Ora legale. Ora basta.

Ci risiamo. L’ultima domenica di marzo si spostano avanti le lancette di un’ora, perdiamo quei 60 minuti fantasma tra le 2am e le 3am insieme a una quantità enorme di parole e inchiostro. E’ sempre la stessa solfa in cui per un giorno si parla dei nefasti effetti di uno sconvolgimento ex abrupto del ritmo circadiano dell’organismo e la settimana successiva si continua a vivere più felici di prima aggiungendo nuove banalità (si sono allungate le giornate signora-mia) a vecchi discorsi da ascensore sul tempo (quello atmosferico questa volta).

Ultimamente la smania da status, il clima politico e il gusto spasmodico per la satira hanno fatto sì che in quest’occasione, insieme agli studi di esperti psichiatri e neurologi, compaiano puntuali le battutine sull’ora legale: “Arriva l’ora legale: Berlusconi corre ai riparti” (o altre varianti sul tema).

La cosa prima mi irrita (basta, eh, è una battuta mediocre che si ripete da quando Berlusconi è al governo c’erano i socialisti al potere. Non è originale e ci fate ancora le vignette e gli status?), ma poi mi fa pensare all’origine dell’espressione “Ora legale”. Solo da noi si poteva utilizzare un’espressione simile.

Negli Stati Uniti dicono Daylight saving time (DST), espressione che dice tutto sul perché si spostano le lancette a fine marzo (non è un caso che sia nato negli Stati Uniti l’uso di “rincorrere il sole” nella misurazione del tempo). Nel Regno Unito utilizzano l’espressione Summer Time. Heure d’été (ora estiva) in Francia. Horario de Verano in Spagna. Sommerzeit in tedesco. Horário de verão in Brasile. Летнее время in Russia (tempo estivo). Czas letni in polacco (ora d’estate).

Da noi, solo da noi, resta quella bruttissima espressione. Come ci sono arrivati? Perché nessuno ha pensato a cambiarla? E’ il vestigio di una burocrazia pervasiva, nella sua completa dimensione spazio-temporale? Orario estivo: che ci voleva?

Continuiamo pure a dire “Ora legale”, così almeno a fine marzo vignettisti e comici potranno sempre sbizzarrirsi sul suo uso equivoco.

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