Una storia di crescita in pillole

172927327-64f24acf-3782-4c45-96ce-ba38cb16ee85.jpegE’ di ieri la notizia che Walgreens, colosso statunitense della distribuzione farmaceutica, ha acquistato il 45% di Alliance Boots (altro colosso mondiale della distribuzione farmaceutica)
A vendere sono KKR (fondo di private equity statunitense) e la coppia Pessina-Barra (entrambi manager di Alliance Boots) che avevano acquistato la società lanciando un’offerta pubblica nel 2007 (fu uno degli ultimi mega management buyout dei bei tempi, una transazione da 12,4 miliardi di sterline di cui 9 finanziati con debito).
Walgreens ha inoltre un’opzione per rilevare il restante 55% nei prossimi tre anni.

KKR riceverà contanti monetizzando con profitto il proprio investimento (2,7 volte quello che avevano investito cinque anni fa) mentre i coniugi Pessina-Barra riceveranno azioni Walgreens. A tendere diventeranno i primi azionisti di quello che sarà il primo operatore mondiale della distribuzione farmaceutica con ricavi per oltre 100 miliardi di dollari.

Soffermiamoci sulla figura di Ornella Barra. Si laurea in farmacia all’età di 26 anni a Genova nel 1979. La mettono a gestire una farmacia che poi riuscirà a rilevare con i propri risparmi cinque anni dopo. Per superare i limiti dell’iper regolamentato settore della vendita al dettaglio dei farmaci, fonda la Di Pharma pochi anni dopo entrando nel settore della distribuzione all’ingrosso. Nel frattempo conosce Stefano Pessina, anche lui proprietario di un distributore all’ingrosso di farmaci (Alleanza Salute). Si “mettono insieme” (in ogni senso), fondono le loro aziende e successivamente fondono l’azienda con un distributore francese (Alliance Santé) espandendosi all’estero. Poi la fusione con l’operatore inglese Unichem (Alliance Unichem).
Barra e Pessina riescono a ritagliarsi sempre ruoli manageriali di spicco, non curandosi di perdere la maggioranza assoluta del capitale, e quando Alliance Unichem si fonde con Boots (da cui nascerà Alliance Boots) Pessina diventa vicepresidente e Barra amministratore delegato della divisione farmaceutica (Boots aveva anche una divisione cosmetici). Poi nel 2007 brigano con il fondo di private equity KKR per comprare l’azienda per cui lavorano, si fanno prestare 9 miliardi di sterline dalle banche, mettono sul piatto le loro stock option e 1 miliardo di sterline (KKR mette altri due miliardi di sterline).

Il resto l’avete letto all’inizio del post e sui giornali di oggi.

Una brava laureata con la passione per la farmaceutica, in Italia, non sarebbe potuta andare oltre la gestione e la proprietà di una singola farmacia della provincia ligure.
Se l’azienda di Pessina (ereditata dalla famiglia) non avesse avuto il coraggio di fondersi con altre aziende, con la proprietà disponibile a cedere il controllo assoluto, non avrebbe mai raggiunto la massa critica per suscitare l’interesse di Unichem.
Se Unichem e Alliance non avessero avuto lo status di public company quotate con un azionariato diffuso, non sarebbero mai potute essere oggetto di un takeover da parte di un management devoto all’azienda per cui lavorano (e ai soldi, perché no). E se Pessina-Barra non si fossero alleati con quegli squali cattivi del private equity chiedendo soldi in prestito a quei furfanti della finanza, non avrebbero mai avuto i mezzi e le competenze finanziare per rilevare Alliance Boots.

Insomma, ce lo vedi Marchionne, bravo manager, che si prende una quota di controllo di Fiat per poi formare un colosso mondiale dell’auto? No, noi abbiamo il mitico capitalismo familiare e la mitica piccola impresa, che resta piccola anche quando è grande. Piccolo è bello, ma se non cresce, non cresce il paese e dopo un po’ diventa brutto. E’ bello il capitalismo familiare, ma dopo un po’ di generazioni, diventa Parmalat.

La storia dei Pessina-Barra dovrebbe far capire che quando si parla di sviluppo, di mercato dei capitali, di liberalizzazioni, di concorrenza, si parla di cose concrete che potrebbero far sì che dei bravi imprenditori non debbano andare a lavorare a Nottingham alleandosi con capitali statunitensi per soddisfare le loro ambizioni (che dovrebbero coincidere con quelle del loro paese).

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