Specchio specchio delle mie brame…

Cosa mi piace tanto delle distopie, queste rappresentazioni di società inesistenti e disfunzionali?

Ad immaginare le utopie non ci vuole niente, perché, in fondo, inconsciamente aneliamo continuamente a un mondo migliore, un mondo che non c’è, ma che vorremmo ci fosse. Il presupposto dell’utopia è la sua irrealizzabilità e perciò si sottrae per definizione alla prova dei fatti. Che si tratti di un mondo con fiumi di miele e latte, che si tratti di un mondo in cui ogni uomo ha 40 vergini a disposizione, che si tratti del paradiso terrestre o della Città Perfetta di Tommaso Moro, l’utopia è facilmente condivisibile ed è l’esca verso comportamenti civili virtuosi.

Le distopie, invece, seppur frutto di fiction, aderiscono alla realtà presente in modo inquietante. Laddove nell’utopia la fiction ha lo scopo di trascinare la realtà verso il miglioramento, nella distopia è la realtà che trascina ed ispira la fantasia dello scrittore. Che si tratti del Grande Fratello orwelliano, di Matrix, di Truman Show o di Hunger Games, i primi sentimenti che suscita quella rappresentazione deteriore della società sono l’angoscia e la paura che la distopia si trasformi in profezia. E tanto più sono forti i punti di contatto con la realtà, tanto più sono forti questi sentimenti.

Sarà una mia opinione personale – non me ne voglia Tommaso Moro – ma credo che per spingere la società verso comportamenti virtuosi sia più efficace allontanarla da modelli pericolosi che adescarla verso dei non-luoghi.

Lo spunto per queste riflessioni mi è venuto guardando Black Mirror: una miniserie di sei episodi, ognuno slegato dall’altro, con personaggi diversi, in cui l’autore Charlie Brooker si cimenta con probabili distopie tutte ispirate da un’inquietante uso della tecnologia. Ieri su Sky è andato in onda l’episodio “The Waldo Moment”: parla di un comico che per scherzo si candida alle elezioni con un pupazzo animato di nome Waldo. Grazie a volgarità, insulti ed effetti comici riesce a pescare nel mare del malcontento popolare e a conquistare consensi senza uno straccio di programma credibile. Il suo produttore prima – e in seguito i servizi segreti – si rendono conto del potenziale e alla fine dell’episodio ci si ritrova in una sorta di dittatura manovrata da un pupazzo a sua volta manovrato da poteri oscuri.

Altro che distopia…

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