Parlare in pace, parlare di pace

3592386895_4c29e289dd_b.jpgNon sono passate neanche due settimane dal post sul boicottaggio dei pompelmi israeliani ed eccomi di nuovo a parlare di questioni sulle quali mi sento di patire un handicap d’autorevolezza e un eccesso di parzialità. Eppure ho maturato il pensiero che su certi argomenti la vaghezza del distacco e la freddezza del politicamente corretto non aiutino a dirimere e vedere chiaramente certi problemi. Una polarizzazione delle opinioni può aiutare a vedere meglio il quadro, perciò non sarò timido nell’esprimere un punto di vista su Israele, da leggere come un punto di vista parziale, schierato e tuttavia ragionevole.
Di seguito scriverò quindi un breve commento sull’assalto israeliano contro le navi della Freedom Flotilla per poi parlare del pregiudizio mediatico nei confronti d’Israele, concludendo infine sul complesso rapporto tra società civile europea e diaspora ebraica.

La ricostruzione dei fatti è ancora parziale, da una parte e dall’altra. C’è da diffidare dei video diffusi dall’esercito israeliano che probabilmente sono stati oggetto di un certosino lavoro di taglia-e-cuci; c’è da diffidare dei racconti dei membri dell’equipaggio che di certo ometteranno di riferire di loro atteggiamenti ostili.
Una piccola flotta di sei navi, la “Freedom Flotilla”, è partita dalla parte turca di Cipro alla volta della costa di Gaza per portare aiuti umanitari a una popolazione che soffre la povertà a causa di un embargo imposto da Israele.

[Excursus su Gaza] Israele si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza tra 2003 e 2005, affrontando grosse contraddizioni interne come quella di utilizzare l’esercito per sgomberare di lì gli insediamenti ebraici. Dopo pochi mesi Hamas, l’organizzazione più bellicosa all’interno dei territori palestinesi, ha preso il controllo della Striscia di Gaza vincendo le elezioni e cacciando via gli uomini di Fatah (che ancora governano nei territori della Cisgiordania). Questo ha provocato grande frustrazione e imbarazzo in Israele che peraltro si è vista recapitare quotidianamente una dozzina di missili Qassam nei villaggi a ridosso della Striscia di Gaza. Tale frustrazione ha ispirato azioni irrazionali e assurde come l’operazione Piombo Fuso (un’invasione della Striscia di Gaza per stanare le rampe di lancio dei missili Qassam che ha portato pochi risultati e molti danni collaterali) e un embargo severissimo per evitare che a Gaza arrivassero armi (ma anche mirato a indebolire Hamas). Ovviamente un embargo così stretto ha causato grossi disagi alle popolazioni di Gaza, questo non senza la speranza che il disagio provocato portasse la popolazione a ribellarsi contro Hamas (speranza fallace) [/Excursus su Gaza]

Israele ha da subito avvertito gli organizzatori della Freedom Flotilla che avrebbe intercettato le navi dirottandole sul vicino porto israeliano di Ashdod da cui avrebbero potuto consegnare gli aiuti a Gaza via terra dopo le ispezioni di rito. In realtà, non era questione di aiuti umanitari. L’azione della Freedom Flotilla era un’azione simbolica che aveva lo scopo di rompere il blocco su Gaza. Israele, dal canto suo, non aveva nessuna intenzione di aprire Gaza al traffico marittimo consentendo che qualsiasi tipo di merce (anche armi) potesse giungere ad Hamas via cargo marittimo. Si è arrivati allo scontro nella notte tra il 30 e il 31 maggio. Le navi sono state intercettate dalla marina israeliana in acque internazionali con lo scopo di evitare che si avvicinassero a Gaza. Cinque delle sei navi hanno volontariamente deviato su Ashdod quando hanno incontrato la marina israeliana. Su una nave turca, invece, l’equipaggio ha reagito dandole di santa ragione ai militari che si calavano dagli elicotteri ed è successo il patatrac, con una decina di morti per mano degli israeliani.

Nelle ore immediatamente successive all’accaduto è passata la ricostruzione delle ONG che ha fatto credere che la marina israeliana fosse stata inviata lì per abbordare le navi e sparare. Da qui vengono titoli che per Israele hanno significato la debacle mediatica: “Israele spara sulla nave di pacifisti: oltre 10 morti”. Che Israele invii dei soldati a sparare su una nave di civili non solo è assurdo (bisognerebbe essere diplomaticamente masochisti), ma è una tesi smentita da quanto accaduto sulle altre cinque navi della Freedom Flotilla in cui non c’erano uomini dell’organizzazione turca Ihh (che inneggia regolarmente alla guerra santa contro Israele): tutto è andato liscio come l’olio e le navi sono state condotte ad Ashdod senza scontri. Sulla Mavi Marmara, al di là delle possibili ricostruzioni, è plausibilmente successo questo: i soldati sono sbarcati sulla nave senza alcuna tattica militare, affrontando l’arrembaggio come una semplice operazione di polizia. Quando sei soldati armati fino ai denti si ritrovano circondati da cinquanta persone agitate che ti prendono a bastonate con le spranghe e provano a buttarti dalla nave, il risultato è inevitabilmente spiacevole: i soldati hanno premuto il grilletto.

