L’Oscar per Eataly

E’ di oggi la notizia che Clubinvest, un fondo capitanato dalla banca d’affari Tamburi e partecipato da diverse famiglie italiane di imprenditori, investirà 120 milioni di euro in Eataly, rilevandone una quota del 20%. Eataly è stata dunque valutata 480 milioni di euro (valutazione pre-money, prima dell’aumento di capitale), con un multiplo di 10 volte l’ebitda 2013. Niente male.

Sarebbe superfluo aggiungere lodi per l’iniziativa imprenditoriale del vulcanico Farinetti, ma val la pena soffermarsi su questo nuovo successo di capitalismo familiare per evidenziare alcune differenze con il passato che lasciano intravedere l’emergere di un nuovo modo di fare impresa da parte delle famiglie italiane.

Contrariamente a quanto avviene solitamente con aziende guidate da imprenditori dal piglio molto personale ed egocentrico (Farinetti rientra senz’altro nella categoria), Eataly ha fin dall’inizio favorito l’ingresso di soci terzi per finanziare gli ingenti investimenti richiesti dall’apertura di punti vendita molto costosi. L’alternativa, quello che ha fatto la stragrande maggioranza di imprenditori italiani (vero De Benedetti?), sarebbe stata quella di finanziare gli investimenti con il ricorso all’indebitamento così da mantenere il controllo assoluto (ah, il feticcio del 100% delle azioni). Farinetti invece, complice il credit crunch e facendo di necessità virtù, ha dapprima fatto entrare nel capitale di Eataly Distribuzione (la società a cui fanno capo tutti i punti vendita in Italia e nel mondo) diverse cooperative per finanziare i progetti immobiliari, poi ha permesso l’ingresso di alcuni partner locali nelle controllate estere (ad esempio Lidia e Joe Bastianich hanno il 48% di Eataly NY LLC).

Risultato? Un’azienda con 400 milioni di fatturato, cassa per € 20 milioni (che saranno € 140 milioni dopo l’ingresso di Tamburi) e neanche una lira di debito.

I 120 milioni ricevuti da Clubinvest e Tamburi permetteranno a Eataly di aprire ancora nuovi punti vendita senza doversi preoccupare di mutui e credit crunch. Certo, Farinetti, scenderà al 60%, ma la sua creatura diventerà più grande e globale.

A proposito… Sui 1.500 dipendenti che Eataly stipendiava nel 2012, 1.000 sono all’estero.

Se tante piccole eccellenze del tessuto imprenditoriale italiano si fossero comportate come Eataly, crescendo per linee esterne ed interne, favorendo l’ingresso di nuovi finanziatori e investendo anziché indebitarsi per poi farsi travolgere dal credit crunch, forse oggi avremmo più PIL e meno disoccupazione.

La presenza di un mercato dei capitali sofisticato, di investitori preparati e di imprenditori aperti al mercato, non sono appannaggio della finanza ma presupposti di un economia reale in grado di farci competere nel mondo.

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