No toy left behind

ts3Toy Story 3. Ci risiamo. Pixar sforna un ennesimo lungometraggio (riduttivo chiamarli semplicemente film d’animazione o, peggio, cartoni animati) che fa man bassa ai box office ricevendo tributi da grandi e piccini in tutto il mondo. Fin dal primo episodio di Toy Story (che poi ha segnato anche il debutto di Pixar sul grande schermo) ci si è prodigati ad elogiare le meraviglie dell’animazione computerizzata a suon di “wow” e “oh” davanti ad immagini sempre più definite, volti sempre più umani e paesaggi mozzafiato dipinti con i pennelli della grafica computerizzata. La chiave del successo di Pixar e dei suoi lungometraggi, però, non è nello straordinario livello tecnico con cui vengono realizzati i suoi film d’animazione ma sta tutta nelle sceneggiature originali su cui questi ultimi si basano.

Contrariamente alle classiche fiabe disneyane, le storie Pixar non sono più animate da intenti educativi e pedagogici; i soggetti non sono più i grandi classici fiabeschi di ispirazione gotico-romantica. Il pesciolino Nemo, il pupazzo Woody o il vedovo protagonista di UP: Pixar ha creato in questi anni una sfilza di personaggi geneticamente modificati per commuovere e scuotere gli animi di prole, adulti accompagnatori e adulti spontaneamente paganti. Toy Story 3 (oppure uno qualunque degli ultimi lungometraggi Pixar) non avrà i piani di lettura complessi di una fiaba di Collodi, non eserciterà sulle coscienze dei piccoli le potenti suggestioni di una favola dei Grimm, ma state certi che a un livello più o meno recondito della vostra psiche sussulterete, soffrirete insieme a personaggi del tutto ridicoli e vi verrà voglia di piangere cogliendo al volo la prima scena divertente per ridere fragorosamente e mascherare che la storia di un giocattolo parlante vi aveva fatto venire un groppo in gola.

Toy Story 3 ha raggiunto la perfezione nello sfruttare con maestria tecniche di manipolazione emotiva. C’è da dire che quando si va a vedere un cartone animato così colorato e dal titolo inoffensivo, ci si siede in poltrona abbassando il livello di guardia emotiva. E’ solo un cartone. Le ambientazioni, i disegni e il tipo di storia non vogliono minimamente avere riferimenti reali: gli umani sono disegnati in maniera volutamente grossolana e le ambientazioni sono così patinate e finte. E’ solo un cartone. E poi questi giocatoli che si muovono e parlano quando non sono visti dagli uomini, perché poi tornano ad essere inanimati pezzi di plastica se osservati dagli umani? C’è un codice di comportamento nel mondo dei giocatoli – una regola non scritta – che impone loro di non farsi sorprendere a “vivere”? E’ tutto così strampalato, ma è solo un cartone, per cui ti siedi, spegni l’interruttore del tutto senso critico e ti godi il film per non buttare i soldi del biglietto.

Toy Story 3 comincia subito con un tema fortissimo nella vita di ogni adulto: i 17 anni, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Per Andy è arrivato il momento di mettere i giocattoli negli scatoloni, andare al college e diventare un adulto. Tu sei lì che fai il tifo per i giocattoli e mentre pensi ai ricordi della tua infanzia e al momento “x” della tua via in cui l’hai messa simbolicamente in soffitta, rivivi tutte le contraddizioni di quel momento sperando che Andy porti con sé al college un pezzo della sua infanzia.
A questo punto il momento della scelta viene in qualche modo rimandato dall’evento forzoso e sfortunato dell’accidentale donazione dei giocattoli all’asilo Sunnyside, cui seguirà la rocambolesca fuga. La tranquilla ambientazione iniziale viene rimpiazzata da scene d’azione all’altezza della Grande Fuga o del Mission Impossible diretto da John Woo. Il tutto è alternato con momenti comici ed ironici (in parte ispirati alla collaudata formula di Shrek) in cui ci si scarica della tensione ridendo di gusto. E dopo tanti balzi sulla poltrona e tante risate, quando tutto sembra ricomporsi, si ritorna al tema iniziale della scelta e del passaggio all’età adulta. Ormai lo spettatore ha familiarizzato con i personaggi, ha vissuto con loro tutte le tensioni della grande fuga; non partecipa alla scelta di Andy in via analogica facendo paralleli con la propria infanzia perduta, ma vive quel momento quasi autenticamente essendo realmente affezionato a personaggi che l’hanno fatto ridere e sussultare per quasi due ore.
Il finale (che non racconto per non rovinarlo a chi ancora dovesse vedere il film) è un momento di autentica composizione e consapevolezza di tutte le contraddizioni iniziali. Si sciolgono tutti i dubbi e le tensioni in un epilogo parzialmente lieto e non completamente felice che fa venir voglia di piangere come un vitello. Però è solo un cartone animato e prima che scenda la lacrimuccia forse riesci a riattivare appena in tempo il tuo senso critico rendendoti conto che dietro quei 120 minuti di passione ci sono sceneggiatori bravissimi che hanno studiato a tavolino tutto questo per giocare con le tue emozioni dando un’anima a un eccellente lavoro frutto delle migliori tecniche di grafica computerizzata su piazza.

Alla fine si esce dalla sala provando sollievo nel constatare che per due ore siamo in grado di recuperare un pezzo d’infanzia dalla soffitta e ad emozionarci con qualche ninnolo.

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