I musichieri della rete

La musica è per me una roba molto seria. Ha scandito infanzia, pubertà, adolescenza ed età adulta. Definisce e influenza gli stati d’animo, incarta i ricordi e permea il presente nella sua quotidianità. Non è strano quindi che ogni piccola rivoluzione dei supporti musicali (l’audiocassetta, il cd, il cd masterizzato, l’mp3) susciti in me entusiasmi, delusioni e cambiamenti non indifferenti.

La premessa è d’obbligo, volendo fare, dopo tre mesi, un piccolo bilancio su Spotify, introdotto a febbraio anche in Italia. Spotify è un servizio di streaming on-demand (no, non c’entrano i grillini) che consente di ascoltare musica in modo illimitato tramite computer, tablet o smartphone. I brani si possono selezionare da un archivio sconfinato alimentato dalle principali case discografiche. C’è tutto, o quasi. Come per iTunes, l’utente può creare le proprie playlist, ascoltare album interi o un singolo brano da pescare fra un archivio sconfinato. Il servizio è gratuito con pubblicità su computer, mentre pagando un canone mensile di 9 euro si accede alla versione premium che consente di portarsi la musica appresso sullo smartphone e di eliminare la pubblicità. La transizione da iTunes è facilitata dal fatto che Spotify importa automaticamente tutti i contenuti che già avevate, playlist comprese.

Cosa cambia rispetto a prima? Tutto, alcune cose in positivo, altre in negativo.
Voglio ascoltarmi il nuovo album di David Bowie? Non devo comprarlo, né scaricarlo con mezzi illegali. Scrivo David Bowie su Spotify, individuo l’album, lo inserisco nella playlist “album da provare” e posso ascoltarlo quanto voglio e mettere i brani che più mi piacciono su altre playlist. L’aspetto positivo è la rimozione di ogni freno alla curiosità musicale. Qualsiasi cosa è a portata di click ed è tutto gratis o incluso nell’abbonamento di 9 euro al mese. L’aspetto negativo è che l’accessibilità illimitata ad ogni contenuto azzera il prezzo marginale (e forse anche il valore) di ogni nuova cosa che si ascolta. Se il nuovo album di David Bowie non entusiasma al primo giorno, sarà difficile che gli dedichi molti ascolti avendo la possibilità di passare ad altri mille nuovi album. E poi diciamolo: se pago un CD 10 euro, faccio passare un po’ di tempo prima di annoiarmene e assegnarlo al dimenticatoio. Se non mi costa niente, sarò molto rapido e superficiale nel giudicare il nuovo album di David Bowie. In realtà non è neanche una questione di costo. Anche l’album scaricato illegalmente e gratis dai network peer-to-peer ha un qualche valore. Ho faticato un pochino per averlo e quei file ora occupano 50 mega nel mio disco rigido. I brani di Spotify invece sono altrove e subito disponibili. Lo streaming consente di avere tutto a disposizione senza possedere niente e questo cambia notevolmente il rapporto con la musica.

Altra cosa che cambia notevolmente è il modo di scoprire la musica. Normalmente si ascolta la radio per scoprire nuovi brani o comunque per ascoltare dei flussi musicali imprevisti e non definiti da playlist che già conosco. Spotify offre la possibilità di generare delle stazioni radio a partire da un artista o da una playlist. Si prende come input un certo autore e Spotify, elaborando le abitudini di ascolto di tutti i suoi utenti, genera una playlist con brani uniti da un certo comune denominatore. E’ una funzione molto utile e le radio a volte sono ben assortite rispetto all’input iniziale, a volte un po’ meno. E’ un tipo di servizio già offerto da altri operatori (Pandora, Rdio, Last.fm), ma ciò che fa la differenza in Spotify è l’integrazione perfetta con le sue altre funzioni. Mentre ascolto un brano dalla radio posso automaticamente inserirlo in una playlist per ascoltarlo quanto voglio in un secondo momento oppure, se scopro un nuovo artista che mi piace, posso direttamente ascoltarmi tutta la sua discografia. Certo, si tratta sempre di un algoritmo che seleziona musica per te. Non c’è il DJ a introdurre i pezzi e a volte l’algoritmo tira fuori pezzi non così pertinenti se si dà come input qualcosa di molto ricercato. Può essere un buon modo per scoprire artisti già consolidati ma che magari l’utente non conosceva bene, ma non è il modo con cui scoprirete nuova musica recente.

Un aspetto della musica che Spotify migliora notevolmente è invece la “socialità”. Da sempre il miglior modo per scoprire nuova musica è parlare con le persone. E non di rado la musica è anche un modo per scoprire nuove persone. Spotify, collegandosi all’account Facebook dell’utente, consente di condividere in tempo reale ciò che si sta ascoltando e le proprie playlist con la propria cerchia di amici (ovviamente è una funziona che l’utente può disabilitare se vuole un po’ di privacy). Così se vedo che un mio amico si sta ascoltando il nuovo album di David Bowie, posso cliccare sul brano ed ascoltarlo. Posso importare la playlist che un mio amico ascolta mentre va a correre e utilizzarla anch’io per lo stesso scopo. Da questo punto di vista Spotify rafforza molto la condivisione musicale ed è un ottimo mezzo per scoprire nuova musica in maniera “più umana” rispetto alle radio automatiche.

Ultima considerazione. Su Spotify sono presenti circa 20 milioni di brani grazie agli accordi siglati con la principali etichette discografiche (Universal, Sony, Warner, Emi e altre), tuttavia non c’è tutto. Prince non c’è. I Beatles non ci sono (hanno un accordo esclusivo con iTunes). Battisti non c’è. Tanti autori indipendenti e fuori dal circuito delle case discografiche non sono su Spotify. C’è quasi tutto, ma quel quasi è importante e da considerare perché se si fa affidamento solo su Spotify si rischia di perdersi qualcosa (qualcosa di molto importante in alcuni casi come quello dei Beatles, di Prince e di Battisti).
Spotify è un servizio stupendo per gli appassionati di musica, ma non può essere utilizzato in modo totalizzante. Non bisogna permettergli di toglierci il piacere di comprare musica e costruirci una nostra discoteca (virtuale o fisica che sia). Non può sostituire l’intrattenimento di una buona radio FM animata dal nostro DJ preferito che ci introduce le novità del momento. Non può darci la falsa sicurezza di avere tutto a disposizione. Sono tutti rischi che la comodità del programma rende molto concreti.

Queste riflessioni valgono anche per altri servizi di streaming musicale simili come Deezer, Google Play e il servizio iRadio di Apple che verrà. Si somigliano tutti e il business model è sempre quello di comprare in massa i cataloghi delle case discografiche remunerandole con una percentuale alta su canoni e ricavi pubblicitari e vendendo agli utenti il servizio per un canone fisso mensile. I contenuti sono sempre gli stessi perché le grandi etichette discografiche con cui si tratta sono sempre le stesse 3-4. Quello che farà la differenza tra un servizio e l’altro è, oltre al prezzo, il lato umano. Quanto il software riesce a tirar fuori la parte emozionale dell’ascolto e della scoperta di nuova musica. Perché in fondo la musica non può essere ridotta a un servizio da pagare un tot al mese, è una roba molto più seria. Per dirla con le parole di Proust:

“La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime”.

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