Dany-Log

« | Home | »

It’s Netflix Time

Inserito da danybus | novembre 6, 2015

Rispetto ad altri servizi di streaming come Infinity (Mediaset) o Sky Online, Netflix è arrivato in Italia con un ritardo di due anni. Per non parlare degli altri servizi di streaming in modalità pay per view come iTunes, Chilli e Google Play. Eppure, il lancio italiano di Netflix è stato accompagnato da tanti wow e aspettative, nonostante si tratti di una tecnologia e un tipo d’offerta relativamente vecchie.

Cosa ci sarà di tanto speciale in Netflix, dunque?

C’è che Netflix nasce come un servizio all you can eat svincolato dai canali televisivi. Ha strutturato fin dall’inizio la sua piattaforma e i suoi contenuti per giocare d’attacco e cambiare le modalità con cui vediamo contenuti televisivi. Ce l’ha nel suo DNA. Infinity e Sky Online, invece, nascono per giocare di rimessa. Sono stati da sempre concepiti come servizi per raccattare gli abbonati più restii a dotarsi di decoder e parabola, il pubblico più nerd, sperimentando in vista di inevitabili cambiamenti tecnologici (la banda larga in Italia? Vade retro!).

Sky e Mediaset hanno nel loro DNA un modello di business in cui si acquistano contenuti televisivi in esclusiva per poi trasmetterli in un pacchetto di canali in modalità “push” (ti spingo i contenuti che voglio). L’atout della loro offerta è l’esclusività di contenuti (il film in prima visione, la partita di calcio, etc.) e, secondariamente la piattaforma su cui mando quei contenuti. L’unità di pensiero e di misura è il canale televisivo.

Netflix, invece, sin dai tempi in cui era un servizio che ti spediva dvd a noleggio via posta tradizionale, ha sempre fatto della piattaforma in modalità “pull” (tu ti prendi i contenuti che vuoi) il suo punto forte. Ha un algoritmo fantastico che in base alle tue abitudini e al tuo profilo personale è in grado di suggerirti i contenuti giusti da vedere. Ha una tecnologia versatile che consente di farti vedere streaming in HD sul tablet, sul telefonino e di trasferirlo senza intoppi sul tuo televisore di casa. E’ totalmente svincolato dalla logica settoriale di canali e generi: su Netflix un documentario viene proposto con la stessa enfasi di serie tv e film. La versione italiana di Netflix ha ancora pochi contenuti rispetto a quelli di Sky, ma mi è capitato di ascoltare più di una persona dirmi: “ho visto un documentario fighissimo su Netflix”. Probabilmente, lo stesso documentario inserito all’interno del catalogo rigorosamente diviso per generi di Infinity Tv o Sky On Demand sarebbe passato del tutto inosservato. Possiamo dire che Netflix è molto brava a valorizzare quel poco che ha, figuriamoci se avesse tanto.

Un palinsesto è molto comodo perché mi scomoda dall’incombenza di scegliere fra 5000 film. C’è qualcuno che sceglie per me che film vedere stasera. Può essere fastidioso, ma l’imbarazzo della scelta a volte può esserlo ancora di più. Per ovviare, le piattaforme televisive hanno semplicemente moltiplicato il numero di “qualcuno che sceglie per me” moltiplicando i canali. Il giusto mezzo sta nella possibilità di scegliere, ma di scegliere in maniera guidata, senza essere abbandonato a me stesso. In questo la piattaforma di Netflix è molto avanti ed è qualcosa di diverso da qualsiasi altro servizio di streaming in Italia perché sfrutta pienamente le informazioni che può acquisire ogni volta che interagiamo con la piattaforma. Il problema di una piattaforma con contenuti bellissimi ed esclusivi come Sky, è che chi sviluppa i contenuti editoriali di National Geographic non si parla con la redazione di Sky Cinema o di Discovery Channel. Il mio decoder Sky, ormai collegato a Internet da 3 anni, potrebbe sapere vita, morte e miracoli sulle mie abitudini televisive, eppure quando vado su Sky On Demand, trovo tanti contenuti alla rinfusa ordinati per generi e canali. Tanta è la cura con cui Sky impacchetta i canali, quanta è la sciatteria con cui ha sviluppato Sky On Demand e Sky Online.

