Tarpare l’Eurozona

toobigtoofail.jpegIeri ho visto il film-documentario dell’HBO sulla crisi finanziaria statunitense culminata nei frenetici giorni che seguirono il fallimento di Lehman Brothers (Too Big To Fail). E’ un film divulgativo destinato a un grande pubblico e si porta dietro il peccato originale del suo fine. Inoltre, gran parte del materiale sembra tratto dal libro autobiografia di Henry Pulson, l’ex segretario al tesoro statunitense, e perciò il racconto di quei giorni ci dà una visione parziale, fin troppo indulgente degli errori che furono commessi. Tuttavia, il film mi ha colpito riuscendo tramite la drammatizzazione cinematografica a far comprendere meglio alcune scelte difficili che furono prese all’indomani del fallimento di Lehman Brothers.

2611512_height370_width560.jpegSubito dopo il fallimento di Lehman l’amministrazione statunitense pensò di aver messo a segno un bel colpo: (i) aveva tracciato una linea oltre la quale il governo non avrebbe salvato Wall Street, (ii) si era fatta bella e dura con l’elettorato alle prese con la crisi causata da Wall Street e (iii) aveva mostrato agli investitori che il mondo poteva andare avanti come prima anche senza Lehman Brothers. Non furono del tutto previdenti su quest’ultimo punto. Migliaia di investitori (privati, hedge fund, altre banche, etc.) si ritrovarono nell’impossibilità di ritirare i propri investimenti depositati nei dossier titoli presso Lehman (avrebbero potuto farlo qualche mese dopo, sbrigate le complesse procedure di amministrazione controllata portate avanti fra Londra e New York) e improvvisamente tutti ebbero paura di fare affari con… Le banche d’affari.

Goldman, Jp Morgan Stanley, Bank of America. Chi sarebbe stata la prossima? Ciascuno dei CEO delle grandi banche cercava di farsi bello agli occhi del mercato e Timothy Geithner giocava a pianificare fusioni fra i diversi istituti così da renderli più forti evitando una seconda Lehman. D’altronde, il Tesoro non poteva smentire la propria linea dura e dire: “Ok, abbiamo scherzato. Far fallire Lehman è stata una sciocchezza. Salveremo chiunque d’ora in poi”. E i CEO non avevano nessuna intenzioni di farsi dire dal governo cosa avrebbero dovuto fare e con chi avrebbero dovuto fondere.

Ed ecco spuntare un Deus ex machina chiamato TARP (troubled asset relief program). Il Tesoro avrebbe iniettato 700 miliardi di dollari nel sistema finanziario statunitense comprando dalle banche asset tossici e ricevendo in cambio partecipazioni sotto forma di azioni privilegiate. Il Tesoro sarebbe intervenuto quindi, ma richiedendo un prezzo alle banche: azioni privilegiate prive di diritto di voto (tanto per non dire che si stavano nazionalizzando le banche), stop ai bonus e stop ai dividendi finché non si fosse rimborsato quanto ricevuto in cambio del TARP.

