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Integranti intenzioni

Inserito da danybus | gennaio 11, 2010

2525755510_3f92347519_m.jpgNella ultime settimane, tra i vari scoop sul maltempo e le cronache di provincia, ha avuto un certo rilievo la tenzone tra gli opinionisti del Corriere Della Sera e de La Repubblica. Sartori dalle colonne del Corriere, prendendo spunto dalla prossima discussione parlamentare sulla cittadinanza agli immigrati, ha acceso la miccia riproponendo una tesi di fallaciana memoria sull’Islam:

“illudersi di integrarlo italianizzandolo è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare.”

Sartori ragiona per induzione – con un deboluccio a contrario – sostenendo che, in assenza di significativi esempi storici di integrazione di musulmani immigrati, la cultura sottostante a quella religione sia di fatto incompatibile con i moderni ordinamenti occidentali. Boeri di Repubblica controbatte con alcuni esempi (i magrebini in Francia; gli Uyguri in Cina; i Turchi in Germania, etc.) alzando l’asticella del dibattito: dalla possibilità di integrazione dei musulmani nel contesto civile italiano alla libertà di culto:

“Pensa Sartori, come quei sindaci leghisti che si battono contro la costruzione di moschee nelle loro città, che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse da noi, per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?”

L’esempio francese, ad essere onesti, non è proprio dei più virtuosi. Dopo mezzo secolo di permanenza in uno stato che subito dopo liberté, égalité, fraternité annovera l’ecumenismo laicista e l’integrazione civile fra i suoi valori distintivi, non sono mancate rivolte delle banlieue esondate in emergenze nazionali; per non parlare degli attentati alla metropolitana parigina negli anni ’90. Anche sugli Uyguri la cronaca non ci ha restituito immagini rassicuranti sull’integrazione dell’Islam, ma il contesto della Repubblica Popolare Cinese non dev’essere certo ospitale quanto quello della République. Sartori schiva il tranello perbenista della libertà di culto facendo un passo indietro e rispondendo così:

Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.

Aggiungo a questo punto i miei due cent in qualità di cittadino italiano di religione ebraica “perfettamente integrato”.
Ora, a rischio di tirar fuori quella petulanza da vittime di cui a volte si biasimano i membri perfettamente integrati delle comunità ebraiche occidentali, vorrei rammentare la storia di persecuzioni, ghettizzazione e razzismo che hanno reso ardua l’integrazione ebraica (nonostante radici culturali comuni) a prescindere da qualsivoglia predisposizione culturale degli “immigrati” ebrei. Dalle comunità slave orientali a quelle mediterranee, tutti i tentativi degli ebrei di inserirsi nei tessuti civili dei paesi ospiti mantenendo al tempo stesso la loro forte identità ebraica sono stati osteggiati e temuti dalle autorità. Nelle comunità del Mediterraneo l’alternativa era tra apostasia o ghettizzazione. Nel lasso di tempo fra la Rivoluzione Francese e il Nazismo, nonostante un certo avanzamento della cultura laica, il callo dell’antisemitismo non si è ammorbidito del tutto continuando a fare capolino di tanto in tanto anche nei giorni i nostri (in forme talora edulcorate, talora dure e dissimulate da antisionismo).
Oggi tra gli ebrei italiani si contano senatori, direttori di giornali, giornalisti, professori, professionisti. E’ un’integrazione di successo ma – è bene dirlo – guadagnata e ottenuta cedendo di volta in volta piccole particelle di identità. E’ una pura constatazione di fatto che affermo senza alcun sottinteso critico: ognuno fa le sue scelte. All’asilo ho scelto che non fosse il caso di mettermi in un angolino ad emarginarmi quando la signora Bizzarri del Maria Ausialiatrice ci faceva recitare la preghierina. Ho scelto di rispettare il crocifisso appeso al muro del seggio elettorale installato al Maria Ausialiatrice senza far ricorso a chissà quale tribunale. Decido di non far subire a chi mi invita a cena regole alimentari piuttosto passé. Ho scelto di andare a scuola di sabato con tutti i miei amici e, quando è Natale, mi faccio contagiare da quella follia collettiva in cui una volta si celebrava la nascita di un ebreo famoso.
Le generalizzazioni statistiche dicono verità parziali, ma, tra gli ebrei che conosco, il coefficiente di correlazione lineare tra grado di integrazione nella società italiana e mantenimento della propria identità ebraica è molto vicino a -1 (inversamente proporzionale quindi).
L’integrazione di religioni aliene al rito incumbent è insomma possibile, come dice Sartori e come dimostrano le comunità ebraiche. L’esempio richiamato da Sartor, tuttavia, dimostra anche che integrazione rima con assimilazione. Tanto più si cerca la prima, tanto più diventa arduo evitare la seconda. E Non dico certo che non mi siano capitati sotto gli occhi esempi di equilibrio ottimale tra le due tendenze. Sono un ottimista tanto che al ritorno dal mio primo viaggio in Israele, affascinato da un paese in cui è preponderante l’identità ebraica, mi esprimevo così:

