Il fattore X e la tv italiana

X-Factor-8-giuria_980x571Giovedì scorso è successo qualcosa di straordinario nel panorama audiovisivo italiano: durante la prima puntata in diretta dell’ottava edizione di X Factor, Sky Uno HD, un canale satellitare visibile solo a pagamento, è stato il quinto canale più visto in Italia con 1,2 milioni di telespettatori, il 6% del totale, superando Rai Due, Rai Tre e Rete 4. Il 25% dei telespettatori stava vedendo Che Dio ci aiuti 3 su Rai Uno; il 13,7% Zelig su Canale 5; Il 7% l’Europa League su Italia1 e il 6,5% Santoro su La7. Praticamente un abbonato Sky su cinque stava vedendo X Factor. Non credo che in Italia si sia mai registrata una performance simile su una piattaforma satellitare a pagamento per eventi non sportivi.

Negli anni passati ho sempre snobbato il fenomeno X Factor, mostrando un forte deficit di curiosità che si accumula sempre più man mano che mi avvicino agli “anta”, ma quest’anno mi sono deciso a studiare un po’ il fenomeno con il piglio dell’entomologo dei fenomeni di massa. Dopo aver visto tre puntate e averci riflettuto un po’ sono arrivato ad alcune conclusioni sul fenomeno X Factor e su come, più in generale, il suo successo sia riflesso e conseguenza di tutto un complesso di cose di questi anni ’10.

1) Dalla dittatura dei palinsesti all’anarchia dell’on-demand. Siamo diventati persone più sole dal punto di vista televisivo. Il time shifting, cioè la possibilità di vedere i programmi quando ci pare (in streaming, scaricandoli da internet o in dvd) ha sostituito la dittatura dei palinsesti con l’anarchia dell’on-demand. Appena due amici scoprono di seguire la stessa serie tv, la domanda successiva è “a che stagione sei?” (stagione, non episodio!). E subito la conversazione finisce lì perché uno è alla terza stagione e l’altro ha cominciato a vederla da poco. La serie tv è uno strumento ottimo per impegnare il telespettatore allo schermo per periodi prolungati (in questo senso è molto più efficiente di un film che costa molta più da produrre e ti tiene sullo schermo per non più di due ore al massimo), ma non è più in grado di generare conversazioni e coinvolgimento simultanei perché ognuno la segue a tempi alterni.
X-Factor, invece, ci obbliga tutti a stare incollati al televisore nello stesso momento. Se ne parla in diretta, se ne parla il giorno dopo, si discute sui social network. X Factor è insomma in grado generare conversazioni in maniera straordinaria e lo fa in modo molto più efficiente di qualsiasi evento in diretta. Gli eventi sportivi costano decisamente tanto ai network televisivi (agli abbonati e agli inserzionisti) e generano conversazioni tra un pubblico che non è demograficamente e socialmente trasversale (in genere un pubblico prettamente maschile).

2) Sentenze à gogoo. E’ sempre più difficile parlare di quanto sia bravo un attore o di quanto sia bella la sceneggiatura di un film. Nel mondo dei social network, dove lo status, il tweet e la battuta veloce sono i mezzi d’espressione principali, bisogna dare giudizi netti e taglienti. X Factor, così come altri talent show, si presta alla perfezione perché fa del “giudizio”, la materia prima del programma. I concorrenti si sottopongono al giudizio dei loro giudici/coach; i giudici/coach si sottomettono, a loro volta, al giudizio supremo del pubblico. Investito di questo potere, il pubblico, televota, twitta, scrive su Facebook e giudica tutto nella maniera più spietata possibile. Scegliendo come giudici e concorrenti delle personalità forti ed estreme, gli autori di X Factor utilizzano per il talent show delle tecniche prese in prestito dal talk show politico: non importa che Fedez sia uno che ci capisce più di tatuaggi che di musica; non importa che Morgan sia preso da attacchi di logorrea sbiascicante dopo aver tirato qualche striscia; non importa che la Cabello non sappia andare oltre le playlist di MTV; non importa che Mika non parli l’italiano alla perfezione. Sono tutti elementi che polarizzano le opinioni dello spettatore come fanno uno Sgarbi, un La Russa o un Travaglio quando sono invitati ai talk show. E tutto questo funziona perché non si riesce a vedere X Factor per più di 2 minuti senza sparare una sentenza. Quando si vedeva (e chi lo vede più) il Festival di Sanremo, il grande avo del talent show musicale, si ascoltavano in religioso silenzio le performance, si ascoltavano le opinioni di chi di musica ci capiva. Con X Factor, il pubblico invece è il giudice supremo, un giudice variopinto, numeroso e generalmente incompetente sul mondo musicale dello show business. E così gli autori di X Factor ci danno tutta una serie di elementi su cui è facile twittare.

