Debito indebito

Ieri la Repubblica Italiana ha collocato BOT a 12 mesi raccogliendo un ammontare di 7 miliardi al tasso di interesse più basso della sua storia: 0,70%. Su quei 7 miliardi il Tesoro pagherà interessi di appena 49 milioni di euro.

In una situazione in cui i giovani adulti non riescono ad ottenere i mutui per la prima casa e le PMI si finanziano a tassi non inferiori al 6% (se riescono a farsi finanziare), verrebbe spontaneo andare a Via XX Settembre sotto l’ufficio di Saccomanni con striscioni del tipo: “Solo 7 miliardi? Tu che praticamente puoi indebitarti gratis e soprattutto trovi chi ti dà i soldi, emetti BOT per 40 miliardi! Veloce, ora che conviene!”
In effetti, con un approccio finanziario molto miope e semplicistico si potrebbe affermare che lo stato indebitandosi è in grado di reperire, quasi senza costi, tutte le risorse per restituire l’IMU, per finanziare la cassa integrazione, i progetti di sviluppo, la detassazione del lavoro giovanile, il panettone gratis a Natale per tutti, il reddito di cittadinanza e chi più ne ha più ne metta.

E invece, semplicemente per trovare 2 miliardi necessari a finanziare un rinvio del primo acconto IMU sulla prima casa, siamo lì a raschiare il fondo del barile alzando altre tasse o tagliando altre spese. I motivi sono semplici. Abbiamo promesso all’Unione Europea che non ci indebiteremo per più del 3% del nostro PIL, cioè per più di 46 miliardi. La cuccagna del denaro a costo zero è accessibile, i mercati abbondano di liquidità, ma abbiamo promesso (giustamente) di non abusarne, per cui ci s’indebita con molta parsimonia. D’altronde in passato non abbiamo dimostrato di essere disciplinati, per cui meglio così. Anche non avendo il vincolo europeo, ad ogni modo i debiti a breve vanno poi rifinanziati nel breve con altri debiti. Per ora i mercati sottoscrivono i nostri BOT e richiedono poco, ma abbiamo visto l’anno scorso quanto si passi velocemente dal bengodi all’inferno finanziario dello spread e del credit crunch.

Nondimeno, anche considerando tutti questi discorsi seri sui vincoli europei e la prudenza finanziaria, non si più ignorare il paradosso di uno stato che si finanzia con facilità ai tassi più bassi di sempre e che allo stesso tempo paga con enorme i ritardo i propri clienti mettendo in tensione finanziarie tante aziende che si finanziano con tassi molto alti. Non si può ignorare il paradosso di un sistema imprenditoriale che non ha accesso al credito e di uno stato che, pagando lo 0,70% sui finanziamenti a 12 mesi, non fa altro che alzare la pressione fiscale per inseguire la chimera di una lentissima riduzione dell’indebitamento imposta dall’Europa (che dell’Italia non è neanche creditrice). C’è molta liquidità, ma non la usiamo. Non arriva alle imprese perché il meccanismo di trasmissione monetario (banca centrale, banche, imprese) si è inceppato; non viene utilizzata dallo stato perché lo stato non può indebitarsi. Resta inerte nei depositi della BCE o, peggio, va a finire in altri economie, mentre qui ci beviamo turandoci il naso l’amaro cocktail di austerity e recessione.

Ipotizzare che da domani il tesoro inizi ad emettere BOT a raffica per finanziare qualsiasi cosa indebitandosi a breve termine sarebbe una follia e perderemmo l’accesso ai mercati dopo poco. D’altro canto se tutti i paesi europei agissero così, senza alcuna disciplina, l’abbondante liquidità sui mercati si esaurirebbe dopo poco tempo e la cuccagna del debito svanirebbe subito. Una soluzione potrebbe essere la creazione di un’agenzia europea per lo sviluppo che si indebiti sfruttando le favorevoli condizioni di mercato prestando poi, con disciplina, i fondi ottenuti ai vari stati (i prestiti di questa agenzia non andrebbero poi conteggiati nell’indebitamento ai fini del rispetto dei parametri del patto di stabilità). L’Europa ha già centralizzato l’austerity con la creazione dell’ESM che interviene prestando risorse agli stati in difficoltà e imponendo piani di austerity. Bisognerebbe, a complemento, centralizzare lo sviluppo con la creazione di un agenzia di quel tipo. Un’agenzia che intervenisse non nelle situazioni di tensione finanziaria, ma nelle situazioni di lenta crescita. Risolverebbe diversi problemi:

– permetterebbe agli stati membri di stimolare la crescita senza ricorrere appesantire l’indebitamento;
– permettere di immettere nei sistemi economici dei paesi in difficoltà nuove risorse che non riescono ad arrivare tramite i canali bancari;
– rinnoverebbe l’immagine dell’Europa oggi altamente impopolare e associata solo a politiche di austerity.

Credo che qualunque governo nazionale, al di là di ogni questione di bottega riguardante l’IMU e altre discussioni sulle mitiche riforme, non possa non partire dall’Europa per stimolare la crescita e risolvere i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche. Purtroppo, però, questo strano governo (e tutto sommato anche quello precedente) è partito da questioni ombelicali guardando poco a Bruxelles (qualche viaggetto all’estero Letta l’ha fatto, ma non si è fatto promotore di nulla).

Se ignoriamo il problema proseguendo nel virtuosismo dei conti ad ogni costo, avremo sì uno spread in calo, sì un costo dell’indebitamento sempre più basso, ma senza la possibilità di indebitarsi e senza la prospettiva di crescere.

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