Mingalaba

Criticare eccessi e paradossi dei social network è un esercizio molto facile e nella maggior parte dei casi triste. Chi si fa beffa di una selfie scattata in vacanza o dell’entusiasmo gridato ai quattro venti con status infantili spesso non ha nulla da comunicare, se non il suo disprezzo per chi comunica. E’ lo stesso spirito di chi compulsa profili Facebook con interesse, curiosità e sana voglia di farsi gli affari degli altri per poi lamentarsi dell’irrilevanza di tante cose vacue e inutili (chi se ne frega del piatto che mangi, chi se ne frega delle tue serate in discoteca, e ‘sti cazzi qui e ‘sti cazzi lì). Le lamentele dei detrattori dei network sono molto spesso autoassoluzioni ad uso e consumo degli stessi detrattori, che si sentono in colpa meno per la loro mancanza di cose da condividere che per la curiosità con cui leggono ciò che condividono gli altri.

La premessa è dovuta perché riflettendo sui viaggi e sull’estate mi è sempre rimasta una sensazione di vuoto rileggendo quello che ne resta sui profili dei miei social network e su quelli degli amici, ma non sono molto incline a criticare chi nell’ultimo mese ha aggiornato in diretta il suo profilo con le sue foto e i suoi momenti migliori dell’estate. Quando i social network non erano ancora molto diffusi, scrivevo qualche appunto di viaggio su queste pagine del blog: erano scritti che non avevano il pregio dell’immediatezza ma conservavano il dono della riflessione. E siccome il viaggio è un qualcosa che dovrebbe arricchire prima ancora che distrarre e distendere, secondo me, senza alcuno scopo critico e moralizzatore, sarebbe meglio tornare alla vecchia pratica trombona di scrivere un piccolo resoconto a posteriori che poi possa restare e durare di più dello spazio di uno status su Facebook. Sono appunti per me e per voi con l’ambizione di scrivere qualcosa di più originale della roba che si trova su Turistipercaso e Tripadvisor, ma, certo, senza l’ambizione di scrivere una guida turistica.

Il paese che ho visitato quest’estate è il Myanmar, meglio noto come Birmania. E’ un sogno che coltivavo da otto anni, cioè da quando mi ero sorpreso a vagare tra i templi thailandesi e i siti archeologici cambogiani di Angkor Wat. Da allora ho visitato molto l’Asia (Cina, Malesia, Indonesia, Cambogia, Thailandia, Singapore) rimanendo sempre affascinato dalla complessità di una regione con una storia millenaria a noi poco nota che non ha nulla da invidiare alla nostra sequenza di imperoromano-medioevo-rinasimento-rivoluzioneindustriale-guerremondiali. Il Myanmar, però, l’avevo sempre lasciato da parte per le difficoltà a viaggiare in un paese sotto embargo e con una dittatura militare. Da qualche anno le cose sono un po’ migliorate con l’instaurazione di una finta democrazia parlamentare e la liberazione di Aung San Suu Kyi.

E così eccomi a Yangon, la capitale. Il primo impatto è quello di una città autenticamente asiatica in cui l’occidente non ha attecchito. I marchi giapponesi, coreani e cinesi la fanno da padroni e non c’è traccia di marchi o insegne occidentali. La modernità sembra aver colpito questa città solo di striscio creando forti contraddizioni tra l’atteggiamento semplice della gente e l’espansione di cantieri e traffico. Il colonialismo inglese, che in altre parti dell’Asia ha plasmato l’architettura cittadina, a Yangon emerge timidamente in qualche vecchio palazzo governativo. L’attrazione principale della città è la pagoda d’oro più grande del paese: 98 metri dorati che sovrastano la città e creano dei riflessi stupefacenti al tramonto. Di notte viene sempre illuminato a giorno e da lontano si staglia come un faro imponente in una skyline più forestale che metropolitana. La pagoda d’oro di Yangon non è particolarmente bella stilisticamente parlando ma è un buon antipasto per assaggiare la spiritualità di un paese in cui il Buddismo si è sviluppato in modo scenografico.

