Il pittore e lo scrittore (Vermeer e Proust)

Ho finito di leggere la Recherche di Proust a maggio scorso e, dopo avervi fatto parte di un mio commento finale e di qualche estemporanea osservazione scritta in tempi di noia e ispirazione letteraria, non avrei mai pensato di tornare a tediarvi con l’elogio maldestro di quella sintassi così bella e articolata.

L’occasione per tornare sulla scena del delitto è una mostra dedicata al pittore olandese Vermeer che ho visto recentemente alle Scuderie del Quirinale. Premetto che il sottoscritto non capisce nulla di arti figurative. Dove non arriva la competenza tecnica per valutare un quadro, non mi soccorre neanche la sensibilità, che nel mio caso è del tutto sorda ai richiami di pennellate, colori e prospettive. Per questo motivo, evito, se posso, mostre e musei. E’ stato diverso per la mostra alle Scuderie del Quirinale. Vermeer è il pittore venerato da Marcel Proust, citato più volte nella Recherche e famoso per il passo de “La Prigioniera” in cui lo scrittore Bergotte muore proprio mentre si reca a una mostra di Vermeer. Ero curioso di vedere le opere di un artista così stimato da uno scrittore da me tanto apprezzato (la letteratura è sicuramente una forma d’arte verso cui sono meno insensibile) e di capire se facesse veramente quadri belli “da morire”.

Questo è il passo della morte di Bergotte in cui si cita un’opera di Vermeer.

Morì nelle circostanze seguenti: a causa di una crisi di uremia abbastanza leggera, gli avevano prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e pensava di conoscere a fondo, una piccola ala di muro giallo (che non si ricordava) era dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che sarebbe bastata a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì ed entrò alla mostra. Sin dai primi gradini che ebbe da salire, fu preso da mancamenti. Passò davanti a molti quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e dell’inutilità di un’arte così artificiosa, e che non valeva le correnti d’aria e di solo di un palazzo di Venezia, o di una semplice casa in riva al mare. Infine si trovò davanti al Vermeer che si ricordava più splendente, più diverso da tutto quel che conosceva, ma dove, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, che la sabbia era rosa e infine la preziosa materia della piccolissima ala di muro giallo. […] Tuttavia la gravità dei suoi capogiri non gli sfuggiva. In una bilancia celeste gli appariva, su uno dei piatti, la sua stessa vita, mentre l’altro conteneva la piccola ala di muro dipinta così bene di giallo. Sentiva di aver dato incautamente la prima per la seconda.

Cosa piace tanto a Proust/Bergotte di Vermeer? In questo passo Proust metta in contrapposizione l’arte “artificiosa” (arida e inutile) agli spettacoli della vita di tutti i giorni (i cortili di Venezia, una casa al mare). E ciò che ammira di più nella Veduta di Delft è la mancanza di artificiosità unita allo scrupolo con cui i particolari (l’ala di muro giallo, la sabbia, i piccoli personaggi blu) sono riprodotti per conferire alla scena una bellezza fine a se stessa. L’arte sta nel riprodurre la realtà così com’è camuffando il tocco dell’artista nelle minuzie di ciò che sembra del tutto naturale. Chi ha letto la Recherche sa che è esattamente lo stile della prosa di Proust. Tuttavia raccontare le sensazioni olfattive di una madeleine inzuppata, o quelle uditive della Sonata di Vinteuil, con realismo e arte, senza sembrare artificiosi, non è cosa semplice. La prosa di Proust, sebbene scorrevole, simmetrica, razionale e al tempo stesso colorita per gli accostamenti che dipinge sulla pagina, è priva dell’immediatezza che può avere un quadro. Questo sembra essere il cruccio dello scrittore Bergotte (quindi di Proust) che ha il capogiro realizzando di non poter mai arrivare a quel tipo d’arte (da me compresa meno della sua prosa, curioso) e sente di aver incautamente dato la vita per raggiungere la perfezione di quella famosa “ala di muro dipinta così bene di giallo.

La morte di Bergotte è poi lo spunto per una riflessione filosofica sulla vita dopo la morte, sull’arte e sulle idee.

Era morto. Morto per sempre? Chi più dirlo? Certo, né le esperienza spiritiche né i dogmi religiosi provano che l’anima sopravviva. Quel che si può dire, è che tutto avviene nella nostra vita come se vi entrassimo con il fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c’è nessuna ragione nelle condizione della nostra vita su questa terra perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche cortesi, né perché l’artista ateo si creda in dovere di rifare venti volte un pezzo che susciterà un’ammirazione che importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come l’ala di muro giallo che dipinse con tanta abilità e raffinatezza un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. Tutti questi obblighi che non hanno sanzione nella presente sembra che appartengano a un altro mondo, fondato sulla bontà, sullo scrupolo, sul sacrificio, un mondo completamente diverso da questo, e da cui usciamo per nascere a questa terra, prima forse di ritornarvi, a rivivere sotto l’imperio di quelle leggi ignote a cui abbiamo obbedito perché ne portavamo l’insegnamento in noi, senza sapere chi ve le avesse tracciate, quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo dell’intelligenza e che sono invisibili soltanto – seppure! – per gli sciocchi. Perciò l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è inverosimile.

E’ interessante il collegamento tra arte e intelligenza che, secondo Proust, sono la manifestazione di leggi superiori a cui obbediamo perché inconsciamente ne portiamo il retaggio di una vita precedente a cui forse ritorneremo.

A proposito. Il famoso quadro di Vermeer davanti a cui muore Bergotte è questo qui (non era esposto alle Scuderie del Quirinale).

Lorenzo Renzi ci ha scritto un saggio (Proust e Vermeer, apologia dell’imprecisione) in cui conclude che il famoso muro non esiste. Sarebbe in realtà il tetto illuminato dal sole nella parte centrale.

Il solo muretto in predicato è quello all’estrema destra (in particolare quello centrale della serie della sequenza di tre muri), ma il colore giallo è quello del tetto inondato di sole. Proust deve avere associato il muretto di sinistra con il colore del tetto di destra.[…]
Ho provato a sottomettere Proust alla prova dell’esattezza… L’ho trovato in colpa più d’una volta. Poi l’ho assolto perché il fatto non costituisce reato. Anzi!

Eppure – spiega Renzi – non essendo Proust un realista (come non lo è Vermeer), la sua arte sta proprio nella sovrapposizione di più immagini e sensazioni che portano, in una sorta di apparente imprecisione, alla costruzione di una realtà realistica, non reale e per questo migliore.

Mi ha stupito, comunque, il fatto che grazie a Proust, per la prima volta, sia riuscito ad apprezzare almeno parzialmente una mostra d’arte. Il mio Vermeer preferito è questo (La ragazza col bicchiere di vino), di cui trovo molto divertente il gioco di sguardi (uomo sullo sfondo, quadro sulla parete, uomo accanto alla donna, donna):

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Articolo creato 1724

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