Ebrei italiani e italiani ebrei

I rapporti fra la sinistra e le comunità ebraiche italiane sono stati storicamente controversi per le posizioni a volte ambigue, a volte apertamente schierate in favore degli arabi, che i movimenti politici di quell’area politica hanno da sempre espresso sulla questione mediorientale. Nella Prima Repubblica, sulla carta, quello fra ebrei, stato d’Israele e sinistra avrebbe dovuto essere un felice matrimonio di interessi e condivisione di valori. Gli ebrei italiani, avversi alle idee di destra e reduci da vent’anni di fascismo e leggi razziali, avrebbero dovuto trovare nella sinistra italiana il loro interlocutore politico ideale. La sinistra avrebbe potuto trovare in Italia una minoranza da tutelare e nello stato d’Israele il realizzarsi di un’idea di stato socialista nato dall’autodeterminazione: un’epopea di un popolo da affiancare alla grande narrativa dell’epopea proletaria. Invece fu un matrimonio che non s’ebbe da fare. Prevalse l’idea dello stato “imperialista” e il forte legame tra Israele e Stati Uniti, contrapposto a quello altrettanto forte tra arabi e blocco sovietico, ha fatto si che inevitabilmente il partito comunista italiano e i partiti che gli orbitavano attorno si schierassero oltre la cortina di ferro, appoggiando apertamente la causa palestinese. D’altro canto gli ebrei italiani, spiazzati da queste posizioni, non hanno mai abbracciato in massa e apertamente le idee della sinistra italiana e, orfani di un centro laico, nel segreto dell’urna, si sono turati il naso votando Democrazia Cristiana o si sono rifugiati in un agnosticismo politico fatto di partiti minori o schede bianche.

Con la seconda repubblica i rapporti tra ebrei e sinistra non sono migliorati, anzi. Se in precedenza Democrazia Cristiana e agnosticismo politico per gli ebrei italiani erano delle “scelte-non-scelte” in cui si votava una parte politica non apertamente filo araba (sebbene, anche lì non mancavano simpatizzanti della causa palestinese), con il bipolarismo e la discesa in campo di Berlusconi, gli ebrei hanno trovato nella Casa delle Libertà un partito di rilievo che sostenesse apertamente lo Stato d’Israele. Quanto serio e sincero fosse, questo tipo d’appoggio non è dato saperlo, certo è che il ventennio berlusconiano abbonda di photo-op che ritraggono leader italiani solerti nell’indossare la kippah, cene di gala dall’ambasciatore d’Israele in Italia e volti contriti allo Yad Vashem. A sinistra, d’altronde, la musica era sempre la stessa: nelle parentesi in cui il PD ha governato non sono mancate visite ai leader di Hamas ed espressioni di fredda equidistanza nei confronti d’Israele. Questo ha fatto in modo che, pur non ricevendo endorsement chiari dalle comunità ebraica e pur continuando la comunità ebraica a stigmatizzare alcune derive destrorse, emergessero alcuni blocchi compatti dell’opinione pubblica ebraica in favore di Forza Italia e PDL, in quanto partiti filo israeliani. Il PDL ha capito il giochino e ha somministrato con continuità alle comunità ebraiche la pania dell’appoggio a Israele senza perdere il consenso dell’elettorato di riferimento del centro-destra (che tiene alla questione mediorientale e alle questioni di principio molto meno che alla riduzione della pressione fiscale). Non ho sondaggi e statistiche alla mano e non so se ne siano stati compilati, ma per esperienza personale non è stato infrequente imbattermi in elettori ebrei del PDL che mi hanno confessato d’aver votato a destra per non votare una sinistra che loro ritenevano antisionista-antisemita.

Finita l’agonia berlusconiana e iniziata l’opera di risanamento del governo tecnico, gli elettori ebrei del PDL, come la maggior parte degli elettori del PDL, hanno fatto finta di niente. Disillusi dall’illusione liberista (e filoisraeliana) del PDL, si sono affrettati a criticare le derive di un governo alla frutta propiziando il risanamento tecnico. Sul piano della politica estera non dispiacque alle comunità e ai vari organi d’informazioni ebraici la scelta di un ministro degli esteri come Giulio Terzi, dichiaratamente filoamericano e filoisraeliano come il suo predecessore Frattini, ma con uno spessore e una caratura (e una padronanza dell’inglese) di gran lunga superiori (ha fatto l’ambasciatore a Washington e Tel-Aviv). Uno dei primi banchi di prova del nuovo “tecnico” è stata la recente operazione di Israele a Gaza (Pillar of Defense) su cui il ministro Terzi si è espresso benevolmente nei confronti di Israele dichiarando:

“La sicurezza di Israele e il suo diritto alla vita sono parte inscindibile della sicurezza dell’Italia e dei suoi valori esistenziali”.

Una dichiarazione che ha suscitato grande entusiasmo da parte delle comunità ebraiche. Lo stesso ministro, invece, è stato oggetto di aspre critiche da parte della stessa comunità ebraica per il voto positivo espresso dall’Italia sulla risoluzione ONU che ha elevato l’Autorità Palestinese al rango di stato osservatore non-membro (da quello precedente di ente osservatore). Molto si è detto e si è scritto sul senso e le conseguenze di questa decisione da parte delle Nazioni Unite, ma non può non esser chiaro come il riconoscimento sia più simbolico che concreto. Capisco a malapena l’arroccamento di Israele su una battaglia diplomatica persa in partenza e su una questione con irrilevanti conseguenze pratiche. Avrei capito ancora meno –anzi, non avrei affatto capito – l’interesse che un paese come l’Italia avrebbe ottenuto dichiarandosi contraria a questo riconoscimento (o astenendosi). In fondo l’Italia con questa votazione mantiene buoni rapporti con i paesi arabi senza fare grossi torti allo stato d’Israele. Da un punto di vista diplomatico, è stata una scelta ineccepibile per la quale tutto sommato non si è scesi a grossi compromessi rispetto alle posizioni filo israeliane espresse dal ministro Terzi in precedenza. Infatti il riconoscimento della Palestina come stato non-membro dell’Onu non ha nessuna implicazione sulla sovranità di Israele sui suoi territori e sui cosiddetti “territori occupati”. Nondimeno è stata forte la delusione degli ebrei italiani al riguardo, arrivando anche a stigmatizzare i commenti di una sinistra felice (forse troppo) per il voto dell’Italia all’Onu.