L’operazione Freedom Flotilla poteva concludersi con diversi esiti:
a) la consegna del carico al porto di Gaza e quindi la simbolica interruzione del blocco marittimo su Gaza;
b) il dirottamento presso il porto di Ashdod con il fallimento dell’operazione;
c) il dirottamento presso Ashdod con perdite di vite umane nelle navi degli organizzatori e un polverone internazionale che avrebbe messo Israele con le spalle al muro.
Lo scenario “c” era probabilmente il peggiore di tutti e Israele ci è caduta in pieno affrontando in maniera dilettantesca un’operazione che si annunciava delicatissima sin dalla partenza delle navi da Cipro. I soldati che scendono sulla Mavi Marmara sembravano addestrati da Sbirulino ed effettivamente si sono ritrovati in una situazione delicata in cui sparare è sembrato sul momento l’unico modo per non venir pestati a morte. Si potevano sparare gas lacrimogeni sulla nave e poi stordire l’equipaggio con dei teaser. Qualsiasi cosa, ma non inviare sei giovanotti freschi di leva e armati fino ai denti a bordo di una nave piena di turchi incazzati. Probabilmente Israele si aspettava di trovare su tutte le navi un equipaggio civile e impreparato allo scontro, invece ha sbagliato enormemente in questa valutazione e lo sbaglio gli è costato lo scenario “c”, lo scenario peggiore, lo scenario forse irreparabile. Inoltre Israele avrebbe potuto almeno aspettare che la nave entrasse in acque territoriali israeliane per condurre l’operazione: tatticamente non sarebbe cambiato nulla, l’epilogo sarebbe stato lo stesso, ma almeno avrebbe agito nell’ambito del diritto internazionale.
Appena ho sentito parlare di Freedom Flottilla ho subito pensato a una trappola diplomatica e Israele c’è caduta in pieno.

Detto questo, il titolo: “Israele spara sui pacifisti” mi sembra fuorviante sotto diversi aspetti. Si possono fare tutte le azioni dimostrative che vuoi, ma c’è un confine oltre il quale l’azione dimostrativa diventa guerriglia. Se vuoi sfondare un blocco navale di uno stato sovrano con i nervi a fior di pelle, organizzi una spedizione simbolica per far vedere al mondo che i sionisti brutti e cattivi ti bloccano. Questa è un’azione dimostrativa pacifica con cui poni all’attenzione del mondo un problema senza confronto e senza morti. Se poi quando vieni abbordato dai militari israeliani, che prima ti avevano offerto l’opzione di deviare su Ashdod e consegnare gli aiuti via terra, prendi i militari a bastonate e provi a buttarli dalla nave, stai partecipando a un’azione di guerriglia e perdi l’appellativo di pacifista. Intendiamoci, con questo non sto dicendo che non avessero le loro buone ragioni per darle di santa ragione ai soldati israeliani. Dal punto di vista degli abitanti di Gaza, l’equipaggio della Marmara è stato eroico come per me lo è stato quello dell’Exodus. I partigiani che sparavano a tedeschi e repubblichini e che hanno salvato molti ebrei italiani dai campi hanno sfidato l’autorità costituita proprio come hanno provato a farlo gli organizzatori della Freedom Flotilla, ma non si sono mai nascosti dietro il paravento del pacifismo.

Vista da Israele, l’azione di intercettamento della Freedom Flotilla era un’azione di difesa volta ad evitare che venisse infranto un blocco navale istituito con lo scopo di impedire ad Hamas i rifornimenti di armi sistematicamente utilizzate contro Israele. E’ un punto di vista e si sa come nei conflitti ce ne siano sempre più d’uno. Che dire delle guerre in Afghanistan, in Iraq oppure in Kossovo? Guerre preventive? Azioni di difesa? Aggressioni? Da queste domande nascono dibattiti e punti di vista senza che ci si accapigli con livore. Su Israele, invece, si applica generalmente un sistematico teorema: qualsiasi azione militare di Israele è un’aggressione, mentre qualsiasi azione contro Israele (forse con la sola eccezione delle boutade atomiche dell’Iran) dev’essere tutelata sotto il nome di pacifismo. Postulato di tale teorema è l’idea che Israele sia uno stato octroyé, che si sia espanso oltremodo e che non avrebbe diritto ad esistere così com’è: eppure se si pongono domande basilari di storia del Medio Oriente a chi sostiene queste tesi si ottiene il vuoto pneumatico (quando non si sentono castronerie storiche come quella che prima di Israele lì c’era la Palestina).

