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Il deficit delle tre carte

Inserito da danybus | aprile 30, 2010

La contabilità statale è molto semplice e al tempo stesso molto complessa.
Un paese produce 100 (il PIL), lo stato riceve dalla raccolta fiscale 50 (la pressione fiscale) e tra stipendi, spese correnti, pensioni, incentivi ed elargizioni varie spende 49 (le uscite). Se fai 50 meno 49 ottieni 1, che è il cosiddetto avanzo primario. Poi ci sono da pagare gli interessi sul debito (le cedole sui BTP, per intenderci). Se abbiamo 100 di debito, pagherò più o meno 4. La differenza negativa fra 1 e 4 è il cosiddetto deficit di bilancio, che in questo caso è pari a 3. Dove li prendo 3? Emetto nuovo debito per 3, così anziché essere indebitato per 100 lo sarò per 103. Se nel frattempo sono venuti a scadenza debiti per 10, utilizzerò la cosiddetta tecnica del rifinanziamento emettendo nuovi titoli per un controvalore di 10 e spostando la scadenza un po’ più in là.

In un contesto in cui il paese l’anno seguente produrrà 103 (crescita del PIL) e in cui il debito a scadenza può essere rifinanziato pagando cedole più o meno stabili, lo stato può continuare a registrare deficit di 3 senza peggiorare i suoi “ratio” patrimoniali e quindi il suo rating.

I mercati e le agenzie di rating, invece, cominciano a preoccuparsi seriamente quando vedono un trend inverso: deficit che salgono in maniera incontrollata e depressione del PIL (che poi è l’equivalente aziendale di una perdita significativa di fatturato e redditività associata ad un incremento dell’indebitamente). In quel caso si avvia un circolo vizioso che, se non interrotto per tempo con azioni credibili (ricordo che il termini credito deriva dal latino “credere”), può portare al collasso: i mercati cominciano a pretendere cedole più alte sulle nuove emissioni, il deficit dell’anno successivo sale di nuovo per effetto del pagamento di interessi più alti, l’economia non cresce perché la spesa pubblica spiazza gli investimenti privati e così via fino ad arrivare a scenari ellenici.

L’Italia si trova in una situazione di deficit costante e crescita stagnante da una decina d’anni, ma grazie ad azioni credibili e incredibili siamo riusciti a guadagnare la fiducia dei mercati e a rifinanziare senza problemi un indebitamento crescente. Praticamente tutti i paesi sviluppati si sono ritrovati in una situazione di deficit e debiti esplosivi per effetto della crisi finanziaria di fine 2008, ma finora hanno beneficiato di una serie di misure d’emergenza (fra cui il crollo dei tassi di interessi e gli interventi di alcune banche centrali che hanno acquistato direttamente titoli di stato) che hanno placato le ansie dei mercati finanziari. Finora.

La prima vittima è stata la Grecia. Deficit del 14%, indebitamento che viaggerà a circa il 120% del PIL, depressione economica nel 2010 e impossibilità di rifinanziare le prossime scadenze di debito se non con il pagamento di interessi pari al 10%. Non serve lavorare in un’agenzia di rating per capire che la situazione è insostenibile.

Ora arriva l’UE che quest’anno fornirà alla Grecia una ciambella di salvataggio da 30 miliardi di euro. Si tratterà di prestiti bilaterali concessi da ciascuno stato membro dell’area euro proporzionalmente alla propria partecipazione al capitale della BCE (la quota parte dell’Italia dovrebbe essere di 5 miliardi di euro e quella della Germania di 8 miliardi). La caratteristica del prestito sarà di avere un costo più contenuto rispetto a quello dei mercati (5% pare) e una durata triennale, così da dare alla Grecia un po’ di tempo per rimettere in sesto le finanze senza cadere preda dei mercati.

