La mia Versione

cop.jpegOgni tre anni trovo sempre una buona scusa per rileggermi La versione di Barney. Una scusa? Sì, insomma, avendo così tanta sete di lettura e così poco tempo, non avendo ancora assaporato alcune pietre miliari della letteratura russa, sembrerebbe piuttosto stupido soffermarsi per la seconda volta (figuriamoci per la terza) sullo stesso romanzo animato dalle farneticanti memorie di un vecchio personaggio rancoroso e rincitrullito dall’Alzheimer nato dalla contorta fantasia dell’ennesimo ebreo nordamericano che mette a reddito il suo disagio.
Una volta è il consiglio di un amico, un’altra è un buon vino (le cantine Luretta consigliano di abbinare i calici di “I nani e la ballerine” con la lettura del romanzo di Mordecai Richler), un’altra è la concomitante uscita della trasposizione cinematografica e di un piccolo saggio di Christian Rocca sui luoghi che l’hanno ispirato. E così un mese fa mi sono riletto tutto d’un fiato La versione Barney per la terza volta, più emozionato della prima volta. Mi sono chiesto perché ed ho rimandato la risposta ad un momento in cui potessi ponderare meglio sottolineature, appunti e sensazioni con maggiore lucidità. Ed eccoci qui.

Partiamo dalla geniale idea narrativa che anima Barney. E’ un protagonista inaffidabile: non ricorda i nomi dei sette nani, dimentica come si chiama quel coso per versare la minestra, non sa più chi abbia scritto l’Uomo dal vestito grigio e, come quel dirigente di Telecom Italia, non ha le idee chiare sulla battaglia che ha segnato la disfatta di Napoleone. Questa è l’originale prospettiva di un io narrante inaffidabile che, malgrado le sue amnesie, cerca disperatamente di narrarci la sua versione e di lasciare la sua orma nelle sabbie del tempo con un racconto dalle linee temporali ellittiche e sfocate. Si dice che ricordi e sentimenti siano legati nel cervello a livello chimico, che gli uni rafforzino gli altri, e Barney, inconvertibile cinico, trova nei sentimenti e nelle emozioni l’appiglio per aggrapparsi alla vita e alle memorie. Con lo scorrere delle pagine assistiamo al deterioramento della sua malattia, i ricordi si fanno sempre più confusi, le incoerenze più frequenti. E’ qui che emergono tutte le contraddizioni affascinanti di questo personaggio.

Una volta ce l’ha con l’Onnipotente irridendolo:

Il Dio toccato in sorte a noi ebrei è famoso per essere crudele e vendicativo Secondo me Geova è stato anche il primo cabatrettista giudeo, e Abramo la sua spalla.

Poi quando ha paura che la sua vita stia prendendo il verso sbagliato confessa:

Nella speranza di placare il vendicativo Geova facevo un sacco di beneficenza, e ogni volta che sentivo arrivare un temporale ero tentato di sventolare al cielo le ricevute delle donazioni. Avevo cominciato in gran segreto a digiunare per lo Yom Kippur.

Barney è un personaggio pieno di astio e risentimento. L’amore della sua vita ha detto di lui: “C’è chi colleziona francobolli, o scatole di fiammiferi, tu collezioni rancori”. Eppure quando si tratta di Miriam e dei figli, nel pieno della demenza, nonostante la nomea di amabile bastardo, Barney è capace di un’umanità e una tenerezza commoventi quanto inaspettate. L’ultima volta che vede Miriam a pranzo, anni dopo il divorzio, Barney non riesce neanche ad ordinare lo champagne (“quella roba che frizza che bevono sempre qui da voi”), ma riesce a dichiarare all’ex moglie una volta aveva osato sperare che sarebbero morti insieme a novant’anni, come Filemone e Bauci. La demenza senile rende questi sprazzi di emotività ambigui e dolci. Sono autentici o sono solo scomposti e ipocriti tentativi di mettersi in pari con il viver civile mentre ti avvicini all’ora fatale? Ciò che è straordinario nel romanzo è che dopo aver letto 500 pagine di racconti sconclusionati, di bravate e di flashback etilici hai l’impressione di conoscere intimamente quel personaggio: non hai la minima esitazione nel commuoverti e nel credergli sinceramente.

Quando l’avanzare impietoso dell’Alzheimer fa quasi tabula rasa del vissuto, resta solo l’immagine confusa di Miriam, un po’ d’amaro in bocca e tanta voglia di vivere intensamente e “à la carte” come ha fatto Barney nella sua versione:

Ma mia moglie non è morta, è solo assente. Temporaneamente assente. E devo parlarle. Penso che sia in quella città dell’Ontario, non Ottawa, quella con la sala da pranzo che si chiama quel principe. Come vedete, non sono ancora cotto. Mi ricordo persino come si versa la minestra, con quell’aggeggio che sta appeso in cucina. I nani sono sette, e chi se ne frega di come si chiamano. L’uomo dal vestito grigio, o blu, non l’ha scritto Lillian Kraft, o come diavolo si chiamava, l’ha scritto Mary Carthy. Ho alzato la cornetta, ho cominciato a… e poi mi sono fermato imprecando. Com’è più il numero di Miriam?

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