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Grecia raus

Inserito da danybus | febbraio 19, 2015

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Da quando la sinistra di Tsipras è salita al governo, la Grecia e l’ipotesi di una sua uscita dall’euro (definita sinteticamente con il termine Grexit, una delle più brutte crasi della storia) sono tornate agli onori e agli orrori della cronaca.

La Grecia è stata già salvata due volte. La prima nel 2010, quando il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea le prestarono 110 miliardi per farla andare avanti fino al 2013. La seconda nel 2012, con un piano da 130 miliardi che comportò una perdita secca del 52% per i detentore privati di bond (sono stati esclusi quelli detenuti dalla BCE), il consolidamento dei precedenti prestiti e ulteriori aiuti di circa €30 miliardi per la ricapitalizzazione del sistema bancario greco. Complessivamente la Grecia ha quindi ricevuto aiuti per 230 miliardi.
Per effetto di queste ristrutturazioni, oggi il debito greco, pari a circa il 175% del PIL, paga interessi pari al 2,6% del PIL, mentre l’Italia, con un debito pari al 136% del PIL, paga interessi pari al 4,5% del PIL. Non solo, il debito Greco ha una scadenza media di 16 anni (più comodo da pagare e rifinanziare, la più lunga d’Europa), contro i 7 anni dell’Italia.

pagamento interessi

Se la Grecia ha già ricevuto aiuto per 230 miliardi (praticamente la maggior parte del suo debito pubblico è detenuto da istituzioni pubbliche europee o banche greche), se paga pochi interessi e le scadenze sono così comode, dov’è il problema? Il problema è che quegli aiuti sono stati concessi a determinate condizioni: il mantenimento di un surplus di bilancio mostruosamente alto (il 5%), il completamento di alcune riforme strutturali e la permanenza della cosiddetta Troika in Grecia (il terzetto formato da BCE, Unione Europea e Fondo Monetario) come “badante” per l’implementazione di tutto ciò.

Salendo al governo, Tsipras e il suo scamiciato ministro dell’Economia Varoufakis hanno promesso al popolo greco che avrebbe rispedito a casa la Troika e che avrebbe incrementato la spesa pubblica mantenendo un avanzo di budget dell’1,5% (anziché il 5% promesso ai creditori). A questo punto IMF ed Europa hanno bloccato l’esborso delle tranche di aiuti previsti nel secondo bailout e la BCE ha chiuso i rubinetti della liquidità alle banche greche, non accettando più di portare a sconto i titoli di stato greco, pur lasciando aperta la liquidità dell’ELA (Emergency Liquidity Assistance) fornita dalle Banca Centrale Greca al sistema bancario greco. Senza una svolta in questo stallo, a fine febbraio la Grecia non potrà più pagare stipendi e pensioni e al sistema bancario greco probabilmente sarà negato anche l’accesso all’ELA. Verranno imposti limiti al trasferimento di capitali all’estero e nel giro di qualche giorno la Grecia uscirà dall’Euro.

Fino ad oggi i negoziati hanno preso le pieghe di una partita di poker in cui i Tsipras e Varoufakis erano convinti di poter ottenere quello che volevano, perché nessuno avrebbe sopportato l’idea di una Grecia fuori dall’Euro. Temendo questo andazzo, qualche mese fa fonti del governo tedesco hanno fatto circolare la voce che la Germania non vedeva più un pericolo contagio elevato nell’uscita della Grecia dall’Euro. I mercati finora hanno dato ragione alla Germania, spuntando le armi di Tsipras & co. Più i greci si facevano minacciosi, più i listini europei continuavano a salire sotto la spinta propulsiva del quantitative easing annunciato un mese fa. E infatti oggi i Greci, abbassando di molto i toni, hanno chiesto ufficialmente l’estensione del programma di aiuti per altri sei mesi promettendo di fare il possibile per non compromettere gli impegni già presi. Se all’indomani dell’elezioni se ne erano usciti con frasi shock del tipo “La Troika è morta”, “non chiediamo un’estensione del bailout, perché il bailout non c’è più”, oggi Varoufakis ha firmato una lettera sommessa indirizzata all’Eurogruppo in cui chiede un’estensione di sei mesi dell’attuale programma nell’ambito di una rinegoziazione dei termini che permette un rispetto più sostenibile delle sue condizioni.

La frase chiave della lettera inviata da Varoufakis all’Eurogruppo è:

The Greek authorities honour Greece’s financial obligations to all its creditors as well as state our intention to cooperate with our partners in order to avert technical impediments in the context of the Master Facility Agreement which we recgnize as binding vis-a-vis its financial and procedural content.

Insomma, la Grecia riconosce il programma d’aiuti come “vincolante” anziché voler mandare tutto all’aria e non pagare. Un bel passo avanti. Eppure la Germania ha subito gelato la proposta dicendo che serve un impegno concreto a rispettare gli impegni attuali. Come darle torto…

A questo punto si direbbe che l’Europa sia davvero intenzionata a far uscire la Grecia dall’Euro. Una Grecia che chiede solo di spendere un pochino di più chiudenddo con un avanzo dell’1,5% anziché del 5%. Come mai tanta intransigenza nei confronti di un paese che, in fondo, non pesa poi tanto sul PIL complessivo dell’Europa (l’un percento!)?
Il problema è l’emulazione di paesi che hanno un peso ben più grande in Europa.
Vi ricordate quando l’Italia chiese di spingersi ad avere un deficit del 3% anziché del 2,7%? L’Europa ci impose tutta una serie di clausole di salvagurdia che, in caso di sforamento, ci porteranno a un aumento delle aliquote IVA fino al 25% e a un aumento delle accise sui carburanti. Immaginate come si sentirebbe un paese come l’Italia, che deve combattere per ottenere di poter spendere uno zerovirgola in più pur non avendo chiesto nessun aiuto esterno, vedendo un paese come la Grecia che ha ricevuto due aiuti per 230 miliardi a cui si permette di sforare gli obiettivi originari passando dal 5% all’1,5% di avanzo sul PIL. Idem dicasi per la Spagna.

Non c’è economista che ritenga raggiungibili e deleteri gli obiettivi imposti alla Grecia, probabilmente lo sanno anche in Germania. Purtroppo, però, i greci hanno creato così tanto clamore intorno a questa ristrutturazione, da rendere la questione del moral hazard e dell’esempio che si dà agli altri paesi più rilevante delle cifre realmente in gioco e del buon senso. Questo è quello che succede quando la politica prende il sopravvento sulla politica economica. Purtroppo l’Europa farà della Grecia un esempio. Un esempio non solo per imporre il rispetto dei patti, ma anche per favorire una negoziazione meno urlata e politica. Uno potrà pure guadagnarsi il consenso interno sfidando a muso duro l’Europa, ma poi il risultato è l’intransigenza e l’azzeramento di ogni spazio negoziale. Con buona pace di Salvini e Grillo.

Sarà una tragedia? Dicono di no. Dicono che la Grecia pesi poco sull’Europa e che ormai ci siano tutta una serie di meccanismi che limitano il rischio contagio. I mercati sembrano crederci per ora.
Anche quando Lehman Brothers stava per fallire si ritenne che in fondo la banca americana non era così grande rispetto all’intero sistema bancario e che bisognava dare un esempio a tutte le altre banche… Ricordate poi cosa è successo?

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