Riflettendoci, perché Sky dovrebbe offrire per 9 euro al mese tutti i suoi contenuti all’interno di una piattaforma migliore della combinazione satellite/decoder, quando ha quasi 5 milioni di abbonati che per il pacchetto base pagano 20 euro? Non è un caso che chi si abbona all’offerta di Sky Online a 9 euro mensili non abbia la possibilità di trasmettere direttamente i contenuti per cui paga a un televisore se non acquistando un “tv box”. E’ il classico problema di cannibalizzazione. Sky non investe molto sul servizio Sky Online, non lo cura particolarmente, perché altrimenti andrà ad intaccare l’offerta su cui guadagna di più. Il problema è che quando la tua piattaforma è “cannibalizzabile” da una a più basso costo e con migliori prestazioni grazie a una nuova tecnologia, se non la cannibalizzi tu, lo farà qualcun altro.

Questo è esattamente quello che sta facendo Netflix con la pay tv e i canali gratuiti (in Italia, come nel resto del mondo). Netflix, fondata nel 1997 come videonoleggio via posta, ha una capitalizzazione di 45 miliardi, contro i 30 miliardi di DISH (una società di pay tv via satellite americana fondata negli anni ’80), i 25 miliardi di Bskyb (casa madre di Sky) e i 5 miliardi di Mediaset. I mercati finanziari hanno le idee piuttosto chiare su dove si sposteranno i profitti di chi vende contenuti video.

Nella catena del valore dell’entertainment, Netflix sta rivoluzionando la distribuzione, ma fa ancora fatica a imporre le sue logiche alla produzione, tanto che ha deciso di investire pesantemente nella produzione di contenuti propri. Il mondo delle produzioni cinematografiche e televisive è ancora governato da logiche di 30 anni fa: produzione organizzata di grandi studios, esclusive, finestre di distribuzione, etc. E’ un mondo che tutto sommato non è stato divorato da internet come lo è stato il mondo della musica. Nel settore musicale le case discografiche si sono letteralmente calate le braghe e, a parte qualche rara eccezione (Beatles, Battisti, etc.) sui servizi di streaming c’è tutto il catalogo senza esclusiva perché fondamentalmente la musica è diventata una commodity. Il valore sta nel modo di distribuire la musica. Sta nelle radio che compongono playlist basate sui miei gusti; su piattaforme di condivisione che mi consentono di scoprire nuova musica; sull’applicativo di Spotify che mi fa la playlist per correre in base al ritmo dei miei passi percepito attraverso l’accelerometro dell’iPhone.

Nel mondo della musica, non esiste una situazione in cui i contenuti di EMI li trovo su Apple Music, mentre quelli di Universal su Spotify. Tutto è su tutto e la partita si gioca su altri fronti remunerando chi produce in base all’effettivo utilizzo da parte dell’utente (sulla quota di questa remunerazione, discografici, artisti e servizi di streaming stanno ancora negoziando molto). Immagino che in futuro, la casa discografica non avrà ragione d’essere dal momento che tutta la parte di distribuzione, promozione e impacchettamento del contenuto verrà fatta in maniera molto più efficiente online da servizi come Spotify che, un giorno, alla fine forse potrà remunerare maggiormente l’artista bypassando la casa discografica.

Per quanto riguarda la produzione di film, gli studios e i canali televisivi hanno ancora il loro modo di fare business integrando molto produzione e distribuzione. Gomorra e Romanzo Criminale li finanzia e Sky li vuole in esclusiva per sé, distribuendoli al limite su altri canali in finestre di distribuzione successive. Netflix si è adattata al gioco producendo serie in esclusiva e distribuendole in esclusiva per sé, ma il vero modello a cui Netflix sta mirando è quello di Spotify in cui tutto sarà disponibile su tutto e le piattaforme di distribuzione verranno scelte non in base ai contenuti, ma in base a quanto funzionano bene le piattaforme stesse. E in questo mondo, Netflix è avanti di qualche decennio visto che da quando è nato, non potendo contare su contenuti esclusive, ha investito sul modo di distribuire vecchi contenuti. E’ chiaro come Sky e Mediaset faranno di tutto per entrare nella partita della banda larga controllandone (rallentandone) lo sviluppo e ostacolandone l’accesso a contenuti terzi, ma alla fine la tecnologia avrà la meglio. Cinque anni sembrava impossibile distribuire alta definizione su un’ADSL da 7 mbit e invece oggi Netflix è accessibile da quasi tutto il parco ADSL nazionale.
L’entertainment non è diverso da ogni altro settore industriale: quando ti rendi conto che sei costretto ad innovare, è già troppo tardi.

Commenti disabilitati su It’s Netflix Time

Share |

Comments are closed.