Il piatto forte arriverà visitando Bagan, una città situata più a nord che ospita un enorme sito archeologico in cui troverete in una superficie di 10 km quadrati circa 2200 templi costruiti intorno all’undicesimo secolo quando Bagan era la capitale del regno birmano. Anche trascurando gli aspetti religiosi, archeologici e architettonici, il parco di Bagan stupisce per le vedute mozzafiato sulla storia e il tramonto di una civiltà in un contesto rurale, calmo e rilassante. Si può girare liberamente in bicicletta e salire sulle sommità dei templi godendo di una veduta di insieme spettacolare, oppure, se il tempo lo permette, sovrastare il tutto da una mongolfiera.

Proseguendo verso il nord della Birmania si può raggiungere Mandalay che viene considerata la capitale culturale della Birmania. E’ un po’ meno caotica e disordinata rispetto a Yangon e vi si trova un importante monastero che ospita più di 4000 monaci buddisti. E’ suggestivo assistere alla cerimonia di donazione del riso e altri rituali dei religiosi di questo complesso anche se a volte si ha l’impressione (errata) di una messa in scena per turisti. Nei dintorni di Mandalay c’è più grande tempio del mondo (completato solo per un terzo). Una pagoda colossale rovinata dai terremoti che hanno colpito la Birmania e costruita solo alla base. La monumentalità della costruzione stride in modo affascinante con la semplicità del villaggio in cui è sito, raggiungibile con una gita in battello sul fiume.

Ultima tappa del viaggio è stata nella regione del lago Inle. Un incavo circondato dai monti che ospita il secondo lago della Birmania con 72 km quadrati di estensione. Sul lago sorgono villaggi su palafitte in cui si vive di pesca e coltivazioni su orti galleggianti. L’estensione del lago, puntellato di ninfe e attraversato da imbarcazioni tipiche di pescatori e contadini creano un contesto di pace e dei paesaggi unici al tramonto. Non c’è un’attrazione in particolare da segnalare in questa regione. La cosa migliore è prendere una barchetta e perdersi tra i canali alimentati dal lago, andando a curiosare tra pescatori e agricoltori che si muovono precariamente su isole galleggianti. Gli alberghi nella regione non hanno devastato il paesaggio e sono stati costruiti su palafitte rispettando lo stile del luogo e offrendo agli ospiti un’atmosfera di pace, relax e vastità. Dalle palafitte di quel lago ho visto tramonti che ti facevano desiderare solo di fermare il tempo.

La Birmania non sarà forse il paese più bello del mondo, ma è uno dei pochi posti in cui è possibile veramente scoprire una cultura nuova e autentica senza le contaminazioni della globalizzazione o di un turismo esasperato. La popolazione è curiosa, aperta e mai particolarmente opprimente. Sorriso e gentilezza sono sempre spontanei e mai animati dalla volontà di compiacere o ricevere mance. C’è un’arretratezza diffusa che però non sfocia mai nella povertà e nell’indigenza: la gente sembra generalmente felice, non invidia niente e non chiede nulla ai turisti se non un po’ di attenzione e dialogo. Mai come in nessun altro paese mi sono sentito tanto sicuro e tranquillo. Certo, tutto questo nasconde decenni di dittatura. Dietro la stabilità c’è la repressione della libertà di espressione e lo sviluppo economico che sta facendo crescere il paese è sempre più inquinato da nepotismi e corruzione (ma questo succede anche nella sviluppata Cina). L’embargo da parte dell’occidente ha tenuto indenne il paese dalla globalizzazione ma l’ha spinto nelle braccia della Cina da cui visibilmente dipende per qualsiasi tipo di importazione (ad esempio è difficilissimo trovare macchine decenti, ma tutti gli scassoni con cui girano sono dotati di sistemi multimediali con schermo lcd importati dalla Cina che evidentemente non costano nulla). Proprio la forte crescita della Cina ha alimentato la crescita del Myanmar e alcuni cantieri di Yangon lasciano presagire che lo sviluppo metropolitano disordinato della Cina possa sventrare anche i siti turistici del Myanmar. Non c’è una tutela vera e propria del paesaggio e dei siti archeologici e finora l’arretratezza, più di una politica attiva di valorizzazione, è ciò che ha protetto il patrimonio culturale di questo paese.

Dopo 8 anni d’attesa, le aspettative per questo viaggio erano molte e non sono state affatto deluse. Se il sud-est asiatico vi affascina e vi interessa, insomma, cominciate dal Myanmar prima che sia troppo tardi!

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