Virtual Insanity

Dopo i 19 miliardi di dollari per Whatsapp e le altre botte di m&a miliardarie a cui la Silicon Valley ci sta abituando, l’acquisizione di Oculus VR per 2 miliardi di dollari da parte di Facebook non dovrebbe fare tanto scalpore. Ormai non è inusuale che si paghino prezzi altri per aziende con milioni di utenti e senza un centesimo di ricavi (la logica è quella del “grow first, monetize later”), ma questa Oculus VR non ha neanche un utente, neanche un prodotto che sia sul mercato, solo qualche prototipo. L’acquisizione sembra un po’ il capriccio di un geek miliardario: voi vi accodate a comprare la Playstation, lui si compra l’azienda che svilupperà la prossima “Big Thing” nel mondo dell’intrattenimento. Però due miliardi di dollari sono tanti, Facebook è una società quotata e l’acquisizione potrebbe avere fondamenti validi, avveniristici e inquietanti.

Il Financial Times scrive: “In 10 years time you won’t be reading your Facebook messages – you will be living them through an immersive, virtual reality experience. At least that is what Mark Zuckerberg believes. Is he right? Is virtual reality the next big technology platform?”

Capito? In un futuro più o meno prossimo, non solo leggeremo i post di Facebook, ma li vivremo attraverso un’esperienza di realtà virtuale “immersiva”. Se Zuckerberg ha ragione e se i miei amici non cambiano le loro abitudini sui social network (o se io non cambio amici), tra dieci anni potrei ritrovarmi in una realtà fatta di Nigiri, hamburger gourmet, cocktail di superalcolici in discoteca, e gambe abbronzate. Sarei sempre in compagnia di sorridenti modelli selfie con l’avambraccio teso e snodabile. D’estate vivrei ogni minuto in una cartolina perenne e a fine dicembre parteciperei a mille cenoni senza il problema dell’acidità di stomaco. Il progresso sarà farci alzare finalmente lo sguardo dallo smartphone, per poi farci indossare una specie di paraocchi.

La verità è che Facebook ha già creato la realtà virtuale e funziona benissimo. Una realtà in cui ognuno di noi può sentirsi vicino ai propri amici senza esserlo. In cui puoi avere l’illusione di raggiungere con le tue parole un’audience collettiva perdendoti nel mare dell’irrilevanza. E’ un mondo virtuale che funziona perché fatto di parole ed emozioni reali che a volte ci appagano con assuefazione riducendo lo stimolo ad uscire e vedere gente. E’ un mondo virtuale che è tanto più avvolgente quanto più ti illude di avere la libertà di vivere nel mondo reale: hai la confortante sicurezza di vivere la vita reale quando esci con gli amici a cena, ma dopo l’antipasto gli amici sono tutti con il capo chino sullo smartphone e il primo piatto, probabilmente, lo vedrai su Facebook.

Il casco di Oculus tecnicamente potrà diventare una gran cosa, ma è una barriera tra noi e il mondo esterno. Sarà una bella tecnologia per gli sviluppatori di videogiochi o per le società di telecomunicazioni, ma non credo che offra alcuna complementarietà o integrazione all’attuale piattaforma di Facebook. E’ un po’ come con Second Life: a un certo punto aziende e persone credevano che fosse così importante vivere in un mondo virtuale, tanto da investire in terreni e case virtuali nel mondo di Second Life. Oggi nessuno quasi se ne ricorda più.

Una realtà virtuale funziona se rende virtuale l’esperienza reale, ma difficilmente avrà successo nell’arrogante impresa di rendere reale ciò che è virtuale.

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