Quelli che

Non sono un addetto ai lavori, ma credo che Facebook, anche nelle sue più deprecabili propaggini, sia una preziosa miniera di informazioni per lo studio della psicologia delle masse e del singolo nelle masse. Più che l’ansia da status, la condivisione spinta del materiale fotografico, il tag selvaggio e la socialità patologica (quel particolare vizio che spinge alcuni a diventare amici degli amici degli amici e dei parenti fino al duecentesimo grado in una sorta gara sociale), mi ha sempre colpito il fenomeno dei gruppi.

Qualunque membro su Facebook può creare un gruppo, invitare degli iscritti fra amici e non, e utilizzare quella sezione di Facebook come piattaforma di discussione e punto di aggregazione. Questo almeno è ciò a cui dovrebbe servire la funzione Gruppi nelle intenzioni dei fondatori di Facebook. Per una curiosa eterogenesi dei fini (e per una politica fin troppo permissiva da parte del Social Network), la sezione Gruppi è diventata un amplissimo ripostiglio di ubbie, vizzi, idiosincrasie che sentiamo il bisogno di comunicare al mondo in cerca di un’indulgente complicità. Ecco quindi spuntare migliaia di gruppi che iniziano per “Quelli che…” (tutti caratterizzati da almeno un errore ortografico nel titolo del gruppo: fà, stà,và, pò e varie abbreviazioni creative della generazione essemmesse). Si va dal banale “QUELLI KE I VESTITI LI BUTTANO SULLA SEDIA INVECE KE METTERLI NELL’ARMADIO” (sic) al più ardito “TUTTI QUELLI CHE HANNO AMOREGGIATO IN MACCHINA!!!” (sic). E’ evidente che nessuna persona sana di mente, anche se non particolarmente profonda e raffinata, si metterebbe mai a discutere su Facebook con degli sconosciuti sulle difficoltà che attendono chi giace con il partner sul sedile di una Punto, eppure tutti questi gruppi hanno seguiti spaventosi di persone che si iscrivono e diventano membri silenti trasportati da una sorta di eccitazione da condivisione. Uno dei gruppi più seguiti è “Quelli che…Oh Ciao!-“Ciao!-Ma chi era?-“Cazzo ne so…”. Chi legge nella propria home page su Facebook che un suo amico si è iscritto a quel gruppo, istintivamente pensa: “ohu, anche a me capita sempre”. Non riconoscere le persone salutandole comunque è un vizio/tara piuttosto comune, ma normalmente tendiamo a non andarne fieri comunicandolo ai quattro venti. Vedendo un mio amico iscriversi a quel gruppo, regrediamo improvvisamente all’infantile “anch’io” e quasi storditi si clicca su “Join group” sollevati per il fatto che ci siano tante persone con cui condividere quel difetto.

Ecco, questo inutile cappello era per dire che i Flaminio Maphia (gruppo la cui musica non rientra assolutamente nelle mie corde) hanno fatto uscire il singolo “Quelli che” in cui si riprendono pari pari i nomi dei gruppi di Facebook più seguiti. Il riferimento al fenomeno dei gruppi “Quelli che” non è esplicito, ma scommetto che l’ispirazione l’hanno trovata lì. E per quanto io possa detestare l’accento romano ostentato e tutto ciò che gira attorno ai Flaminio Maphia, devo dire che la canzone, nella sua semplicità, funziona. L’ascoltatore ride dentro di sé ed è appagato pensando “anch’io”.

E a margine di “Quelli che” rifletterei anche su questo ritorno in voga della banalità ostentata e della massa. Una volta si professava la sofisticazione e l’originalità (non senza eccessi di maniera), oggi invece c’è una sorta di rivincita della semplicità condivisa. Se ne sono accorti anche alcuni pubblicitari.

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4 commenti su “Quelli che

  1. Oggi sei proprio supertrash… scherzi a parte non credo che la riscoperta dell'identità truzza sia un fenomeno di oggi: ci siamo dentro già da più di qualche anno, sia con la pubblicità sia con certo cinema alla “famolo strano”, no?

  2. Sì, è vero ma mi serviva una scusa per mettere quel brano.
    Scherzi a parte, nel “famolo strano” c'era una sorta di ironia con cui comunque si prendevano le distanza dall'identità truzza, adesso con social network e compagnia bella, mi sembra che ci sia più consapevolezza del fenomeno.

  3. Oggi sei proprio supertrash… scherzi a parte non credo che la riscoperta dell'identità truzza sia un fenomeno di oggi: ci siamo dentro già da più di qualche anno, sia con la pubblicità sia con certo cinema alla “famolo strano”, no?

  4. Sì, è vero ma mi serviva una scusa per mettere quel brano.
    Scherzi a parte, nel “famolo strano” c'era una sorta di ironia con cui comunque si prendevano le distanza dall'identità truzza, adesso con social network e compagnia bella, mi sembra che ci sia più consapevolezza del fenomeno.

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