Mitologia greca e mitomani europei

Ho sentito tassisti parlare di zona monetaria ottimale anziché di ZTL. Cene di famiglia in cui zii e nonni hanno rimpiazzato le querelle di politica familiare con seriosi discorsi sul ruolo della Banca Centrale Europea. Anche il direttore di Tv Sorrisi e Canzoni non fa che ripeterlo: le politiche fiscali d’austerity hanno effetti recessivi per l’economia. Mentre sulle colonne di Gente si può leggere che servono gli Eurobond, su quelle patinate di Oggi si controbatte che prima serve una politica fiscale comune. La Scienza Triste, l’economia, si è impadronita di una società intristita; l’ha colonizzata invadendone ogni campo. Ma, come i romani con i greci, l’economia conquistatrice è caduta vittima della società conquistata. Non solo perché teorie oggetto di annosi studi e dibattiti sono diventate patrimonio comune dei bar svilendone i contenuti, ma perché l’isterismo collettivo attorno allo spread, agli eurobond e al deficit ha reso ancora più difficile un’attuazione serena delle politiche monetaria e fiscale da parte di istituzioni già indebolite da evidenti deficit di autorevolezza e coesione. Il tempo di compilare una bozza di regolamentazione del sistema bancario e i dettagli sono già su Twitter pronti a essere smontati e fatti a pezzi da sedicenti guru, catastrofisti, trader su di giri e popolino spaventato.

A una sobrietà imposta ci siamo già abituati, ma dovremmo imporci anche serenità e fiducia, stati d’animo che normalmente dovrebbero essere ispirati più che autoimposti, ma tant’è. Intanto, mi premerebbe sfatare alcuni miti che si sono ormai sedimentati nel dibattito pubblico, giusto per considerare il tutto, se non con serenità, almeno con più fatalismo (che è sempre preferibile all’isterismo verboso di questi giorni).

1) Il deficit e l’austeirty. “Se tassi la gente, la gente non spende, si strozza l’economia e non usciremo mai dalla crisi avvitandoci in uno scenario deflattivo da incubo simile a quello greco. Bisogna tagliare la spesa pubblica”.
E’ un ragionamento corretto che, però, non fa i conti con la realtà. Se avessi un debito pubblico più contenuto e, soprattutto, se non avessimo problemi a incrementarlo trovando qualcuno disposto a sottoscrivere altri BTP, lo stato potrebbe tranquillamente stimolare l’economia riducendo la pressione fiscale e, magari, spendendo di più in opere pubbliche. Pero, c’è un piccolo problema con cui deve fare i conti tutta l’Europa (non solo noi). I flussi dei risparmiatori italiani non bastano neanche a sottoscrivere il debito in scadenza e anche quelli provenienti dall’estero si stanno riducendo da due anni a questa parte. Riusciamo a malapena a rifinanziare il debito esistente, figuriamoci se siamo in grado di incrementarlo.
Ok. Riduciamo la spesa pubblica anziché tassare i cittadini, no? Ni. La maggior parte della spesa pubblica, ahimè, non è formata dai costi delle auto blu e della casta (odiosi e da espungere, per carità), ma dalle persone impiegate nell’amministrazione pubblica. Abbiamo visto oggi quale sarebbe la reazione dei sindacati al solo pensiero di toccare quelle persone e, d’altro canto, credo che mettere 300.000 persone in cassa integrazione dall’oggi all’indomani non avrebbe effetti positivi sull’economia. La spending review è un processo lento che deve fare i conti con un terreno vischioso e inerte. E’ la strada su cui procedere, ma nel breve periodo non ha effetti minimamente comparabili a quelli che si sono avuti con l’introduzione dell’Imu, con l’innalzamento delle accise, dell’Iva e di altri tributi.
Sì, ma se presentassimo dei tassi di crescita del 2-3% sarebbe molto più facile rientrare del debito e i mercati sottoscriverebbero il debito più facilmente. Certo, certo. Tuttavia, senza una riforma del mercato del lavoro e altre misure che incrementino la nostra competitività, quei tassi di crescita sono chimere. Chiamiamola “fase 2”, “Cresci Italia”, “Dai cazzo” o come volete, ma qualsiasi riforma del genere, anche se approvata con il maggior consenso di questo mondo, dispiegherà i suoi effetti non prima di un lustro. La Germania ha iniziato nel 2000 e per cinque anni ha continuato a marciare a rallentatore (il contesto macroeconomico globale era favorevole, per cui non è stato così traumatico marciare a rallentatore). Noi ancora assistiamo divertiti alla scaramucce tra Fornero e Camusso.
Ergo, bene la spending review, bene le misure per lo sviluppo, ma per il momento la priorità è non perdere l’accesso ai mercati e per questo è vitale presentare i conti in ordine a costo di IMU e accise. Qualsiasi discorso sulla crescita e sugli effetti recessivi dell’austerity è una banalità inutile e se non prende in considerazione l’esigenza attuale di rifinanziare scadenze enormi di debito pubblico in un contesto di mercato in cui non solo i capitali esteri fuggono dall’Italia, ma anche quelli domestici. Certo, è importante che sia fatto capire al contribuente che sta facendo sacrifici nelle more di una riforma più ampia che dia priorità alla crescita, con la possibilità di alleggerire in futuro la pressione fiscale. Su questo c’è molta sfiducia e il governo dei tecnici non si può certo dire un governo di buoni comunicatori.

