Le cineserie dei revisori

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Non è che da queste parti, in Italia, sia così rilevante, ma ad Hong Kong si sta organizzando un movimento di protesta per ottenere un sistema elettorale del capo di governo più trasparente. Il capo di governo di Hong Kong si chiama Chief Executive (termine aziendale che applicato a una funzione governativa mi piace molto rendendo lo spirito di Hong Kong) e viene eletto da una comitato elettorale di circa 1.200 membri a loro volta scelti fra cosiddette “Functional Constituencies” (il settore assicurativo ad esempio elegge 30 membri del comitato elettorale, gli avvocati altri 30, il turismo 18 e così via). E’ un processo bizantino, tanto che non sono andato oltre le prime 10 righe di Wikipedia e, soprattutto, è un sistema fortemente inficiato dalle scelte del governo centrale della Repubblica Popolare Cinese che vigila minacciosa sulla baia di Hong Kong secondo il principio “un paese, due sistemi“.

Quel che mi sembra rilevante per l’Italia, invece, è che oggi le branch cinesi di Deloitte, Kpmg, PriceWaterHouseCoopers e E&Y abbiano pubblicato un annuncio a pagamento congiunto sui giornali di Hong Kong per scoraggiare il movimento di protesta sostenendo che molti dei loro clienti multinazionali avrebbero lasciato Hong Kong al primo segno di instabilità con gravissime conseguenza per le prospettive economiche di Hong Kong nel lungo termine.

E’ rilevante perché è piuttosto inusuale che delle società di consulenza (le Big 4) si facciano portavoce dei loro clienti intervenendo a gamba tesa su questioni politiche locali e contro ogni bon ton di public relation. Molto probabilmente alle Big 4 non importa un fico secco del sistema elettorale di Hong Kong, mentre è verosimile che queste abbiano ricevuto pressioni dalla Cina per intervenire sulla questione elettorale fornendo una sorte di parere terzo (un po’ come quando da noi si tiranno in ballo le agenzie di rating), pena la perdita di business nell’enorme e crescente mercato cinese.

C’è da chiedersi, a questo punto, come aziende con marchi e business globali come le big 4 possano permettersi di adottare politiche di comunicazione prettamente locali senza influenzare i loro affari da altre parti. Non so voi, ma il pensiero di quattro società di consulenza che, operando in regime di oligopolio nella certificazione di bilanci e processi aziendali di vitale importanza, si mettano a pubblicare un annuncio congiunto sui quotidiani di Hong Kong spendendo la parola dei propri clienti mi sembra sinistro e poco professionale. E la professionalità è la materia prima nel business di queste società.

Ancora più sinistra, però, è l’influenza che la Cina è riuscita ad esercitare su questi colossi che, per dimensioni e reputazione, dovrebbero godere di un’indipendenza inviolabile. E’ un’influenza sinistra perché queste società svolgono importanti ruoli anche in Italia. E’ vero che, per come sono organizzate (partnership, società cooperative internazionali) è moto difficile che la Cina possa esercitare pressioni sui partner cinesi di PWC (o di KPMG) affinché PWC in Italia si esponga su certi fatti. Il partner italiano di PWC potrebbe infatti mandare allegramente a quel paese il partner cinese che gli chiede questo favore. Oppure no.

Certo è che l’inserzione di oggi delle branch locali di Hong Kong di E&Y, Deloitte, PWC e KPMG segna un po’ uno spartiacque nella condotta di queste società all’estero e avrà non poche implicazioni su come queste società, ma anche i loro clienti (multinazionali di ogni tipo), faranno affari in un mondo sempre più globalizzato e bipolare.

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