Dottore, non generalizziamo

Qualche settimana fa ho usufruito del medico di base per la prima volta nella mia vita (sorvoliamo sul perché non ci fossi mai andato per trent’anni). Dopo essermi fatto prescrivere antibiotici da cavallo per curare una brutta tonsillite, ho presentato la ricetta alla farmacista e questa mi propone di acquistare il generico, sebbene il medico mi avesse indicato il farmaco a marchio. In tempi di crisi – ho pensato – si potevano pure risparmiare quei cinque euro. Poi faccio per prendere il bancomat, la farmacista mi sorride con pietà ed esclama con compiacenza: “lei non ha mai visto una ricetta rossa, vero?”. No. In effetti. Ed esco dalla farmacia con il conto corrente intatto e i miei antibiotici pagati dal SSN, mentre dilagavano sui giornali parole come spread e spending review.

Ci ripenso e mi chiedo come fosse possibile che lo stato, comprandomi dei farmaci, lasciasse a me la scelta fra antibiotico con il brand o uno, del tutto uguale, con lo stesso principio attivo, senza marchio e meno caro del 10-15%. E poi… Perché il mio medico di base, pagato dallo stesso SSN che poi mi avrebbe pagato i farmaci, mi aveva prescritto un farmaco a marchio anziché il generico?

Me ne uscii con questo tweet:

Nelle ultime bozze della spending review di questi giorni era stata ventilata proprio l’ipotesi di obbligare il medico di base a prescrivere il principio attivo, motivando l’eventuale prescrizione del farmaco a marchio. Era normale aspettarsi una levata di scudi da parte di Farmindustria, ma è stata inspiegabile, per me profano che non avevo mai visto una ricetta rossa, la reazione violenta dei medici di base contro questo provvedimento, annacquato poi in una forma più leggera dopo l’azione di lobby congiunta di aziende farmaceutiche, farmacisti e medici di base.

Inizialmente i medici si difendevano accusando il governo di ledere “l’autonomia del medico”. Quale autonomia? Che autonomia c’è nel prescrivere tachipirina o paracetamolo se sono esattamente la stessa cosa? Oggi sul Corriere leggo qualcosa di più argomentato e sconvolgente in un’intervista a un medico di base:

Immaginiamo un collega in visita domiciliare. Se deve prescrivere per la prima volta e non ha dimestichezza con l’uso del principio attivo, ma solo del farmaco originale di marca, dovrà consultare un computer.

Fantascienza! Un computer! Ti rendi conto?! Un professionista che deve andarsi a cercare qual è il principio attivo contenuto nell’Augmentin! Si chiudono gli ospedali, si licenziano gli statali, si riducono le pensioni e lo stato (noi) dovrebbe rinunciare a un 10-15% di risparmio su una spesa complessiva di 10-12 miliardi l’anno perché il medico della mutua si ricorda meglio il marchio del principio attivo? Stiamo scherzando?

E ancora:

Inoltre alcune molecole possono essere prodotte sotto forma di generico da decine di aziende e non è giusto che sia il farmacista a fare la scelta finale.

Ma che t’importa del farmacista! Pensa a fare il tuo lavoro, comprati un computer e un palmare! Aggiornati! O forse ti piace essere coccolato dagli informatori scientifici e ti dispiacerebbe non essere più invitato a quei bei convegni negli agriturismi organizzati dalle case farmaceutiche con lo scopo di farti ricordare più il loro marchio del principio attivo (senza l’uso del computer, ben inteso)?

E più ancora di queste proposte, sorprende la disponibilità al compromesso su argomentazioni tanto deboli quanto ridicole da parte di un governo che sulle pensioni – giustamente – è andato avanti a testa bassa.

C’è una cosa che i sindacati dovrebbero imparare: un lobbista vale più di milioni di persone che partecipano a uno sciopero generale.

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