stabili.

Di Maio rimanda al mittente i suggerimenti dell’OCSE: “non si intromettano e si tengano l’austerity a casa loro”. Ma a casa di chi? L’Ocse non ha parlato in alcun modo di austerity fra l’altro.

Tria rimane in silenzio imarazzato e imbarazzante, lavorando alacremente al DEF del 10 aprile in cui il governo dovrà aggiornare le proprie cifre di programmazione economica e finanziaria. Avrà ancora il coraggio di sostenere che il PIL crescerà dell’1%? Ci spiegherà come disinnescherà nel 2020 i 58 miliardi di clausole di salvaguardia legati agli aumenti dell’IVA oppure ammetterà semplicemente che il deficit salirà al 3%? E che ne è dei 18 mld di privatizzazioni previsti quest’anni? Siamo ad aprile e finora non è stato fatto niente, anzi, si sta tentando di nazionalizzare Alitalia senza successo.

Intanto, se volete dare un’occhiata alle stime di qualche gufo che sa lavorare bene e che aveva già previsto tutto questo, eccovi i dati elaborati da Fidentis:

Articolo creato 1724

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