Nonostante tutto, rimarrò sempre un italiano d’origine controllata e garantita tirato su con Striscia la Notizia, Veline, Dante, Machiavelli, il cucchiaio di Totti e la pasta asciutta. Alla dicotomica scelta tra Alyah e assimilazione sono tuttora convinto che sia possibile opporre una terza via.

L’equilibrio ottimale di cui parlo è, però, ancora fragile, mobile ed è stato ottenuto dalle comunità ebraiche dopo secoli di conflittuale diaspora in Europa. Il problema dell’integrazione dei musulmani (e della cittadinanza italiana agli immigrati di quella religione), relativamente recente, non è dunque stabilire se l’Islam come religione sia culturalmente predisposta all’integrazione, quanto capire cosa sia disposto a concedere un musulmano che oggi vuole diventare italiano. Sarà ingiusto e politicamente scorretto, ma l’Italia è un paese costituzionalmente multiculturale dove regna una cultura totalitaria ingombrante con cui qualsiasi civiltà deve fare i conti. La colf filippina (più o meno della mia età) che oggi ha una figlia nata in Italia che va all’asilo e parlerà italiano meglio della madre, ha una cultura del tutto compatibile con quella del paese di cui è cittadina e magari tra 20 anni non si porrà nemmeno il problema dell’integrazione come me lo pongo io scrivendo su internet testi lunghi e pedanti. Il nigeriano musulmano che sbarca a Lampedusa, purtroppo (e non per colpa sua), parte con un deficit di integrazione notevole: non solo ha abitudini culturali poco compatibili con la vita italiana di tutti i giorni, ma per colpa di gente riconducibile grosso modo alla medesima matrice culturale oggi ci vediamo costretti a rinunciare a piccole libertà, ad essere più controllati, a levarci le scarpe in aeroporto e a farci spogliare da un body scanner. In questo contesto, alcune pretese di chi è ospite appaiono democraticamente giuste, ma praticamente inopportune e controproducenti.
Tesi come quelle di Sartori (o come quelle che si ritrovano nei libri di Fallaci) evidenziano con candore e schiettezza un problema senza proporre però una soluzione, come se fosse possibile ignorarlo e risolverlo con una non-integrazione che diventa rifiuto e ghettizzazione. D’altro canto, offrire a chi sbarca sulle coste delle Penisola l’illusione di un’integrazione a tappe forzate è utopico e dannoso perché cala dall’alto, ex abrupto, un equilibrio che ancora non si è formato e che solo secoli di interazione potranno creare con risultati soddisfacenti. Evitare questo tipo di interazione (rifiutandola da una parte con l’emarginazione à la Sartori, o con l’integrazione d’ufficio à la Boeri dall’altra) non farà che aggravare un conflitto fra culture non proprio affini.

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6 Responses to “Integranti intenzioni”

  1. LivePaola Says:
    gennaio 11th, 2010 at 2:38 am

    Noto adesso che Sartori ha scritto, parlando degli immigrati, che devono accettare “i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica.” Ricordiamoci però che il governo attualmente in carica in Italia non sembra dare grande priorità alla separazione tra Stato e Chiesa, e che in anni recenti abbiamo avuto esempi flagranti del contrario, dall'assurda legge sulla fecondazione assistita al gravissimo scontro istituzionale negli ultimi giorni di Eluana Englaro (un veloce riepilogo: “Laicità per tutti” di Marilisa d'Amico e Anna Puccio). Se vogliamo insegnare agli immigrati che religione e politica devono essere tenute distinte, non dovremmo per coerenza pretendere che almeno chi ci governa dia l'esempio?

  2. danybus Says:
    gennaio 11th, 2010 at 3:19 am

    Certo che dovremmo (e non solo per gli immigrati, ma soprattutto per noi), ma attendendo i tempi lunghi con cui ottenere l'optimum della tolleranza e della separazione tra stato e religione (sono cambiamenti culturali che richiedono tempo e non un cambio di legislatura), bisogna cercare soluzioni che siano compatibili con situazioni subottimali (come quella italiana). E la soluzione, a mio avviso, è un'integrazione che sacrifichi parte dell'identità degli immigrati (come è successo e sta succedendo agli ebrei europei). I musulmani generalmente sono poco propensi a questo compromesso, di qui le difficoltà di cui parla Sartori.

