La grande bellezza e il grande Pagoda


“Meglio il film o meglio il romanzo?”. Questo è il cruccio del 90% degli spettatori all’uscita de Il Grande Gatsby. In fin dei conti, al di là della possibilità di sfoggiare chissà quale cultura, è una domanda che ha poca importanza. Pur condividendo trama e titolo, un film e un romanzo restano due opere autonome e incomparabili.

“Che bella Roma!”. Questo è invece il commento che si sente all’uscita de “La Grande Bellezza” (altro “Grande Film” presentato a Cannes). E invece, nel caso dell’ultimo film di Sorrentino sarebbe il caso di scomodare l’odiata domanda: “Meglio il film o meglio il romanzo?”. Già, perché Sorrentino, oltre ad essere un bravissimo regista, ha scritto anche due romanzi pregevoli (Hanno Tutti Ragione e Tony Pagoda e i suoi amici) in cui il protagonista, Tony Pagoda, ricorda molto il Jep Gambardella de La Grande Bellezza. Sono entrambi dei mondani e dei misantropi (in questa contraddizione c’è il loro dramma), si detestano e per questo cercano di affrancarsi esercitando nella vita un cinismo puntellato di umanità e compassione per gli amici. Sono entrambi catturati dalla bellezza di Roma, ma in essa vi vedono un anestetico più che l’incanto della grande bellezza.

L’intento di questo post, comunque, non è quello di recensire il film (l’avranno fatto altri più competenti di me), ma di riprendere qualche passaggio che mi ero sottolineato da Tony Pagoda e i suoi amici (l’unico libro che ho letto di Sorrentino) per confrontarlo col film. Si tratta di una raccolta di racconti brevi in cui Tony Pagoda incontra personaggi improbabili e vecchie glorie dimenticate dello star system: il mago Silvan, Al Bano, Loredana Berté, Antonello Venditti, Maurizio Costanzo, Pocho Lavezzi, le ballerine di un locale di lap dance. Già da questo elenco di personaggi si può intuire come Sorrentino, per i temi de La grande bellezza, abbia pescato a man bassa dal mondo di Tony Pagoda.

Dopo aver visto La grande bellezza cercavo le parole per descrivere la sensazione di disagio provata nel vedere le immagini incantevoli della mia città fare da contorno alla decadenza morale e sentimentale dei personaggi. Ho trovato le parole perfette in alcune citazioni di Tony Pagoda e i suoi amici:

“Si diceva che Roma è morta. Questo è il motivo per cui, stringi stringi, è il posto migliore del mondo in cui vivere. Per sentirsi vivi, non bisogna forse ossessivamente relazionarsi alla morte?”

“Roma oggi ha un tramonto che si potrebbe rimandare un suicidio”.

Roma tramontava, ma era solo mezzogiorno.

E’ il tema della nostalgia che accomuna più di altri il mondo di Jep Gambardella e quello di Tony Pagoda. Ecco cosa si legge nel secondo romanzo di Sorrentino:

La vita, diciamo la verità, è proprio infame. Da bambino, ricordi tutto, ma non hai niente da ricordare. Da vecchio, non ricordi nulla, ma avresti fiumi di cose da far accomodare sul tavolino della nostalgia.

Però la nostalgia, non è vero che è un sentimento infrequentabile. A volte, è l’unico toccasana.

Nel film è Romano, l’amico di Jep, che rivendica il diritto di cittadinanza della nostalgia tra i buoni sentimenti:

cosa vi ha fatto di male la nostalgia?

E anche il personaggio della Santa, suor Maria, in un contesto suggestivo e surreale spiega a mo’ di oracolo:

Vuole sapere perché mangio radici? Perché le radici sono importanti.

E non è solo una nostalgia di maniera. Sorrentino te la fa percepire con le immagini belle e struggenti di una Piazza Navona deserta, di un convento al Gianicolo ma anche con parole potenti come queste pronunciate da Tony Pagoda:

Quando l’essere umano decide di scendere sul terreno del “chi sono io e chi sei tu” sta firmando la sua condanna a morte. Il ruolo determina l’ansia, l’angoscia, le domande senza risposta, le depressioni. Tutta un’associazione a delinquere che ti allontana dal muretto, dal portone e dal garage. Eh sì, volevamo fare nuove esperienze e ci siamo ritrovati feretri adulti. L’endiadi del progresso è la stessa del regresso.

A proposito della figura materna scrive:

Le madri che ci chiamavano dai balconi non ci sono più. Urlavano e cambiavano di tono. Si facevano incazzate in progressione, man mano che dall’altra parte si stendeva una coltre di silenzio sospetto. Si incazzavano perché il calore del pranzo rischiava di disperdersi. Poi, l’idea del piatto sopra il piatto. Rovesciato. Le gioccioline di condensa. Che ricordi imponenti. Le madri.

Che immagine poetica quella delle goccioline di condensa sul piatto… Ti accorgi che Sorrentino è uno che la nostalgia la maneggia davvero bene. Ti rendi conto che la sua prosa non è meno preziosa della sua fotografia.

Alla domanda “Meglio il film o meglio il romanzo” nel caso di Sorrentino non saprei cosa rispondere se non: leggete anche il romanzo.

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