Compagnie di bandiera

Da qualche settimana non facciamo altro che piangerci addosso e strapparci le vesti per il passaggio di controllo di grandi aziende italiane a soggetti stranieri. Telecom Italia agli spagnoli. Alitalia ai francesi.

Gli investimenti di aziende estere in un paese sono di solito i benvenuti, ma quando nella denominazione sociale di un’azienda c’è la parola “Italia”, ci si ingegna per tenere alla larga lo straniero ad ogni costo (letteralmente) anche condannando quelle aziende al degrado e alla sciatteria manageriale.

Il Presidente Letta e l’Italia hanno sicuramente fatto una figura barbina all’ONU vantandosi della stabilità del nostro paese mentre si stava consumando una crisi di governo, ma che dire di un consiglio dei ministri che lavora a un pacchetto di provvedimenti per attrarre investitori esteri denominato “Destinazione Italia” mentre negli stessi giorni si affrettava a varare decreti legge e regolamenti attuativi per ostacolare Telefonica nell’acquisizione del controllo di Telecom Italia?

Al di là delle questioni ideologiche (mercato vs. interesse di stato), è bene che si faccia chiarezza su un punto. Nei casi di Telecom Italia e Aliatalia, non dissimili per l’epilogo infausto e le cause che lo hanno determinato, non ci sono azionisti che stanno svendendo delle aziende; non ci sono operatori stranieri che stanno facendo gli sciacalli. Magari fosse così. In realtà il quadro è decisamente più preoccupante.

Cominciamo da Telecom Italia. Come ormai si sa, Telecom Italia è controllata da una holding chiamata Telco che detiene il 22% delle azioni. La holding Telco ha debiti per circa 3 miliardi di euro che le costano più o meno 150 milioni di euro l’anno di interessi. Finché Telecom Italia distribuiva un monte dividendi consistente, Telco era in grado di pagare gli interessi con i dividendi ricevuti dalla sua partecipata, ma quest’anno Telecom Italia, gravata a sua volta da un indebitamento consistente, non ha potuto distribuire dividendi. Al contrario, avrebbe richiesto ai suoi azionisti un aumento di capitale nell’ordine di 3 miliardi di euro per rafforzare la sua struttura patrimoniale. Telco, che per mantenere saldo il suo controllo con il 22% avrebbe dovuto versare circa 660 milioni per sottoscrivere, non ci ha pensato per niente a dare il via libera all’aumento di capitale.

Tuttavia rimaneva un problema: Telco deve pagare gli interessi ai suoi finanziatori. Quindi che si fa? Se Telco non riceve soldi da sotto (da Telecom Italia), dovrà riceverli da sopra (dai suoi azionisti). Sopra ci sono Telefonica al 46% mentre le restanti quote sono suddivise tra Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali. Socio spagnolo, contro soci italiani messi lì controvoglia a presidio dell’italianità della compagnia. I soci italiani non hanno la benché minima intenzione di tirare fuori altri soldi e lasciano che Telefonica faccia la propria parte. Lasciano che Telefonica sottoscriva un aumento di capitale da 440 milioni di euro grazie a cui la sua quota in Telco salirà dal 46% al 66%. Il calcolo è un po’ complicato, ma praticamente Telefonica paga 440 mln di euro da immettere in Telco per acquisire il 20% (azioni di nuova emissione) di una scatola che possiede il 22% di Telecom Italia e debiti per 3 miliardi. Quindi, Telefonica paga 440 mln per ottenere indirettamente il 4% di Telecom Italia e accollarsi una quota di debito aggiuntiva di Telco pari a 560 mln. Con la stessa cifra potevano andare sul mercato e acquisire il 9% di Telecom Italia direttamente.

I soci italiani non stanno vendendo azioni. Semplicemente stanno abbandonando Telco perché non vogliono investire ulteriori risorse. Telefonica avrebbe potuto avere un atteggiamento molto aggressivo acquistando azioni sul mercato o rilevando a due lire le azioni dei soci italiani in Telco, ma invece, siccome evidentemente ha un interesse strategico, si è accontentata di sottoscrivere un aumento di capitale a prezzi doppi rispetto al mercato. I soci italiani da questa operazione non hanno beccato una lira. Non hanno svenduto niente, semplicemente hanno abbandonato il presidio della propria partecipazione non seguendo l’aumento di capitale. I fatti sono questi. Ci sono soci italiani che non credono valga più la pena sostenere una holding che controlla Telecom; c’è un socio estero che per quel controllo è disposto a pagare un prezzo doppio rispetto a quello di mercato. E sul mercato c’è il 78% di Telecom, ma nessun soggetto italiano si è fatto avanti rastrellando azioni. Telecom è strategica per Telefonica, non lo è per gli italiani. Se lo fosse, si tirerebbero fuori 3,3 miliardi per rilevare il 29% di Telecom sul mercato.

Che errore si è fatto? L’errore forse è stato non permettere a Tronchetti Provera di cedere il suo pacchetto di azioni Telecom a At&T, un socio industriale che avrebbe dedicato risorse manageriali e finanziarie a Telecom Italia. Si è preferito un accrocchio di banche e assicurazioni italiane che giustamente hanno preteso la presenza di un socio industriale (Telefonica) sin dall’inizio e che quando si è trattato di metterci altri soldi hanno ceduto il passo a quel socio senza prendere una lira.

E in Alitalia? La situazione è molto simile. C’era un socio industriale che voleva prendere il tutto nel 2008 a cui è stata contrapposta una compagine sgangherata di soci italiani (l’azionariato di Alitalia-CAI sembra il foglio millesimi di una riunione di condominio) che, anche loro, hanno preteso la presenza di un socio industriale (Air France-KLM al 25%). Ora si tratta di metterci altri soldi e cosa volete che facciano quei soci che di gestire una compagnia aerea non ne hanno minimamente voglia, soprattutto ora che è cambiato il loro referente politico? Cederanno il passo anche loro. Il problema è che per i francesi Alitalia non è strategica come può esserlo Telecom Italia per Telefonica. In più Telecom Italia, pur gravata da debiti, è un’azienda che fa utili. Alitalia, invece, produce infinite perdite… Ancora una volta, nessuno sta svendendo niente. Semplicemente, bisogna accettare la realtà attuale: non c’è nessun italiano (e forse nessun socio estero) che vuole investire in Alitalia. Se Air France volesse comportarsi in modo aggressivo, potrebbe non sottoscrivere l’aumento di capitale (tanto nessun altro socio lo sottoscriverà) e poi acquistare il complesso aziendale a due lire, senza debiti, in sede di fallimento.

Dunque, nessuna vendita di Alitalia e Telecom Italia. Le stiamo semplicemente abbandonando al destino a cui le avevamo consegnate con operazioni di sistema organizzate senza lungimiranza.

Ah, tra un po’ ci sarà da sottoscrivere un aumento di capitale in MPS da 2,5 miliardi. La Fondazione MPS, socio al 30%, non ha risorse per sottoscriverlo e chi lo sottoscriverà si beccherà più o meno il 50% della banche senese. Anche lì, purtroppo, cederemo il controllo senza vendere nulla… Cerchiamo di non gridare allo scandalo ancora una volta e lasciamo che il mercato faccia il suo lavoro senza organizzare altre operazioni di sistema.

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