Ritirata strategica

La ritirata di Sharon da Gaza è stata interpretata nei modi più vari. Alcuni l’hanno considerata un gesto di debolezza da parte d’Israele ed una vittora di Hamas. Molti israeliani l’hanno considerata una carognata nei riguardi dei coloni. La stampa di sinistra non poteva esimersi dal criticare un gesto che fino ad un anno fa si auguravano. Il ritiro da Gaza sarebbe stato inopportuno perché “unilaterale”. Poi ci sono il muro, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Insomma, qualunque cosa tu faccia, sbagli.

Io ho sempre considerato il ritiro di Sharon un’astuta mossa per mostrare all’opinione internazionale l’incapacità da parte dell’Autorità Palestinese di controllare le proprie frange estremiste e creare un apparato statalr degno di questo nome. Il fermento di Al Aqsa culminato del rapimento lampo dell’inviato del Corriere n’è una prova.

Proprio il corriere oggi pubblica in prima pagina un editoriale che demolisce la più grande delle ipocrisie propinata all’opinione pubblica: quella dei profughi palestinesi. Un articolo del genere non avrebbe avuto sostegno senza il ritiro da Gaza: doloroso, unilaterale, ma necessario per levare quel velo di ignoranza che copre i fatti.

I PALESTINESI DIMENTICATI di PIERO OSTELLINO

I rapitori di Lorenzo Cremonesi, l’inviato del Corriere in Medio Oriente, l’hanno detto chiaramente, gettando una luce nuova sulla questione mediorientale. Volevano attirare l’attenzione del mondo non sul conflitto con Israele, ma sulla situazione interna ai territori amministrati dall’Autorità palestinese. Per segnalare che cosa? Che se il popolo palestinese, a distanza di cinquantotto anni dalla risoluzione dell’Onu che sanzionava la spartizione della Palestina, vive ancora in condizioni di precarietà politica, economica e sociale, la responsabilità non è israeliana, ma della sua stessa dirigenza, da Arafat ad Abu Mazen. Di carenza di democrazia, di corruzione, di sottosviluppo in casa propria, hanno parlato i rapitori di Cremonesi. E’ un episodio sul quale dovrebbe riflettere la sinistra internazionale che ha costantemente ignorato l’altra faccia della questione mediorientale, il mondo palestinese, e se ne è occupata solo quando si è trattato di mettere sotto accusa Israele. Che il mondo arabo e la stessa classe dirigente locale non abbiano fatto nulla per facilitare la nascita di uno Stato accanto a quello ebraico o, quanto meno, per promuovere l’emancipazione democratica e sociale del popolo palestinese è un dato di fatto che sarebbe difficile negare. Anzi, è un altro dato di fatto che lo si è lasciato nello squallore dei cosiddetti «campi profughi» proprio come elemento di pressione e di propaganda nei confronti dell’opinione pubblica mondiale. E ciò anche quando – scomparsa la generazione di quelli che avevano abbandonato il territorio sul quale era nato Israele – la parola «profughi» era ormai del tutto anacronistica per i giovani che nei campi erano nati, vi erano cresciuti ed erano stati educati nell’odio per Israele al solo scopo di distoglierne l’attenzione dai crimini della loro dirigenza. Ma chi ne ha parlato, denunciando la «fabbrica delle bombe umane» come un autentico crimine nei confronti dei propri stessi figli, il carattere antidemocratico e illegittimo del potere di Arafat e dei suoi, la corruzione economica e il disordine amministrativo, è stato immediatamente accusato di essere nemico del popolo palestinese e asservito agli interessi di Israele.
Del resto, prima della guerra del 1967 e dell’occupazione, da parte delle forze israeliane, dei territori sui quali avrebbe dovuto nascere, il tema dello Stato palestinese non era mai stato all’ordine del giorno della politica della sinistra internazionale. Che lo ha sollevato solo in funzione polemica nei confronti di Israele. Né la stessa sinistra internazionale si è mai chiesta come l’Autorità palestinese amministrasse le ingenti somme di denaro che riceveva non solo dai Paesi arabi, ma da tutto il mondo, soprattutto dall’Unione europea. Somme di denaro che sono state addirittura oggetto di un vero e proprio «mercato», fra i suoi successori politici e la moglie, durante l’agonia di Arafat. Singolare, davvero singolare modo di manifestare solidarietà e amore per il popolo palestinese.

E adesso che i giovani rapitori palestinesi di Cremonesi hanno sollevato il velo di ipocrita omertà e di colpevole silenzio, che cosa dirà la sinistra? Che anche loro erano al soldo di Israele? Una coraggiosa riflessione sarebbe un modo intellettualmente onesto e politicamente utile di raccoglierne l’appello.

postellino@corriere.it

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