Ken we can. Obama in Israele

Si è concluso il viaggio di Obama in Israele e nei territori dell’Autorità Palestinese (o “viaggio in Terra Santa” per esprimersi in maniera mistico-politically-correct). Dopo il discorso del Cairo di quattro anni fa che diede l’intonazione a una politica estera piena di speranze deluse, Obama ci riprova e corregge il tiro rilanciando la soluzione “due popoli, due stati”.

Proviamo a scorrere le parole dei discorsi tenuti a Gerusalemme e a Ramallah davanti agli interlocutori dei due popoli.

A Gerusalemme

Il discorso pronunciato a Gerusalemme (il testo integrale è disponibile qui) era programmatico già nella scelta di una platea riempita da giovani studenti e dall’assenza di personalità istituzionali. Il segnale è stato quello di un leader che si rivolge direttamente alla popolazione israeliana, a quella parte di popolazione più sensibile al futuro, praticamente bypassando Netanyahu. La parte iniziale in cui Obama nega la presenza di dissapori con Netanyahu

(“any drama between me and my friend, Bibi, over the years was just a plot to create material for Eretz Nehederet”)

sembra una excusatio non petita, indebolita peraltro dall’assenza dell’amico “Bibi” durante il discorso.

Una lunga parte introduttiva del discorso è stata dedicata alla storia di Israele e alle sue tradizioni. E’ un Obama fiero d’aver fatto partecipare le figlie al seder di Pesach

(I did so because I wanted my daughters to experience the Haggadah, and the story at the center of Passover that makes this time of year so powerful)

e che condivide l’epopea millenaria dell’esodo ebraico accostandolo con disinvoltura al sogno americano con l’aiuto di efficaci citazioni di Martin Luther King.

Dopo aver toccato brevemente il tema dell’olocausto e della diaspora, Obama decanta le lodi dell’economia israeliana con particolare riguardo al suo spirito imprenditoriale. E anche qui non mancano i punti di contatto con il tessuto economico statunitense.

Si passa quindi al delicato tema della sicurezza che viene affrontato esprimendo nettamente la solidarietà degli Stati Uniti per i lanci di razzi da Gaza, per l’attentato in Bulgaria e per le minacce imminenti dagli stati confinanti (Siria in primo luogo). Obama sorprende un po’ tutti puntando il dito chiaramente contro Hezbollah

(That’s why every country that values justice should call Hezbollah what it truly is — a terrorist organization. Because the world cannot tolerate an organization that murders innocent civilians, stockpiles rockets to shoot at cities, and supports the massacre of men and women and children in Syria right now.)

E alle parole sono seguiti i fatti: l’indomani Hezbollah è stata iscritta dal Dipartimento di Stato statunitense fra la lista delle organizzazione terroristiche.
Il tema della sicurezza di Israele viene affrontato in maniera più emozionale che politica dosando in abbondanza ingredienti come simpatia

(“so long as there is a United States of America — Atem lo levad. You are not alone.”)

ed empatia

(” I think about children like Osher Twito, who I met in Sderot — children the same age as my own daughters who went to bed at night fearful that a rocket would land in their bedroom simply because of who they are and where they live.”)

, la stessa empatia che Obama chiederà agli Israeliani nei confronti della popolazione palestinese

(“Put yourself in their shoes. Look at the world through their eyes.”)

Sulla sicurezza Obama rassicura: cerca di far sì che le reazioni di Israele verso le numerose minacce esterne, Iran fra tutte, siano ponderate con più tranquillità alla luce di una ritrovata e presunta solidarietà internazionale.

A metà del discorso, dopo una lunga serie di sviolinate e dopo aver nutrito la platea con il dessert del consenso, Obama passa all’argomento più spinoso: la pace. La pace viene definita necessaria, giusta e possibile. E qui arriva la parte più succosa e delicata del discorso.
La pace è necessaria – ricollegandosi al tema precedente della sicurezza – perché è l’unico modo di garantire una sicurezza duratura alla popolazione israeliana.

