E l’Euratom?

Si parla d’Europa quando si parla di soldi. Libera circolazione delle merci? Europa. Una moneta unica? Europa. Insolvenza della Grecia: Europa, Europa.
Mi piacerebbe invece che si parlasse di integrazione europea e politica europea comune anche per altri temi. Non dico la cultura, non la politica estera (per carità, ognuno pensi al suo orticello), ma temi fondamentali come la politica energetica e la sicurezza delle centrali nucleari forse dovrebbero essere affrontati in modo più sistematico anziché essere guidati dalle contingenze del momento e dai particolarismi dei singoli stati membri. Non è per caso che nella sua fase embrionale, ancora prima che nascesse la CEE, i primi organi sovranazionali europei furono la CECA e l’Euratom.

Sei mesi fa, nell’ambito di una generale corsa all’austerity e ai piani di risanamento del deficit, anche la virtuosa Germania si imbarcò in misure fiscali che avrebbero dovuto servire d’esempio per i ministri degli altri stati membri in giro per l’Ecofin a pianger miseria. Una delle misure attuate fu imporre una maggiore tassazione sulle utility del paese (E.On, Rwe) in cambio della possibilità per queste di utilizzare 17 centrali nucleari oltre il previsto periodo di smantellamento. Si tratta di 17 reattori di vecchia generazione piazzati nel cuore dell’Europa che in caso di incidente provocherebbero disastri che interesserebbero tutta l’Europa. Ovviamente all’epoca non ci fu nessuno che gridò allo scandalo (dalla volontà della Germania di appoggiare gli aiuti a Irlanda e Grecia dipendeva un po’ tutto il futuro dell’Unione) e sul nucleare vigeva l’anarchia più totale. Costruisci tutte le centrali nucleari che vuoi, utilizza gli standard che ritieni più convenienti e nessuno ingerirà sui tuoi affari fintanto che rispetti i paletti del patto di stabilità e crescita e non bussi alla porta del condominio per un aiuto economico.

Wolfgang Schäuble all’Ecofin fa ancora il professorino che bacchetta sulle mani i paesi che non hanno saputo tenere sotto controllo le proprie finanze, ma solo ora, di fronte alle apocalittiche immagini dei venti radioattivi che potrebbero raggiungere Tokyo, ci si rende conto che ottenere 2 miliardi di euro di maggiori entrate fiscali in cambio di standard sulla sicurezza nucleare meno severi non è stata proprio una mossa furba.

A quando un patto di stabilità e crescita sull’energia e una maggiore coordinazione su questioni “di vita o di morte”?

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