Pubbliche cicale e formiche private

Giulietto oggi è tornato dall’Ecofin molto baldanzoso e impettito. Ha presentato conti pubblici in ordine e grazie alla maxi rete di salvataggio stesa dalla BCE e dalla Germania probabilmente non dovrà sudare freddo quest’estate quando emetterà miliardi di nuovi BTP e CCT per rifinanziare quelli in scadenza.

E’ pugnace e non si presenta a Bruxelles con l’umiltà di un Papandreou che deve affrontare un ambizioso piano di austerity, bensì come un maestrino venuto a cantar la lezione agli altri. Una delle sue dichiarazioni che ha rimbombato nella giornata odierna da Bruxelles è stata:

Manterremo l’impegno a ridurre il debito pubblico perché rappresenta un fattore di distorsione, ma noi non vorremmo che gli altri continuassero con gli antichi vizi di debito privato

Il confronto del debito privato e del debito pubblico è un vecchio cavallo di battaglia di Tremonti ed è uno dei temi macroeconomici più trattati nei bar d’Italia: “abbiamo uno stato molto indebitato, ma se si considera anche il debito privato siamo messi meglio di tanti altri paesi”.

Sì, certo. Magari un anno fa il suo omologo greco diceva le stesse cose. Infatti, anche il debito delle famiglie e delle imprese greche è molto basso. Anzi, più basso del settore privato italiano, ma questo non gli ha impedito di ritrovarsi a girare il mondo col cappello in mano. Vedi la tabella pubblica dal Il Sole 24 Ore:

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Qui c’è una rappresentazione grafica dell’indebitamento di alcuni importanti stati tratta da un bellissimo report di McKisney (Debt and deleveraging: the global credit bubble and its economic consequences).

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Quando uno stato si indebita troppo, tende a spiazzare gli investimenti privati e a chiudere gli spazi d’acceso al credito per famiglie e imprese. Non è un caso che l’indebitamento aggregato delle imprese e delle famiglie tende ad essere più basso nei paesi con alti deficit pubblici e viceversa. Non è neanche così sorprendente. Se lo stato si indebita per garantire ai suoi cittadini trasferimenti più o meno generosi, le famiglie e/o le imprese tenderanno a campare senza ricorrere al debito. Se invece lo stato mantiene una certa disciplina di bilancio e si mostra poco generoso con le sue famiglie e le sue imprese, queste ricorreranno a un mercato dei capitali non occupato da un debitore importante come il governo.

Vedendo il grafico di sopra, balza subito agli occhi che l’indebitamento delle famiglie spagnole nel 2008 era più del doppio rispetto a quello delle famiglie italiane (85% vs. 40%); le imprese spagnole nel 2008 pesavano sull’indebitamento complessivo del paese per il 136% del PIL, mentre le imprese italiane contribuivano all’indebitamento complessivo del loro paese per l’81% del PIL. Le imprese spagnole, grazie a quell’indebitamento, si sono espanse all’estero comprando di tutto (gli aeroporti inglesi di BAA, il gestore mobile inglese O2, Abbey National Bank, Telecom Italia, gli operatori telefonici del Brasile, etc.). Le imprese italiane, di converso, hanno avuto più difficoltà a fare shopping all’estero e anzi hanno ridotto la loro presenza e hanno alcune volte giocato il ruolo di prede anziché di cacciatrici.

Visti gli eccessi e la disoccupazione spagnola, uno potrebbe concludere che lasciare libertà d’indebitamente al settore privato è pericoloso e porta a situazioni difficili da gestire. Può darsi. Eppure tra il 2000 e il 2008 il PIL spagnolo è cresciuto del 28%, quello italiano di appena l’8%. E nell’annus horribilis del 2009, il PIL italiano è sceso del 5,1% rimangiandosi più o meno tutta la flebile crescita del decennio precedente, mentre quello spagnolo si è contratto del 3,6%.

E che dire degli Stai Uniti? In un paese in cui il welfare è praticamente inesistente le famiglie erano indebitate nel 2008 per il 96% del PIL e le imprese per il 78%. Il vituperato sistema statunitense era in realtà, nel suo complesso, meno indebitato dell’Italia in rapporto al PIL grazie a un indebitamento pubblico basso e a un sistema finanziario che ha fatto meno ricorso al debito. Anche gli Stati Uniti sono cresciuti più dell’Italia (18,5% tra 2000-2008) e nel 2009 il PIL è calato del 2,4%.

L’indebitamento privato normalmente è più facile da gestire. E’ parcellizzato su più soggetti e se il mercato dei capitali funziona bene (non sempre lo fa) indirizza le risorse laddove queste vengono impiegate per progetti di crescita. Anche per questo i paesi con più bassi livelli di indebitamento pubblico e più alti livelli di indebitamento privato sono cresciuti di più. Nei paesi in cui la capacità di indebitamento viene risucchiata dallo stato (vedi l’Italia, vedi la Grecia), si tendono soffocare gli spazi del settore privato con evidenti conseguenze negative su innovazione, investimenti e crescita. Non solo. Il fallimento di un singolo privato (a meno che non si chiami Lehman Brothers o non sia una banca) non è complesso da gestire. Il default di uno stato, beh, è un’altra cosa, con ben altre e più nefaste conseguenze.

I casi di Irlanda e Spagna, in cui una politica monetaria troppo accomodante per quei paesi ha causato un eccessivo afflusso di capitali incoraggiando troppo il settore privato a indebitarsi, sono casi a sé.

Se uno stato è indebitato per più del 100% del suo PIL è un problema. Punto. Puntare il dito contro i vizi del debito privato (che anzi, qualche pregio ce l’ha) serve solo a negare l’evidenza. Speriamo solo che i colleghi europei di Tremonti non gli diano retta e non si inventino nel trattato di Maastricht qualche correttivo che contempli anche il debito privato. Anche perché, un intervento dei governi per regolare l’accesso e il ricorso al credito di imprese mi sembrerebbe un’ulteriore e deprecabile invasione di campo nei confronti della Banca Centrale Europea.

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