Israele è continuamente sottoposto al severo scrutinio della società civile e della comunità internazionale. La libertà di informazione, la libertà e la democrazia dello stato ebraico si sono paradossalmente trasformate in punti deboli. A nessuno stato nel mondo è riservata un’attenzione mediatica così forte. I paesi arabi sono pieni di episodi di repressione (verso cristiani, verso ebrei, verso i dissidenti politici, verso le donne), ma dopo le cronache e qualche azione dimostrativa su Twitter, si fa spallucce. Appena succede qualcosa in Israele si mobilita la società civile, si fanno azioni dimostrative davanti alle ambasciate e la CGIL emette comunicati (sì, anche i sindacati). Avete mai sentito parlare di navi inviate in Iran? E quello che succede in Russia? I curdi oppressi dai Turchi, tanto bravi a dar lezioni di democrazia? I leader libici e venezuelani continuiamo ad accoglierli a braccia aperte per preservare i nostri commerci e chiudiamo cento occhi su quel che succede in quei paesi. Su Israele, no. Guai ad acquistare un pompelmo da un’azienda israeliana. Con questo non voglio dire che bisognerebbe fare spallucce e chiudere gli occhi sui mille torti che lo stato d’Israele ha certamente accumulato nell’affrontare una situazione esasperante, ma la lente di ingrandimento, puntata in un certo modo, sotto una certa luce, per troppo tempo, incendia e brucia.

A bruciare è anche questa erronea e spiacevole identificazione tra ebrei e Israele, tra religione e politica internazionale. Scoppiato lo scandalo della pedofilia in seno al Vaticano, io non mi sono mai sognato di rivolgermi ai miei amici che escono dalla messa della domenica come fossero tutti un branco di pedofili chiamati a rispondere di quei fatti. Se incontrassi un iraniano non gli andrei certo a chiedere conto delle parole del suo presidente sulla distruzione di Israele e sarei molto alterato se all’estero mi schernissero per le gaffe internazionali del mio presidente del consiglio (cosa che, invero, succede qualche volta). Su Israele, ancora una volta c’è un trattamento speciale. I manifestanti “pacifisti” di Roma che protestano contro Israele si sentono in dovere di passare per le vie del ghetto ebraico a gridare “fascisti” agli ebrei romani. Se organizzano una manifestazione filopastinese che passa vicino al negozio dei miei nonni, arrivano i carabinieri a chiedere gentilmente di chiudere la saracinesca “per precauzione”. Quando la mattina ci sono titoli a otto colonne su Israele, il pensiero dei lettori volge di solito all’amico ebreo di turno: “e adesso che avrà da dire il mio amico ebreo su quello che combinano i suoi amici in Israele?”. L’ebreo di turno, nonostante il legame emotivo più o meno forte che può avere con lo stato di Israele, può a questo punto dire la sua, ma con la consapevolezza che qualunque cosa dica avrà un peso enorme per il suo interlocutore. Può distanziarsi dalla politica israeliana e allora verrà portato in palmo di mano dai “pacifisti” con una bella etichetta: “anche gli ebrei ce l’hanno con Israele”. Può trovarsi in qualche modo chiuso all’angolo e reagire difendendo Israele a spada tratta e allora verrà messo alla gogna dai “pacifisti” con una bella etichetta: “gli ebrei sono tutti imperialisti guerrafondai”. Qualunque opinione equilibrata sull’argomento è pressoché impossibile: con l’eccezione di poche persone di buon senso, mi è sempre capitato tirarmi fuori da dibattiti del genere (in cui ero stato tirato dentro non per mia iniziativa) o assumendo posizioni estremamente pro-israeliane o ammettendo che Israele è uno stato guerrafondaio. Qualsiasi affermazione meno netta, con qualche tono di grigio, qualche “se” e qualche “ma” viene regolarmente tirata verso l’uno o l’altro polo.

Il pessimo modo con cui viene affrontato il dibattito sulla questione mediorientale è un importante ostacolo alla pace. L’isolamento mediatico, associato all’isolamento politico, pone Israele su posizioni sempre più estremiste indebolendo le voci più moderate. L’identificazione fra diaspora ebraica e stato di Israele contribuisce non solo a radicalizzare il confronto, ma anche ad importarlo in casa, alimentando un circolo vizioso dannoso: censure nei confronti di Israele -> Israele assume comportamenti più estremisti -> nuove censura nei confronti d’Israele -> comportamenti ancora più radicali.