Ci sono due atti di fede sottesi a quest’operazione di salvataggio: 1) la Grecia adotterà draconiane misure per contenere la propria spesa pubblica senza penalizzare la crescita dell’economia. 2) i mercati, rincuorati dall’infallibilità di uno stato sovrano dell’area euro, torneranno a concedere credito alla Grecia con interessi sostenibili.
I mercati, però, potrebbero accorgersi che in realtà l’Europa sta giocando al gioco delle tre carte con le contabilità statali (vedi le raccomandazioni di Eurostat al riguardo ).
I cinque miliardi che l’Italia invierà ad Atene non saranno conteggiati fra il deficit italiano nel 2010. E idem dicasi per gli otto miliardi della Germania e per la quota parte di tutti gli altri paesi. Giacché questo tipo di interventi non era stato certo previsto nei budget dei vari stati europei e visto che nessuno degli stati che soccorrerà la Grecia registrerà un avanzo di bilancio nel 2010, le risorse a soccorso della Grecia verranno indirettamente reperite da ciascuno stato membro tramite l’emissione di titoli di stato, titoli che per il momento avranno un costo piuttosto contenuto (la Germania paga il 3% su un Bund decennale). I maggiori titoli emessi accresceranno così il debito pubblico dei vari stati (e quindi il rapporto Debito pubblico / Pil ), ma non il deficit che rimarrà intatto e nascosto ai mercati.

Riassumendo: 1) la Grecia ha un deficit straripante che non riesce più a finanziare a causa della sfiducia dei mercati. 2) Intervengono i prestiti bilaterali degli stati membri 3) Gli stati membri finanziano quindi il deficit greco emettendo propri titoli di stato con costi contenuti, enormemente più contenuti del 10% che la Grecia dovrebbe pagare se volesse finanziarsi da sola il deficit e le scadenze del debito pregresso

I mercati dovrebbero tranquillizzarsi visto che la Grecia è salva, ma dov’è finito quel deficit? Perso nei principi della contabilità statale.

Carta vince, carta perde.

4 Comments »

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4 Responses to “Il deficit delle tre carte”

  1. Fabrizio Says:
    aprile 30th, 2010 at 9:09 am

    Io non riesco a capire (del resto non sono un cima in politica economica) perchè il debito Greco non se lo compri la BCE stampando un bel po' di euri freschi. Paura dell'inflazione? La liquidità è immessa per rifinanziare il debito e le misure draconiane devono essere prese comunque, i redditi disponibili rimangono piuttosto bassi e nonostante i bassi tassi di interesse non c'è spazio per rilassare il credito. Oltretutto il recente incremento dei prezzi al consumo deriva dal marcato aumento di quelli alla produzione (per ragioni legate agli approvigionamenti secondo me) non certo per la ripresa.

  2. danybus Says:
    aprile 30th, 2010 at 9:26 am

    Fabrizio, sono d'accordo con te. Tuttavia, una banca centrale con sede a Francoforte non farà mai quantitative easing: è un tabù, una questione di principio. Poi c'è una questione di ordine pratico: una volta stabilito che la BCE farà QE per xxx miliardi di euro, come si fa a stabilire quali bond (di quale paese) comprare? Per il momento non c'è un quadro normativo adeguato perché la BCE intervenga in quel modo, ma non escludo che tra un po' i tedeschi saranno costretti a superare quei tabù.

  3. Fabrizio Says:
    aprile 30th, 2010 at 1:09 pm

    Io non riesco a capire (del resto non sono un cima in politica economica) perchè il debito Greco non se lo compri la BCE stampando un bel po' di euri freschi. Paura dell'inflazione? La liquidità è immessa per rifinanziare il debito e le misure draconiane devono essere prese comunque, i redditi disponibili rimangono piuttosto bassi e nonostante i bassi tassi di interesse non c'è spazio per rilassare il credito. Oltretutto il recente incremento dei prezzi al consumo deriva dal marcato aumento di quelli alla produzione (per ragioni legate agli approvigionamenti secondo me) non certo per la ripresa.

  4. danybus Says:
    aprile 30th, 2010 at 1:26 pm

    Fabrizio, sono d'accordo con te. Tuttavia, una banca centrale con sede a Francoforte non farà mai quantitative easing: è un tabù, una questione di principio. Poi c'è una questione di ordine pratico: una volta stabilito che la BCE farà QE per xxx miliardi di euro, come si fa a stabilire quali bond (di quale paese) comprare? Per il momento non c'è un quadro normativo adeguato perché la BCE intervenga in quel modo, ma non escludo che tra un po' i tedeschi saranno costretti a superare quei tabù.