Interstellar

unnamedLa fantascienza è un genere che ha molti seguaci per diversi motivi: fa sognare qualcosa di futuribile; asseconda le fantasie di chi crede nel progresso e mette nero su bianco (o su pellicola) le nostre speranze e le nostre paure sul futuro. Ovviamente c’è fantascienza e fantascienza: su un mondo futuro ci puoi costruire dei bellissimi film d’azione, dei thriller, degli horror distopici. E’ un genere con potenzialità estese perché lascia la massima libertà allo sceneggiatore pur costringendolo a rimanere ancorato a qualcosa di minimamente scientifico, futuribile e coerente. La fantascienza è la fantasia degli adulti, è la fiaba per chi non è più bambino e, come tutte le fiabe, ha un carico narrativo pesante in grado di raccontare sentimenti e concetti forti.

Tutto questo per spiegare i motivi per cui Interstellar è uno dei migliori film degli ultimi 14 anni (facciamo pure 15) e un esempio magistrale di come sfruttare al massimo un film di fantascienza.
In questo film c’è tutto. C’è uno scenario apocalittico da fine del mondo e Christopher Nolan riesce a dipingerlo magistralmente e furbescamente con sapori retrò: nessun alieno, nessuna nave spaziale, computer super veloci, ma solo un’umanità che ritorna pacatamente a campare di agricoltura abbandonando la tecnologia (i protagonisti utilizzano codice morse e codice binario per uscire da certi impasse). E’ una scelta originale che ci trasmette una certa inquietudine, ma allo stesso tempo evita quello spaesamento tipico di film in cui vengono raffigurate civiltà e società troppo lontane dalla nostra.

C’è l’azione. Un’azione che non ricorre a trucchetti facili dei film di fantascienza come razzi fotonici o astronavi che sembran fulmini, ma un’azione che trasmette palpitazione semplicemente quando una navetta cerca di fare manovra. Ci sono combattimenti corpo a corpo à la Batman in scenari algidi e apocalittici e una navicella che sfugge da onde d’acqua alte 100 metri. Una figata in grado di far montare l’adrenalina.
Soprattutto ci sono i sentimenti, c’è l’amore. Non un amore romantico, non il melò, ma l’amore più puro tra un padre e una figlia che trascende tempo e spazio. Il tempo, dilatato e ristretto per effetto di un buco nero in cui un’ora lì dentro corrisponde a 7 anni sulla terra per effetto della gravità, è l’esponente che eleva a potenza qualsiasi sentimento (la meschinità, l’amore paterno, l’amore tra due innamorati, l’egoismo, l’ambizione). La sceneggiatura gioca continuamente con il tempo e con lo spazio tirando addosso allo spettatore dei macigni emotivi difficili da schivare.

Come in tutti i film di fantascienza, ci sono degli alieni, a cui ci si riferisce con il termine “loro”. Sono “loro” che aprono una singolarità vicino a Saturno per salvare l’umanità. Sono “loro” in cui l’umanità ripone le proprie speranze. Però, diversamente da altri film di fantascienza, loro non si vedono, non prendono alcuna sembianza e rimane solo la fede (in questo Interstellar riprende vagamente il tema di un altro grande film di fantascienza, Contact).

Le critiche più facili da fare al film riguardano le mille inesattezze sulla fisica dei buchi neri, sulla teroria della relatività e un finale che ha a che fare più con la metafisica che con la fisica. Ricordiamoci, però, che i film di fantascienza sono fiabe per adulti. Lasciate stare la fisica dei buchi neri e la teoria della relatività; perdetevi nella regia di Cristopher Nolan, che è fighissima; cercate la morale, che è bellissima.

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