    Per dirla cinicamente. Tu hai tutto il diritto a protestare per il crocifisso in ospedale (se ritieni che valga la pena). Ce l'ho anch'io, ma se lo faccio io (e a maggior ragione se lo fa un poveraccio che è venuto qui in condizioni di indigenza e che chiede la cittadinanza italiana), bye bye integrazione: ci si pone in un rapporto di conflitto e scontro.

  3. Roland Says:
    gennaio 11th, 2010 at 4:23 am

    Hai molto giustamente scritto “l’Italia è un paese costituzionalmente multiculturale dove regna una cultura totalitaria ingombrante con cui qualsiasi civiltà deve fare i conti”. Anche se esco dalla stessa culla giudeo-cristiana, faccio gran fatica in Italia a vivere un agnosticismo sviluppatosi lentamente nel corso di quasi vent' anni di indottrinamento (si dice?) religioso. Posso capire perfettamente il turbamento di un musulmano confrontato al continuo martellamento di valori cristiani ad ogni momento della sua vita in Italia, e l'ebreo italiano lo subisce allo stesso modo con la differenza che secoli di persecuzioni e di tentative di conversione (subdole o violenti) gli ha dato un atteggiamento più circospetto e tollerante che alcuni definisco ipocrito…
    Ipocrito lo sono sicuramente, evito accuratamente le discussioni a fondo religioso e tutti gli esaltati!
    Non è facile essere diverso!

  4. LivePaola Says:
    gennaio 11th, 2010 at 7:38 am

    Noto adesso che Sartori ha scritto, parlando degli immigrati, che devono accettare “i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica.” Ricordiamoci però che il governo attualmente in carica in Italia non sembra dare grande priorità alla separazione tra Stato e Chiesa, e che in anni recenti abbiamo avuto esempi flagranti del contrario, dall'assurda legge sulla fecondazione assistita al gravissimo scontro istituzionale negli ultimi giorni di Eluana Englaro (un veloce riepilogo: “Laicità per tutti” di Marilisa d'Amico e Anna Puccio). Se vogliamo insegnare agli immigrati che religione e politica devono essere tenute distinte, non dovremmo per coerenza pretendere che almeno chi ci governa dia l'esempio?

  5. danybus Says:
    gennaio 11th, 2010 at 8:19 am

    Certo che dovremmo (e non solo per gli immigrati, ma soprattutto per noi), ma attendendo i tempi lunghi con cui ottenere l'optimum della tolleranza e della separazione tra stato e religione (sono cambiamenti culturali che richiedono tempo e non un cambio di legislatura), bisogna cercare soluzioni che siano compatibili con situazioni subottimali (come quella italiana). E la soluzione, a mio avviso, è un'integrazione che sacrifichi parte dell'identità degli immigrati (come è successo e sta succedendo agli ebrei europei). I musulmani generalmente sono poco propensi a questo compromesso, di qui le difficoltà di cui parla Sartori.

    Per dirla cinicamente. Tu hai tutto il diritto a protestare per il crocifisso in ospedale (se ritieni che valga la pena). Ce l'ho anch'io, ma se lo faccio io (e a maggior ragione se lo fa un poveraccio che è venuto qui in condizioni di indigenza e che chiede la cittadinanza italiana), bye bye integrazione: ci si pone in un rapporto di conflitto e scontro.

  6. Roland Says:
    gennaio 11th, 2010 at 9:23 am

    Hai molto giustamente scritto “l’Italia è un paese costituzionalmente multiculturale dove regna una cultura totalitaria ingombrante con cui qualsiasi civiltà deve fare i conti”. Anche se esco dalla stessa culla giudeo-cristiana, faccio gran fatica in Italia a vivere un agnosticismo sviluppatosi lentamente nel corso di quasi vent' anni di indottrinamento (si dice?) religioso. Posso capire perfettamente il turbamento di un musulmano confrontato al continuo martellamento di valori cristiani ad ogni momento della sua vita in Italia, e l'ebreo italiano lo subisce allo stesso modo con la differenza che secoli di persecuzioni e di tentative di conversione (subdole o violenti) gli ha dato un atteggiamento più circospetto e tollerante che alcuni definisco ipocrita…
    Ipocrita lo sono sicuramente, evito accuratamente le discussioni a fondo religioso e tutti gli esaltati!
    Non è facile essere diverso!