3) La fabbrica di Meteore. Per le cose dette sopra, il prodotto di X Factor, è X Factor, è la gente che parla di X Factor. Dopo otto stagioni forse siamo riusciti a capirlo: da X Factor non uscirà mai la nuova Laura Pausini o il nuovo De Andrè. E’ una trasmissione che fabbrica meteore. Aram Quartet, Matteo Beccucci, Marco Mengoni, Nathalie, Francesca Michielin, Chiara Galiazzo, Francesca Bravi. Questi sono i vincitori delle precedenti edizioni di X Factor. Pochi sono riusciti a fare più di un album (con risultati discutibili) e la maggior parte pur cantando anche bene, sono caduti nel dimenticatoio e riprova che nel mondo dello show business puoi anche vincere un talent show e avere una voce che si estende per quattro ottave, ma se non sei bravo a promuoverti o non hai un buon agente, sei destinato a perderti nello spazio della prossima stagione di X Factor.

4) Il bello dell’esclusività autoprodotta. Per anni siamo stati abituati a concepire la pay tv come lo spazio televisivo in cui vedere il film in prima visione e il calcio in diretta. Tutto il resto era gratis ed era mediocre: l’informazione, le serie tv, l’intrattenimento, i cartoni animati, i talent show, etc. Sky è finalmente riuscita a rendere “premium” un segmento televisivo ritenuto storicamente popolare e di bassa cucina. Per la prima volta la gente paga un canale televisivo per vedere un talent show. Chi non è abbonato a Sky va dall’amico che ha Sky non solo per vedere la partita, ma anche per vedere X Factor. E’ un risultato che era impensabile fino a qualche anno fa e che sarà molto importante per il futuro di Sky. I diritti per la trasmissione delle partite di calcio costano sempre di più e, ad esempio, per la prossima stagione di Champions League, Sky ha lasciato che Mediaset si aggiudicasse le competizioni europee. Sul conto economico di Sky sarà redditizio perdere 5 abbonati appassionati di Champions League e guadagnarne uno per programmi autoprodotti come X Factor, visto che il costo annuo sarà sicuramente più basso rispetto alle partite di calcio di serie a (per le quali Sky ha speso 572 milioni di euro).

E’ un fenomeno positivo, perché i soldi cominciano a circolare anche per la produzione di contenuti originali e prodotti in Italia, non solo per pagare stipendi milionari a quel circo che è diventato ormai il gioco del calcio. Il circolo virtuoso è ben visibile. Serie televisive italiane di qualità come Boris, Romanzo Criminale e Gomorra, non sarebbero mai state prodotte in Italia senza la scommessa di Sky di puntare su questi contenuti per diversificare il calcio. Trasmissioni come X Factor sono dal punto di vista qualitativo dei piccoli gioielli per coreografia, regia, luci e montaggio. Ci si lamenta sempre della scarsa qualità dei contenuti televisivi italiani, senza che nessuno ci abbia mai puntato più di quanto si riusciva a raccogliere con il canone RAI e con quello che erano disposti a pagare gli inserzionisti. Sky ha mostrato come si possano invertire certe logiche e come investire sui contenuti alla fine paghi.
I risultati Auditel di giovedì scorso stanno lì a certificarlo.

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