Schermata 11-2455873 alle 00.02.41.pngLa scena madre del film è la riunione in cui tutti i vari CEO delle banche d’affari sono da Henry Paulson. C’erano banche che non avevano alcun bisogno del TARP e altre che avevano enorme sete di capitali. Paulson taglio corto e obbligò senza mezzi termini tutti a richiedere ufficialmente il TARP. Aveva già sul tavolo assegni pronti con le cifre già stampate Il ragionamento corretto era il seguente: se il TARP fosse stato sottoscritto solo da Merrill Lynch, non avrebbe funzionato, perché il mercato avrebbe percepito il ricorso al TARP come un segno di debolezza e avrebbe spinto Merrill Lynch al fallimento con grandi problemi per le altre banche, anche quelle virtuose. In altre parole, se il TARP fosse stato un intervento mirato ad alcune banche, sarebbe stato visto dal mercato come una misura per tappare una piccola falla: un indicatore di una falla più che una soluzione di sistema.
Accanto ad Henry Paulson avevano fatto sedere Sheila Bair, presidente dell’ente che vigila sui depositi presso le banche (FDIA) minacciando indagini infinite dell’autorità vigilanza sulle banche che avrebbero rifiutato il TARP. Alla fine, tutti cedettero senza andare a vedere il bluff di Paulson e Bair. I mercati riacquistarono fiducia nel sistema finanziario statunitense, i corsi azionari si ripresero e gran parte dei fondi furono restituiti al tesoro che, su alcune posizioni, riuscì anche a guadagnare. Il film si conclude lì, senza andare ad analizzare i contraccolpi negativi di quel piano e senza parlare dello stato comatoso dell’economia reale. Nondimeno, non si può negare che il TARP riuscì ad arrestare la spirale negativa di sfiducia che stava andando a minare le fondamenta stesse del sistema finanziario. Non fu il “Bazooka” da 700 miliardi di dollari a salvare il sistema finanziario statunitense, ma l’astuzia di Paulson che riuscì a far sottoscrivere il TARP a tutte le principali banche.

Nella situazione del sistema finanziario statunitense nel 2009 vedo molte analogie con l’attuale crisi che coinvolge i debiti sovrani europei. C’è una sfiducia generalizzata nei paesi più deboli che chiedono ai più grandi di intervenire in proprio soccorso. Il problema è che non appena un paese accede agli aiuti (vedi Grecia, Portogallo e Irlanda) il mercato interviene per massacrare i titoli di quel paese vedendo la sua situazione finanziaria traballante. Insomma, per quanto grandi siano gli aiuti dell’EFSF, non riescono a spegnere i focolai di sfiducia e anzi, hanno l’effetto controproducente di “segnalare” al mercato dove colpire e di indebolire la stabilità complessiva del sistema europeo (quelle garanzie prima o poi dovranno essere sborsate dalla Germania e dagli altri paesi del club AAA). E d’altronde dubito che Germania e Francia reggerebbero a un fallimento a catena di Grecia, Spagna e Italia (anche Goldman, la Germania delle banche d’affari, fu messa in difficoltà dal fallimento di Lehman).

Ecco, anziché continuare con questo gioco al massacro in cui i più forti dell’Eurozona si beano della loro situazione impartendo lezioni ai più deboli, sarebbe molto più coraggioso adottare una soluzione come quella del TARP. L’ESFS, il veicolo “salva stati” creato da tutti i paesi dell’Eurozona, dovrebbe essere capitalizzato massicciamente con risorse del Fondo Monetario Internazionale e a quel punto tutti i paesi dell’Eurozona dovrebbero chiedere all’ESFS fondi in prestito in proporzione al PIL, rimborsabili dopo dieci anni. In cambio tutti i paesi dell’Eurozona dovrebbero implementare riforme per armonizzare età pensionabile, concorrenza nei servizi, peso del settore pubblico e altri parametri che il FMI riterrà importanti per la crescita. Tutti i paesi dovrebbero aderire, Germania compresa. Anzi, o tutti o nessuno. O accettano questo programma o il FMI non aiuterà più un singolo paese europeo. In questo modo l’Europa eviterebbe una stretta fiscale massiccia dannosa per il PIL e realizzerebbe una maggiore integrazione. I mercati finanziari, tornerebbero a comprare titoli europei indistintamente, gli spread si appiattirebbero e… Vissero tutti felici e contenti. Certo negli Stati Uniti Paulson aveva Sheila Bair e Timothy Geithner per spaventare i CEO di Wall Street. Christine Lagarde del Fondo Monetario avrebbe carte più sbiadite per spaventare quei testoni inaffidabili dell’Eurozona.

Too Big to fail è stato presentato fuori concorso al Festival di Roma, ma speriamo che l’abbia visto anche qualcuno dei testoni che si sono riuniti a Cannes.

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