E con questo non mi auguro certo che l’uccisione di oltre dieci attivisti (finiamola di chiamarli pacifisti, ok?) su una nave turca in acque internazionali passi impunita, ma mi augurerei che un giorno i media potranno serenamente commentare episodi del genere con imparzialità senza scrivere titoli forti e distorti come: “Israele spara sulla nave dei pacifisti e uccide 10 morti”. Mi auguro che un giorno si potrà parlare del conflitto tra israeliani e palestinesi come del conflitto tra Nord Corea e Sud Corea, senza che si debba scegliere una bandiera come fosse una posizione ideologica. Mi auguro che il dibattito sulla questione mediorientale, almeno qui in casa, in Italia, accenda le opinioni, non gli spiriti.
Si parlerà di pace lì quando qui si parlerà in pace.

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7 commenti su “Parlare in pace, parlare di pace

  1. Lo specifico mi trova d'accordo al 100%: non si doveva avere uno scontro a fuoco, a costo di prendere legnate senza reagire. Perché adesso la situazione è molto, molto più difficile.
    Sul resto qualche motivo di conversazione lo troverei. Ma su certi argomenti la verità è un lusso che non ci viene concesso.

  2. Se restasse un misero cinquanta per cento di ragionevolezza e capacità di intendere, non di più, questo testo decreterebbe il Gioco/Partita/Incontro sulla questione. Ma. E mi allarma sempre più il fatto che lo stesso si potrebbe affermare su quasi ogni questione rilevante cui l'opinione pubblica viene chiamata ( beh, chiamata… ) ad esprimersi 'liberamente'. MA, e questa volta in tuttomaiuscolo, questa è la “ragione in più” per non smettere di ragionare, dubitare, esprimersi, correggere… Insomma vivere non da bruti ma con virtute e conoscenza, almeno al cinquanta percento ! Grazie signor Dany.

  3. Dani come tuo solito sei obiettivo e razionale nel ripercorrere i fatti per come, pare, si sono svolti. E' vero, parte preponderante della stampa esce con titoli ad effetto su quanto accaduto.
    Non mi sembra effettivamente corretto riportare notizie a questo modo ed effettivamente i turchi erano più che altro degli attivisiti.
    Tuttavia quello che mi lascia perplesso e che non sono riuscito a manifestarti adeguatamente è che alcuni non sono disposti o disponibili a fare una analisi lucida e razionale come la tua. Anzi quella parte è pronta a supportare, sempre e comunque, le scelte del governo israeliano pur infelici che siano, come nella circostanza attuale.
    E stai tranquillo che, almeno a me, fa incazzare a morte che non si parli dei campi profughi in Africa, dei prigionieri politici di Cuba o in Cina, della mancanza di libertà religiosa in Turchia e dei preti pedofili (oddio magari di questo si parla), sui giornali per magari dare spazio alle tette della fica di turno o allo yacht sequestrato del povero Briatore.
    Come critico gli attegiamenti di Israele, critico l'OLP, i paesi arabi che applicano la shari'a e rimandano a casa l'adultero di turno con una ramanzina mentre l'adultera viene lapidata.
    Ognuno dovrebbe essere disposto a riconoscere i propri errori non dimenticando che senza una sana autocritica non ha senso inziare a parlare di pace.
    Tu per conto tuo lo fai, io credo altrettanto, ma tanti altri… io questo non vedo: la disponibilità a guardarsi allo specchio e dirsi disposti ad un dialogo passando soprattutto sopra i tori subiti.
    Come al solito, forse parlo però di un società utopica.

  4. Hai ragione. L'atteggiamento oltranzista con cui gli israeliani in Israele e gli ebrei qui in Europa difendono lo stato ebraico è un problema al dialogo ed è proprio quello di cui mi lamento nel post. Come scrivevo, sono atteggiamenti anche esasperati da una predisposizione a criticare costantemente Israele senza cercarne mai le ragioni. Per questo sono importanti analisi ragionate sull'argomento. E' importante quel “parlare in pace”. Farlo in Israele o nei Territori Palestinesi dove si spara e ci si bombarda ogni giorno è molto difficile. E' un peccato che sia stato importato anche in Europa questo stato di tensione che non permette di parlare in pace.

  5. La email con oggetto “[dany-log] Re: Parlare in pace, parlare di pace”
    spedita il 03/06/2010 alle ore 14.16.02 non è stata recapitata in quanto
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