Lo spazio di mezzo del Cardellino

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Ci sono romanzi che ti coinvolgono con un intreccio avvincente e romanzi che ti abbracciano anche senza raccontarti niente di particolare. Il Cardellino (The Goldfinch) di Donna Tartt rientra senz’altro in quest’ultima categoria. L’incipit sembra quello di un thriller avvincente, con il protagonista – Theo – che racconta in prima persona di essere braccato e drogato in una camera di albergo ad Amsterdam. Poi, però, il tempo e le pagine si dilatano con un’ampia ellissi che ci catapulta al giorno in cui Theo bambino perse la madre durante un attentato al Metroplitan Museum of Arts di New York. Theo era con lei nel museo, ma riesce – non si sa come – a salvarsi e a sottrarre – spinto da non si sa che – un famoso dipinto di Fabritius (Il Cardellino). Per non farsi mancare niente, proprio nello stesso momento dell’attentato, Theo si innamora di una ragazza, anche lei superstite, che poi riuscirà a trovare a New York. Ora vi immaginerete ogni tipo di colpo di scena intorno a questo attentato e a questo furto. Vi immaginerete una storia d’amore passionale. Invece no, tutto scorre lentamente in un’atmosfera ovattata con Theo che prova ad andare avanti nascondendo un segreto (il dipinto), covando un dolore (sopravvivere alla propria mamma) e coltivando una speranza (Pippa, la ragazza del museo). Theo vive fuori sincrono e per questo riesce a focalizzarsi sull’interiorità delle persone in maniera straordinaria senza mai entrarne veramente in contatto con loro, neanche con il suo amore. L’unico con cui riesce a stabilire un rapporto profondo e con cui fa entrare in contatto il lettore è un personaggio pazzesco di nome Boris, un coetaneo apolide, drogato e sgangherato che sembra il suo esatto complemento e lo accompagnerà fino alle fasi finali del romanzo. Boris è per certi versi il complemento ideale di Theo: entrambi con un’infanzia problematica in cui hanno sviluppato un amaro disincanto sul mondo. Theo si è chiuso in se stesso, Boris si è aperto al mondo. Viene descritto così:

You didn’t meet many people who moved freely through the world with such a vigorous contempt for it and at the same time such oddball and unthwartable faith in what, in childhood, he had liked to call “the Planet Earth”.

La prosa del libro scorre lenta e nonostante i numerosi cambi di scena (da New York a Las Vegas, da Las Vegas ad Amsterdam) e gli ambienti malfamati in cui si dipana la trama (falsari, droga, usurai, etc.) tutto è visto attraverso la lente dissociata di Theo. Tutto è senza senso:

Yet if you scratched very deep at that idea of a pattern, you hit an emptiness so dark that destroyed, categorically, anything you’d ever looked at or thought of as a light.

Donna Tartt scrive con una prosa stupefacente (è la prima volta che leggo un suo romanzo). Ogni parola è scelta con estrema cura e a volte leggendola ti sembra addirittura di sentire l’aria del deserto di Las Vegas. Molti hanno fatto paralleli tra Tartt e Dickens, ma per certi versi a me è parsa molto proustiana nelle descrizioni e nel restituire con inquietudine al lettore il non-senso della realtà. E anche la scelta di un dipinto di Fabritius è un po’ proustiana, dal momento che Proust rese famoso un dipinto di Vermeer (maestro di Fabritius) in un famoso passaggio della Recherche. Come Proust, la Tartt trova nell’arte e nella bellezza in generale quel mistero in grado di dare un senso alla realtà:

Between reality on the one hand, and the point where the mind strikes reality, there’s a middle zone, a rainbow edge where beauty come into being, where two different surfaces mingle and blur to provide what life does not: and this is the space where all arts exists, and all magic. […] And just as music is the space between notes, just as the stars are beautiful because of the space between them, just as the sun strikes raindrops at a certain angle and throws a prism of color across the sky – so the space where I exist, and want to keep existing, and to be quite frank I hope I die in, is exactly this middle distance: where despair struck pure otherness and created something sublime.

Ecco, non ho mai letto una definizione più universale e calzante di arte (neanche in Proust). Se Theo parla a nome dell’autrice, credo proprio che Donna Tartt sia riuscita collocare se stessa e le sue 900 pagine di romanzo in quella zona di mezzo.

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