(“You have the opportunity to be the generation that permanently secures the Zionist dream)

Muro e Iron Dome – spiega Obama – sono efficaci, ma rappresentano una misura provvisoria e tampone. Obama spiega al suo pubblico anche come i cambiamenti portati dalla cosiddetta primavera araba influenzeranno il processo di piace e dice una cosa fondamentale:

“the days when Israel could seek peace simply with a handful of autocratic leaders, those days are over

Peace will have to be made among peoples, not just governments”. Ancora una volta, Obama bypassa la politica e, come lui si rivolge direttamente alla popolazione israeliana, invita gli israeliani a rivolgersi e a cercare consenso direttamente tra la popolazione araba (corretto, ma non facile).
La pace è giusta – dopo tante carotine arriva il bastone – perché i palestinesi hanno diritto a un loro stato. Obama non parla di diritto al ritorno, non parla di terre strappate ai palestinesi (tutti argomenti che hanno sempre portato le negoziazioni su un binario morto), ma fa una constatazione di fatto:

“Just as Israelis built a state in their homeland, Palestinians have a right to be a free people in their own land”.

Non viene menzionato direttamente il tema degli insediamenti israeliani in Cisgiordania ma Obama spiega chiaramente quanto le limitazioni al movimento delle persone e il controllo perenne di uno stato straniero siano umilianti per una popolazione. Per ingraziarsi di nuovo il pubblico, Obama torna a citare due israeliani: Sharon (““It is impossible to have a Jewish democratic state, at the same time to control all of Eretz Israel. If we insist on fulfilling the dream in its entirety, we are liable to lose it all”) e David Grossman (“A peace of no choice” he said, “must be approached with the same determination and creativity as one approaches a war of no choice”).
E la pace è possibile. Almeno secondo Obama. Il presidente degli Stati Uniti, ben comprendendo l’esigenza e la frustrazione degli israeliani nel negoziare trattati di pace con controparti volubili e inaffidabili, spiega di ritenere il primo ministro Fayyad e il presidente Abbas degli interlocutori affidabili; spiega che la popolazione della Cisgiordania ha un sincero desiderio di pace. Tale affermazione, letta in negativo, è una chiara delegittimazione del governo di Gaza e sembra in qualche modo indirizzare un eventuale processo di pace verso negoziazioni che non comprendano Hamas e Ismail Haniya. E qui che Obama rilancia chiaramente la soluzione “Due popoli, due stati” con questa dichiarazione in cui richiama Israeliani e mondo arabo alle rispettive responsabilità:

“Palestinians must recognize that Israel will be a Jewish state and that Israelis have the right to insist upon their security. Israelis must recognize that continued settlement activity is counterproductive to the cause of peace, and that an independent Palestine must be viable with real borders that have to be drawn.”.

Ma Obama sa bene che si è ben lungi da una souzione e da una composizione dei rispettivi veti e interessi. Quindi richiama la popolazione, la gente, a supplire alla mancanza di volontà politica:

“I ask you, instead, to think about what can be done to build trust between people… That’s where peace begins — not just in the plans of leaders, but in the hearts of people. Not just in some carefully designed process, but in the daily connections — that sense of empathy that takes place among those who live together in this land and in this sacred city of Jerusalem.And let me say this as a politician — I can promise you this, political leaders will never take risks if the people do not push them to take some risks. You must create the change that you want to see. Ordinary people can accomplish extraordinary things.

Insomma, per dirla come Patti Smith, people have the power. E’ un discorso che affascina perché supera con lirismo i limiti delle istituzioni, liberando i sentimenti della gente dalle gabbie di un processo politico irto e pericoloso. In buona sostanza Obama conferma il supporto degli Stati Uniti a Israele, di cui negli ultimi anni gli israeliani avevano cominciato a dubitare, ma poi lascia alla popolazione il ruolo di farsi promotrice delle eventuali istanze di pace. E’ un atteggiamento che potrebbe sembrare ora pilatesco, ora ingenuo, ma, tutto sommato, credo che sia il risultato di una realistica presa di coscienza della politica estera statunitense restia a costringere alla pace e ad aprire nuovi difficili fronti in quella regione.

