Il velo, il bavaglio e Pomigliano


Cosa hanno in comune il disegno di legge sulle intercettazioni, la legge francese sul velo e l’accordo sindacale per lo stabilimento Fiat di Pomigliano?

Sono tutti casi di abuso del diritto risolti con soluzioni che per risolvere l’abuso hanno mortificato il diritto.

Prendi il disegno di legge sulle intercettazioni. Senza entrare nei tecnicismi del testo normativo approvato dal Senato, senza entrare nel merito della discussione, una norma che vieta alla stampa la pubblicazione di un certo atto giudiziario, prevedendo il carcere per i contravventori, stride palesemente con qualunque buon senso democratico. La libertà di stampa è un diritto talmente sacro in democrazia che trova un limite solo ex post, solo quando sconfina nel venticello della calunnia. Solo ex post. Il divieto di pubblicazione preventivo può essere giustificato anche dalle motivazione più giuste (e chi si scoccia quando Google utilizza un cookie, per mostrare un’inserzione che possa venire incontro ai suoi gusti, dovrebbe parimenti preoccuparsi per l’attentato alla privacy che viene da un utilizzo incontrollato delle intercettazioni), ma risulterà sempre incompatibile con uno stato democratico. Eppure, è un dato di fatto che la magistratura e la stampa hanno sistematicamente abusato dei propri diritti. La prima facendo un ricorso indisciplinato alle intercettazioni, le cui registrazioni non sono mai state efficacemente protette dal segreto istruttorio compromettendo la privacy non solo degli indagati, ma anche di chiunque si fosse messo in contatto con loro. I giornali, poi, non hanno saputo operare come filtro responsabile, non sono stati in grado di separare la notizia dal gossip e hanno pubblicato atti coperti da segreto istruttorio nella loro integralità. Il compito di una stampa responsabile è informare, non fare il copia e incolla di testi ottenuti per vie traverse e sospette (per quello c’è già Wikileaks). E cosi ci ritroviamo ora con una legge che per riparare a questi abusi della libertà di stampa, la mortifica imbavagliandola preventivamente in determinate circostanze. E’ giusto che io me ne lamenti, è giusto che lo facciate voi, ma il piagnisteo e i post-it di quotidiani e magistrati mi sembrano fuori luogo dal momento che magistratura e stampa non hanno saputo gestire responsabilmente le loro rispettive funzioni, fornendo al governo una motivazione sufficientemente forte per intervenire.

La libertà di vestirci come ci pare non è sancita dalla costituzione, ma lo è la libertà di culto. Il buon senso ci dice poi che fra i diritti della persona ci sia senz’altro quello di poter indossare liberamente un certo tipo d’abbigliamento. Eppure in Francia si discute sempre più di una legge che vieti di portare il velo (e altri segni religiosi cosiddetti ostensibili) in pubblico. E’ già vietato portarli agli allievi nelle scuole. Verrebbe da lamentarsi di un estremismo laico che soffoca il culto religioso. Perché una donna musulmana credente e praticante non dovrebbe portare il velo in pubblico? Perché un ragazzo ebreo a scuola dovrebbe togliere la Kippah e nascondere la stella di David sotto la camicia? Il problema è che, in una civiltà laica e multiculturale come quella francese, il segno di appartenenza religiosa è spesso scintilla di conflitti fra gruppi etnici e religiosi che non sanno convivere pacificamente. Sono sorti più d’una volta dubbi sulla condizione delle ragazze francesi. In alcune famiglie la libertà di culto diventa l’alibi per imporre l’obbligo di culto alle donne che, pur vivendo in una società laica come quella francese hanno poche occasioni di assimilarsi e fare una scelta di culto personale, anche perché obbligate dalla famiglie a presentarsi in società con evidenti segni religiosi.
Sembra dunque che l’unico modo per far convivere in società persone con culti diversi sia mortificare i segni d’espressione di quel culto in pubblico. Sembra che l’unico modo per permettere alle ragazze d’essere libere di non indossare il velo sia vietar loro d’indossarlo. Ancora una volta la mortificazione del diritto è la soluzione con cui si risolve l’abuso di un diritto.

A Pomigliano succede qualcosa di simile. Fiat vorrebbe investire 700 milioni di euro nello stabilimento campano e imbarcarsi in una localizzazione della propria produzione: localizzazione, non delocalizzazione. Per farlo chiede ai sindacati molte concessioni su scioperi, permessi elettorali, malattie e straordinari. In alcuni casi Fiat potrà non retribuire assenze per malattie palesemente in frode e potrà sanzionare scioperi selvaggi. Alcuni hanno gridato all’incostituzionalità dell’accordo. In realtà l’art. 40 della costituzione si limita a dire che “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. Fatto sta che un’azienda che chieda al sindacato di rinunciare a diritti sacri come lo sciopero e i permessi per malattia sembra quasi voler tornare ai tempi delle fabbriche dickensiane. Eppure quegli stessi diritti su cui i sindacati oggi ergono barricate sono stati spesso abusati dai lavoratori: a Pomigliano, grazie a medici compiacenti e a sindacalisti in cerca di consensi, la produzione è stata ripetutamente interrotta per epidemia di massa o scioperi strumentali. E’ serio un sindacato che proprio in un momento come questo fa uno sciopero dalle 20:00 alle 22:00 “contro la mancata concessione di andare a vedere la partita dell’Italia“? Cosa dovrebbe fare Fiat? Investire 700 milioni di euro su Pomigliano, spostare la produzione da uno stabilimento già a regime come Tychy e poi dare una pacca sulle spalle ad Epifani chiedendogli, per favore, di non fare troppi scioperi? Nel momento in cui i lavoratori abusano dei loro diritti facendosi fare certificati medici falsi (e sulla deontologia di chi firma questi certificati ci sarebbe da scrivere un altro post) il diritto all’assenza per malattia retribuita diventa una vulnerabilità che Fiat può gestire solamente mortificando quel diritto e stabilendo che le assenze per malattie non si pagano sempre e comunque.

Purtroppo sono sempre più frequenti casi di questo tipo ed è allarmante quando la democrazia è minacciata non da aspiranti despoti, ma dai cittadini stessi che ne sviliscono i valori.

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