2) Ci vogliono gli Eurobond.
Uno dei primi a parlare di Eurobond fu Giulio Tremonti, che li chiamò e-bond, tanto per dar loro un’aurea modernistico-tecnologica. La paternità dell’idea e l’insistenza con cui viene rivendicata dovrebbero far diffidare dell’idea stessa, invece è oggi osannata da tutti. L’eurobond – o mutualizzazione del debito – sembra essere il colpo di bacchetta magica in grado di far sparire ogni problema. E siccome nessuno si è mai preoccupato di riflettere per più di due minuti sull’effettiva realizzabilità e sull’efficacia di uno strumento del genere, si attribuiscono a tutti quei paesi che non l’approvano (Germania in prima fila) le colpe della situazione di stallo e l’imminente implosione dell’Eurozona. In realtà la crisi della Eurozona – su questo c’è consenso da parte di molti – è una crisi della bilancia dei pagamenti, non propriamente del debito. Alcuni paesi della zona euro hanno perso competitività all’interno della loro zona monetaria e si sono ritrovati, piano piano, a corto dei capitali esteri da cui dipendevano. E’ un processo che è stato accelerato dal fallimento di Lehman e dal disordine con cui sono stati gestiti i primi focolai di crisi greca nel 2010. Per dieci anni il mercato dei capitali nell’eurozona ha funzionato alla perfezione (non proprio, diciamo che ha funzionato come si voleva farlo funzionare): i rendimenti dei titoli di stato di Italia, Grecia e Spagna e degli altri paesi si sono appiattiti sugli stessi valori e lo spread era una roba che nessuno conosceva. Mi ricordo che nel 2006 ci si allarmò perché lo spread del BTP si era avvicinato a quota 90 bps. Non è che i rendimenti si sono appiattiti perché allora si pensava che la Germania avrebbe salvato la Grecia o qualsiasi altro paese (anzi, all’epoca la Germania era messa peggio dell’Italia sotto certi punti di vista e l’idea che un contribuente tedesco potesse sussidiare uno statale greco o italiano era risibile dieci anni fa come oggi). Il tutto funzionava perché i capitali circolavano. Le banche dell’eurozona si scambiavano capitali sul mercato interbancario e i flussi dei paesi in surplus finivano con equilibrare i flussi dei paesi in deficit (del settore privato o del settore pubblico). Lehman e il pastrocchio greco hanno congelato il mercato interbancario e tutto ora dipende dal ruolo di supplenza della BCE. Non è un caso che gli spread si sono ridotti significativamente solo in corrispondenza delle aste illimitate (LTRO).
Gli Eurobond risolverebbero questo problema? Senza una centralizzazione nella gestione del debito, ogni paese correrebbe a emettere eurobond come un forsennato distruggendo ogni tipo di fiducia in uno strumento del genere da parte dei mercati finanziari. Una gestione centralizzata del debito, d’altro canto, implicherebbe lo stesso tipo di disciplina che oggi si cerca di imporre ai paesi in crisi e non risolverebbe affatto il problema alla base della crisi nella bilancia dei pagamenti (differenza di competitività, impossibilità di ricorrere a flessibilità dei tassi di cambio).
Quindi affermare che l’Eurobond sarebbe la soluzione e che ci troviamo in questa situazione per colpa della Germania che è restia ad approvarli è un po’ superficiale e tendenzioso oltre che banale. Senza contare che, a mio avviso, anche qualora si volesse attribuire a questo strumento le virtù curative di una panacea finanziaria, l’ostacolo è meno nell’egoismo tedesco che nell’indisponibilità di paesi mediterranei a cedere parte della loro sovranità fiscale.

Oggi sembra che la Grecia riuscirà ad avere un governo di coalizione pronto ad appoggiare un piano d’austerity rivisitato (da questo punto di vista la sinistra di Syriza ha provato l’efficacia del suo ricatto, visto che alleggerimenti del piano d’austerity erano già stati proposti tre gioni prima dell’elezioni per spingere l’elettorato greco a fare “la scelta giusta”). Tuttavia Spagna e Italia restano ancora sotto i riflettori e nessuno dei sacrifici a cui forse si sottoporranno i greci cambierà in minima parte la dinamica dei flussi di capitale che sta strozzando l’Europa mediterranea.

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