A Ramallah

Dopo lo storico (già dimenticato?) voto dell’Onu con cui l’Autorità Palestinese è stata ammessa come osservatore permanente non membro (come lo Stato del Vaticano) senza il voto degli Stati Uniti, Obama si trova nella delicata posizione di parlare a Ramallah sostenendo la creazione di uno stato palestinese (il discorso integrale qui). Nonostante il voto contrario espresso all’Onu, Obama si esprime senza mezzi termini al riguardo:

“The Palestinian people deserve an end to occupation and the daily indignities that come with it. Palestinians deserve to move and travel freely, and to feel secure in their communities. Like people everywhere, Palestinians deserve a future of hope — that their rights will be respected, that tomorrow will be better than today and that they can give their children a life of dignity and opportunity. Put simply, Palestinians deserve a state of their own”.

Poi decanta le lodi dell’Autorità Palestina e del primo ministro Fayyad evidenziando i grandi progressi economico-istituzionali raggiunti in Cisgiordania. Il confronto esplicito è con la situazione di povertà in cui versa Gaza, governata da Hamas e Obama vuole svelare alla popolazione il nesso causale fra povertà e violenza:

I would point out that all this stands in stark contrast to the misery and repression that so many Palestinians continue to confront in Gaza — because Hamas refuses to renounce violence; because Hamas cares more about enforcing its own rigid dogmas than allowing Palestinians to live freely; and because too often it focuses on tearing Israel down rather than building Palestine up.”

Quello di Obama è un grande assist a Fayyad contro il rischio che Hamas possa attecchire anche fra la popolazione della Cisgiordania.

A questo punto Obama rilancia anche a Ramallah il processo di pace sostenendo chiaramente come scorciatoie come quelle prese presso il Palazzo di Vetro con riconoscimenti formali senza dialogo, non possano essere soluzioni vere:

“As I have said many times, the only way to achieve that goal is through direct negotiations between Israelis and Palestinians themselves. There is no shortcut to a sustainable solution.”

Il resto del testo è molto istituzionale, poco convincente e molto retorico.
Il confronto con il discorso tenuto presso l’università di Gerusalemme è impietoso. Evidentemente Obama ha meno da dire a Ramallah e non ritiene efficace da quelle parti il lirismo con cui ha colpito direttamente la popolazione israeliana. E’ come se in questo ennesimo rilancio del processo di pace Obama, pur senza prendere le parti di nessuno, abbia comunque affidato una responsabilità morale maggiore agli israeliani, a cui si è rivolto direttamente e con ardore. A Ramallah, Obama si è limitato a espressioni di solidarietà e a preparare il terreno per l’operazione “simpatia” a cui aveva esortato gli studenti israeliani.

Solo parole? Sicuramente sì, ma parole efficaci. Perché Israele e la sua popolazione possano intraprendere la strada della pace, prima di fidarsi della controparte palestinese, devono avere fiducia nella propria sicurezza e nel sostegno esterno. E’ la psicologia di uno stato e di una popolazione in perenne pericolo d’estinzione e Obama l’ha capito bene rassicurando gli studenti israeliani proprio sul sostegno degli Stati Uniti. In questo, le parole di Obama sono state molto efficaci e contribuiranno, se non a smuovere, a smussare le posizioni di Israele sul processo di pace. Intanto, alla fine della visita di Obama sono arrivati diversi segnali di distensione: Riapertura dei valichi con Gaza,Restituzione dei dazi doganali all’ANP,riapertura delle relazione diplomatiche con la Turchia.
Speriamo che seguano altri fatti.

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