La coerenza di chi cambia idea

Ho finito di leggere da poco Il Desiderio di essere come tutti, il libro con cui Francesco Piccolo ha vinto il premio Strega di quest’anno. Non sono un amante della politica nei libri, né dei saggi storici, né delle mistificazioni di una sinistra in perenne assetto da cortina di ferro, per cui nonostante gli apprezzamenti e le recensioni positive che ha ricevuto, me ne sono tenuto sempre alla larga. Poi ho letto per caso un suo libretto molto piacevole sui piccoli piaceri della vita (Trascurabili momenti di Felicità), un romanzo un non molto originale ma ben scritto (La separazione del maschio) e mi sono detto: proviamoci.

Il Desiderio di essere come tutti è una roba a metà tra il saggio politico, l’autobiografia e il romanzo di formazione. Piccolo racconta la sua storia di uomo di sinistra mischiando sapientemente pubblico e privato, impegno e superficialità. Il conflitto tra queste dimensioni è la tensione che alimenta l’intero racconto ed è una tecnica molto efficace perché riesce a far percepire alcuni degli eventi degli ultimi cinquant’anni (il rapimento di Moro, la morte di Berlinguer, il compromesso storico, l’avvento e la caduta di Craxi, l’avvento e la caduta di Berlusconi) in un modo nuovo che non è né l’esposizione fredda di fatti storici, né la raccolta di sentimenti e impressioni. Piccolo riesce a cogliere e descrivere precisamente il momento in cui l’attualità entra nella sfera personale. Lo fa raccontando la sua esperienza autobiografica, ma lo fa così bene da rende quegli eventi più che attuali: atemporali.

L’esperienza di Piccolo è quella di un uomo di sinistra che suo malgrado, anno dopo anno, impara a fare i conti con quello che non va nella sinistra italiana. Capisce gradualmente, decennio dopo decennio, che l’etica della responsabilità è preferibili all’etica dei principî. Che non c’è alcuna utilità a stare dall’altra parte, ritenersi i migliori e perdere sempre. E’ qualcosa che personalmente io ho sempre dato per scontato, pur non comprendendo mai come sia stato possibile che per vent’anni la sinistra sia stata inerme “dall’altra parte” lasciando il campo interamente a Lega e Berlusconi. Non ho mai capito il perché di tanto masochismo, l’anacronismo di certe ideologie, il perché di un arroccamento compiaciuto e sprezzante, il rifiuto a non contaminarsi con quelli-che-votano-Berlusconi, il rifiuto dei loro voti. Insomma, non ho mai capito perché ci sia voluto tanto tempo per far sì che arrivasse un Renzi. Il libro di Piccolo mi è servito a capirlo.

Piccolo negli anni ’90 non sa che farsene del background politico. Capisce dentro di sé che il Comunismo come ideologia non è più attuabile, ma non sa in cosa trasformare i suoi ideali. Ci riesce, in una sorta di Epifania, leggendo un editoriale di Rodellina Balbi:

“Personalmente, sono ancora e sempre del parere che la distinzione da fare sia quella tra l’eguaglianza e il diritto all’eguaglianza: la prima non esiste (per fortuna): ciascuno di noi deve fare la sua corsa e arrivare dove potrà, saprà, vorrà. Altra è la parità delle condizioni di partenza: è questo che la sinistra deve ottenere, così come deve continuare a battersi perché la innegabile diversità tra gli uomini non diventi pretesto per la discriminazione e il sopruso dei forti nei confronti dei deboli” Ora, e allora, mi faccio e mi facevo la stessa domanda, dopo aver letto questo articolo: ma è possibile che non lo sapessi? Che per me fosse una rivelazione? E allo stesso tempo dicevo e dico: se era scritto, se Rosellina Balbi l’avevo scritto con tanta nettezza, se avevo detto “personalmente” – era perché bisognava chiarirlo, confermarlo. In qualche modo, dirlo.

Per Piccolo l’avvento di Berlusconi marca un’involuzione della sinistra, un sconfitta interna più che un disastro politico:

Siamo diventati la parte più reazionaria del Paese, nonostante ci fossimo definiti moderni, oltre che civili. In pratica, abbiamo cominciato a fare resistenza al malcostume, alla degenerazione, e pian piano la resistenza è diventa la nostra caratteristica principale, che è tracimata anche nel costume, in ogni forma di cambiamento, di accadimento. Abbiamo cominciato perfino a usare la parola: resiste – che è diventata senso di estraneità a tutto. Diamo l’impressione, al resto del Paese, di giudicarlo male qualsiasi cosa provi a fare; di essere scandalizzati, inorriditi.
Berlusconi su di noi faceva l’effetto di un dittatore all’incontrario: entravi nell’elenco dei sospettati se non parlavi male di lui. Il sarcasmo è stato l’elemento distruttivo dell’energia politica oppositiva.

E’ piuttosto intimo e tenero il racconto di come Piccolo e la moglie sotto sotto non erano dispiaciuti per la vittoria di Berlusconi perché ha permesso loro di condonare un soppalco costruito per fare spazio al letto dei figli.

Poi c’è un passaggio molto interessante che spiega come venivano scritti gli editoriali e i commenti ai fatti del giorno nella stampa italiana:

Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà̀ e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi piú ricchi e che poi queste barche naufragassero. […]. Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da cosí tanto tempo, e che bi­sognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente.
Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione. La richiesta dei giornali e il mio desiderio coincidevano alla perfezione: i giornali cercavano scrittori che dicessero le cose giuste che c’è bisogno di dire; io avevo cercato con tutte le forze di essere cosí; i lettori andavano ogni giorno in edicola e vedevano confermato in pieno quello che pensavano. Tutti avevano già pensato questi pensieri, è vero, ma il motivo era molto semplice: dicevamo cose giuste. Ci sentivamo rassicurati, nonostante ritenessimo di vivere tempi particolarmente bui: almeno c’era una comunità che difendeva una fortezza dentro la quale non ci importava nemmeno troppo cosa custodissimo.

E’ quello che viene chiamato “pensiero confermativo” ed è qualcosa che vedo riprodursi pericolosamente sui Social Network. Su ogni questione ognuno legge sempre le stesse fonti, mette i like a ciò che conferma il suo pensiero e di conseguenza, Facebook gli proporrà sempre più quelle fonti che a lui piacciono. Prima ognuno leggeva i suoi giornali di partito per coccolarsi nella vulgata di riferimento, oggi si sta chiusi in social network dove difficilmente si riesce a dialogare costruttivamente senza sfociare nel “trollismo” , in commenti infiniti, insulti e scontri a colpi di link.

Più in generale, il libro di Piccolo è un ottimo esempio di come cambiare idea possa aiutare a rimanere integri e coerenti.

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