Oggi anche l’era dei tecnici si appresta a finire e nel discorso con cui il segretario del PDL Alfano ha di fatto sfiduciato il governo tecnico non poteva non rientrare la questione mediorientale:

“L’epilogo è stato il voto sbagliatissimo dell’Italia all’Onu sulla Palestina. Sempre per il cattivo condizionamento della sinistra a questo governo”.

Fortunatamente non ho ancora sentito commenti da parte degli ebrei italiani al riguardo, ma, finita l’esperienza del governo tecnico e ripresentandosi la scelta tra PDL e PD (M5S non lo consideriamo per semplificare e rimanere seri), non mi stupirei se qualcuno fosse mosso e attratto dalle parole di Alfano. A Sinistra, intanto, si è svolto il dibattito sulle primarie. Renzi ha ricevuto un vero e proprio endorsement da parte di molti nelle comunità ebraiche quando nel secondo dibattito, prima del ballottaggio, si è espresso così sulla questione mediorientale:

“Io sono per due popoli e due stati. Il problema è che in una parte della sinistra c’è il desiderio di attaccare il popolo di Israele, non quello di difendere il popolo palestinese. E va ricordato che Israele si trova in una situazione in cui intorno ha popoli che vogliono sterminarlo”.

L’appoggio di molti ebrei a Renzi è stato tardivo e piuttosto inutile dal momento che in molti si erano disinteressati alle primarie di un partito tradizionalmente “ostile” a Israele e non hanno potuto votare al ballottaggio secondo quanto previsto dalle controverse regole delle primarie.

Tutto questo denota, a mio parere, un forte e a volte eccessivo collegamento fra le scelte politiche dell’elettorato di religione ebraica in Italia e la linea in politica estera dei partiti scelti. E’ naturale che ci sia una sensibilità accentuata su tutto ciò che riguardi lo stato d’Israele (sui rapporti tra diaspora e Israele non si scriveranno mai abbastanza libri), ma un ebreo italiano che senta o voglia sentire l’appartenenza a uno stato, almeno quanto l’appartenenza a una cultura religiosa, dovrebbe pensare prima di tutto allo stato in cui vive, in cui prospera e votare facendo gli interessi dello stato che gli ha dato i natali e il diritto di voto. Non dico certo che agli ebrei italiani non sia dato sostenere con coscienza la causa di Israele, ma la politica estera in Medioriente non può diventare l’elemento decisivo per una scelta di voto in Italia. Sostenere a corrente alternata un ministro tecnico a seconda di ciò che dice su Israele o votare Berlusconi “perché è l’unico che sostiene Israele” nonostante le palesi inadeguatezze a governare un paese, rasenta il menefreghismo civico ed è un comportamento analogo a chi lo vota per farsi togliere l’ICI disinteressandosi di tutto il resto. Mi sarebbe piaciuto vedere da parte della comunità ebraica un sostegno puntuale a Renzi in quanto uomo del cambiamento e portatore di ideali di sinistra scevri dai retaggi di un’ideologia non attuale e fallimentare. Il sostegno invece è stato tardivo, inutile e motivato da una dichiarazione sul Medioriente buttata lì con non so quanta convinzione.

I sentimenti di antisemitismo in Francia a fine ‘800 culminati con il caso Dreyfus furono motivati e alimentati dal sospetto che gli ebrei non fossero interessati alla Francia. Li si accusava di essere gente senza radici, quando non traditori, con scarso attaccamento alla Repubblica che li aveva emancipati dopo la Rivoluzione. Non c’è niente di più sbagliato e, anzi, storicamente ed attualmente la maggior parte degli ebrei della diaspora ha fatto sempre molto per il paesi che li hanno ospitati e protetti perché non hanno mai dato per scontati i diritti civili ottenuti con una lunga storia di persecuzioni. Anche in Italia, anche ora, vedo negli ebrei italiani un coinvolgimento sempre attento ai temi dei diritti civili che ha arricchito e alimentato il dibattito. Ce ne sono anche che in Italia si sentono “ospiti” e che non vedono l’ora di emigrare in Israele, ma non è questo il punto. Sarebbe opportuno che anche su temi politici di politica interna, gli ebrei italiani contribuissero al confronto fornendo il loro punto di vista particolare sulla questione Mediorientale, ma riservando alla questione il giusto peso che dovrebbe avere per un paese come l’Italia. Mandare al governo un presidente del consiglio come Berlusconi e alla Farnesina un ministro degli esteri come Frattini motivando tale scelta unicamente con le loro idee filoisraeliane, non è civile e tra l’altro, visto lo scarso peso internazionale dell’Italia e la credibilità dei personaggi che si sceglierebbero, non fa neanche un servizio a Israele.

In altre parole e per condensare, gli ebrei che tengono a questo paese dovrebbero votare da italiani ebrei più che da ebrei italiani.

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