La Tubo Tax

Alcuni dicono che Tremonti di economia non ci capisce un tubo. Sicuramente di tubi non ci capisce.

So che gli argomenti di economia e finanza ad alcuni non piacciono e sono poco accessibili, ma tutta la storia della “tassa sul tubo” va seguita attentamente se non altro per capire il grado di improvvisazione e preassappochismo che caratterizza questa finanziaria. Cominciamo quindi e seguitemi attentamente.

C’erano una volta Enel ed ENI, i grandi monopolisti. Producevano elettricità e gas che distribuivano tramite reti ad alta tensione e metandotti in tutta Italia. Un bel giorno la Commissione Europea ci impone di liberalizzare questi mercati: altri operatori possono produrre elettricità e vendere gas sul mercato italiano. Stupendo, ma le reti per la distribuzione sono inglobate dentro ENI ed ENEL che si troverebbero in conflitto di interesse nel momento in cui devono trasportare l’energia ed il gas prodotti dai propri concorrenti.
La soluzione è creare entità separate cui conferire le reti di trasporto. Nascono quindi Snam Rete Gas (per i metandotti) e Terna (per le reti ad alta tensione). Queste società campano fatturando ai gestori elettrici e agli operatori del gas un tot per ogni quantitativo di corrente o gas che passa per le loro reti.

Inutile dire che questo quantitativo che ENEL ed Edison (ed altri) pagano per trasportare l’energia attraverso la rete di Terna influenza non di poco la tariffa finale al consumatore. Inutile dire che Snam Rete Gas e Terna operano in regime di quasi monopolio non essendoci reti di trasporto alternative. Per questa concorrenza di fatti, i ricavi e le tariffe sono soggette a regolamentazione da parte dell’autorità dell’energia. In pratica Snam e Terna non possono compilare a piacere i listini prezzo per il trasporto ma devono applicare quelli decisi compilati dall’autorità in base a determinati criteri più o meno complessi.
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Viene riconosciuto agli operatori di queste reti un recupero dell’inflazione sulle tariffe e poi si calcola un’equa redditività sul capitale investito (che può aggirarsi intorno al 7-8%) una volta concordato un piano di investimenti per il potenziamento della rete. Più investimenti vengono fatti, più aumenta il capitale investito, più aumentano gli introiti da attività regolate. Il giochino è sempre questo. Società come Snam Rete Gas e Terna hanno la sicurezza di introiti sempre certi nel tempo, ma d’altro canto hanno pochi margini di crescita o manovra avendo le tariffe già imposte. Possono spuntare accordi migliori con l’Autorità, cercare di essere efficienti nel contenimento dei costi oppure buttarsi su attività non regolate, ma fondamentalmente il business di attività regolate come la distribuzione di energia è molto tranquillo e mediamente redditizio.

Con questi presupposti sono state quotate in borsa Terna e Snam Rete Gas. Sono state vendute azioni per miliardi di euro a circa 100.000 piccoli risparmiatori e a numerosi investitori istituzionali. La privatizzazione delle reti è una delle poche cose che ha funzionato nel settore energetico italiano. Sotto la spinta di un azionariato privato e di un regime regolato Terna a Snam hanno reso via via più efficienti le loro reti remunerando bene i loro azionisti che hanno goduto di strumenti finanziari che hanno offerto rendimenti di tutto rispetto con rischio moderato. A guadagnarci è stato anche lo Stato che dalle vendita di Terna e Snam Rete Gas ha già incassato lauti dividendi tramite ENI ed ENEL. Sono anche riusciti a vendere un’ulteriore fetta di TERNA alla Cassa Depositi e Prestiti incassando un be po’ di soldini tramite i dividendi ENEL.

Se non che, arriva Giulietto con la sua Tubo Tax. L’idea è quella di recuperare ogni anno 800 milioni di euro tassando Terna e Snam Rete Gas con una sorta di medievale diritto di passaggio per il territorio. Viene da dire “che sarà mai, guadagnano talmente tanto”. Invece facendo due conti la cosa è davvero preoccupante per gli azionisti di Snam Rete Gas e Terna: piccoli risparmiatori che avevano comprato azioni vendute dal governo con la promessa di un investimento sicuro e tranquillo. Vediamo ad esempio cosa succede ai conti di Snam Rete Gas ipotizzando che da questa vengano “ciucciati” metà di quei 800 milioni di euro.

Nel 2004 Snam Rete Gas ha registrato un utile netto di ca. 500 milioni di euro che le ha permesso di distribuire, dopo gli investimenti, 0,20 centesimi per azione. Un rendimento del 6,8% per i sottoscrittori della prima ora e comunque del 4,5% per chi avesse comprato azioni Snam Rete Gas negli utlimi mesi. Togliendo da quei 500 milioni i 400 milioni di Tubo Tax, l’utile crolla dell’80% e non rimangono abbastanza soldi ne’ per completare tutti gli investimenti programmati ne’ per distribuire dividendi agli azionisti tutti contenti delle loro azioni “sicure”.

Terna e Snam Rete Gas diventano società che di fatto non produrrebbero alcun flusso monetario per l’azionista. Tutto il loro lavoro sarebbe mirato alla remunerazione dello stato tramite la Tassa sul Tubo.
Il giochino è semplice. Prima il govenro guadagna un po’ di soldini gestendo indirettamente il business della distribuzione; poi guadagna un po’ di soldoni vendendo al mercato (anche a voi quindi) Terna e Snam Rete Gas e quindi introduce una tassa per dirottare verso l’erario i flussi finanziari delle società che ha appena venduto.

Io sinceramente dubito che un’imposta del genere possa passare indenne ad un qualunque ricorso. Snam ha già reso note le sue intenzioni così come Terna Già la Sicilia ci aveva provato a tassare i metandotti di Snam ed allora il balzello siculo venne dichiarato illegittimo. Anche se alla fine la Tubo Tax verrà cassata dalla finanziaria, e’ gravissimo il solo aver concepito una bischerata del genere. Una tassa che è uno schiaffo a centinaia di migliaia di azionisti Snam e Terna e che ci discredita ulteriormente (non so se sia possibile) presso gli investitori esteri.

Poi in finanziaria si stanziano più di 100 milioni di euro per l’acquisto di decoder per il digitale terreste. Quelli sì che ci servono…

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