Niki Lauda, James Hunt, Oliver Hutton e Mark Lenders

Perché Rush è un film bellissimo? E perché piace tanto anche a persone come me, che quando vedono un Gran Premio di Formula1 non riescono a resistere oltre i quindici secondi della partenza prima di cambiare canale, annoiai e infastiditi dal rombare cantilenante delle monoposto?

Anzitutto c’è da dire che le immagini girate da Ron Howard poco hanno a che vedere con la Formula1. Le riprese angolate dal ciglio della strada, un uso smodato del bullet time e del rallenty computerizzato trasformano ogni curva in uno spettacolo e in un piacere per gli occhi. Per non parlare della cura spasmodica per il dettaglio: ogni immagine ad alta definizione trasuda particolari dagli anni ’70 (impressionante la riproduzione certosina di tutti gli sponsor del circuito, che visto oggi diventa una sorta di cripta di loghi defunti).
Tuttavia, anche uno spettacolo del genere, difficilmente riesce a ravvivare una roba noiosa come un circuito di Formula1 per più di dieci minuti. E poi sai già che quel pilota austriaco si schianterà ad un certo punto riportando gravi ustioni. Sai già che correrà di nuovo. E sai già chi vincerà il campionato mondiale piloti quell’anno. A cosa serve abbellire immagini slavate e indugiare morbosamente sulle gocce di pioggia che innaffiano il circuito di Nürburgring?

Credo che la bellezza sia tutta nel rapporto tra sport e vita. C’è il mito della predestinazione. I due protagonisti-antagonisti di Rush sono nati per fare i piloti, vogliono fare i piloti e corrono ogni volta a rischio della vita. Noi guardiamo ammirati e seguiamo quei campioni sul grande schermo perché nella nostra vita siamo pieni di dubbi su cosa facciamo, su cosa faremo della nostra vita e su cosa avremmo dovuto fare. Quei due sul grande schermo invece lo sanno. Sono come Oliver Hutton e Mark Lenders: sono nati per quello e ci dedicano tutta la vita. Come Oliver Hutton e Mark Lenders sono uniti da una grande rivalità. Si respingono e si attraggono per quel modo diversissimo di seguire la propria vocazione. Il bello di Rush è che ci sono competizione e contrapposizione senza manicheismo: non c’è il buono e il cattivo. Alterniamo simpatia e antipatia, ammirazione e riprovazione, per l’eroe buono che si sbatte per il proprio lavoro e per l’eroe maledetto che si sbatte qualcos’altro.

In Holly & Benji il campo sembra un’infinita collina che nasconde l’orizzonte; ogni azione d’attacco sembra una maratona; ogni tiro in porta un viaggio intergalattico di una sfera deformata e infuocata, manco passasse attraverso l’acceleratore del CERN. E’ tutto rallentato ed esasperato per dare il tempo al nostro cervello di pensare a cosa pensano i protagonisti sul campo in quei pochi secondi. Piace anche se sappiamo che è ridicolo. Idem per Rush. Lo spettacolo delle immagini e la stupenda colonna sonora di Hans Zimmer ci fanno vivere quella competizione in prima persona. In Rush il regista ha fatto un lavoro colossale per darci l’illusione che tutto quello che conta sia correre più veloci in un circuito di Formula1. Per un attimo viviamo anche noi l’estasi della vocazione e la sicurezza di sapere cosa stiamo facendo della nostra vita.

E poco importa che sullo schermo ci sia un Niki Lauda, un Oliver Hutton che gioca a calcio, una Mimi Ayuara che schiaccia o persino un Lotti che batte noiosissimi campi da golf… E’ competizione sublimata e in fondo siamo tutti nati per competere.

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