Pensieri di un ignorante razionale

Fin dall’età prepuberale – ricordo – sono sempre stato gravemente ossessionato dall’informazione. In tutte le famiglie medio borghesi della Roma cialtrona si leggeva Il Messaggero, ma a me non piaceva quel fogliaccio troppo locale, così investivo una parte della paghetta per comprarmi Repubblica (pesandomi economicamente quella spesa sul mio inconsistente reddito, mi inventai a un certo punto che la prof. d’italiano ci imponeva di comprarlo per leggerlo in classe): ancora innocente e naïf, credevo che il giornale diretto all’epoca da un Eugenio Scalfari ancora in forma fosse una testata seria. Inoltre era più maneggevole da portare a scuola e aveva una pagina sportiva ben fatta (utilissima per evitare l’emarginazione di dodicenni che ti vedono arrivare in classe con un quotidiano diverso dal Corriere Dello Sport).
Al ginnasio – ricordo ancora – ero uno dei pochi ad avere l’accesso a Internet (in realtà ero in seconda media quando feci partire per la prima volta Trumpet su Windows 3.11) e forse ero il solo della mia classe che si vedeva canali televisivi da mezzo mondo grazie ad un’antenna parabolica puntata su satelliti geostazionari che ancora non trasmettevano Sky. La mia cameretta sembrava la redazione di una media testata locale e – senza voler esagerare e senza modestia – sull’attualità avevo una cognizione incredibile. Conoscevo i nomi dei sottosegretari, la composizione del governo in carica; seguivo, per quanto mi fosse possibile, ogni tipo di dibattito (ricordo quasi vividamente il dibattito tra Occhetto e Berslusconi che seguii quando non avevo neanche tredici anni). Era talmente sproporzionato il quoziente di intelletto che dedicavo all’informazione, che a un certo punto mi venne lo sghiribizzo di scrivere a Indro Montanelli per approfondire la questione (nel frattempo ero passato da Repubblica a Corriere Della Sera). In soldoni chiedevo: quanto tempo è fisiologico dedicare all’informazione per essere coscienziosamente ben informati? E tra quali fonti bisogna ripartire quel tempo? Il vecchio saggio pubblicò la lettera sulla Stanza Di Montanelli e mi rispose a pag. 33 del Corriere Della Sera 3 maggio 1999:

Caro Daniele, Non avrei mai fatto carriera come pescivendolo (riprendo la tua analogia iniziale): ti dico infatti che, d’ informazione, non bisogna consumarne troppa. L’ importante e’ che sia buona, perche’ le notizie – come il pesce – provocano guai, quando sono di qualita’ scadente. Ma tu, se ho capito bene, poni soprattutto una questione di tempo. Ti chiedi, in sostanza: “Come posso tenermi informato, leggere quotidiani e libri, guardare la televisione e studiare, se la giornata ha soltanto sedici ore?” (mi auguro infatti che a diciassette anni tu dorma, beato te, almeno otto ore a notte). La risposta non e’ difficile: devi scegliere. “Scegliere” sara’ il verbo – chiave, nei prossimi anni. Sara’ piu’ facile per la tua generazione che per la mia, cresciuta centellinando un quotidiano e raccogliendosi intorno a una radio per ascoltare le notizie. Voi giovani al bombardamento mediatico ci siete abituati. Non dovrebbe essere impossibile darsi alcune regole. E’ giusto conoscere cio’ che accade, soprattutto in giornate come queste: ma i notiziari non devono diventare una forma di nevrosi. I quotidiani sono una buona abitudine: ma un ragazzo che studia, se dedica loro quaranta minuti al giorno, puo’ sentirsi in pace con la coscienza. Della televisione, visto quello che ci propina, sospetto si possa fare a meno; ma anche qui la cosa migliore e’ scegliere un programma, invece che mettersi passivamente davanti al teleschermo come scimmie ammaestrate. Scegliere non e’ facile, certo. E sara’ sempre piu’ difficile. I canali satellitari, le videocassette, Internet, i libri pubblicati, il numero inquietante dei periodici, la sospetta immortalita’ di quotidiani di cui nessuno sentirebbe la mancanza (solo la nostra “Voce” ha affrontato le onde del mercato e, non sapendo – potendo reggerle, e’ dignitosamente affondata). Tutto cio’ , lo ripeto una volta ancora, costringe voi “consumatori d’ informazione” a scegliere: e noi “produttori” a diventare piu’ bravi (e piu’ brevi). La concorrenza infatti sara’ durissima. E questa, ti diro’ , e’ l’ unica buona notizia in un mondo di mass – media che non mi entusiasma per niente.

Sono passati dieci anni e mezzo da quella lettera che trovo ancora attualissima quando parla di selezione, brevità e concorrenza.
Oggi schivo ogni tipo di dibattito televisivo. Apro il Corriere Della Sera che trovo in un bar di Via dei Giudei e lo leggo distrattamente, con disgusto equamente rivolto al contenitore e al contenuto della mia dose mattutina di informazione. Sfoglio Il Sole 24 ore per motivi professionali; su internet m’informo approfonditamente solo su temi economici (spendendo di tasca mia 10 euro al mese per un abbonamento a Ft.com). Niente cronaca. Niente politica. Niente spettacoli. L’attualità, in senso lato, la vivo seguendo per bene pochi blog di persone che hanno in qualche modo un mio comune sentire. Corriere.it e altri siti italiani di informazione li leggo tramite una lista di feed RSS che raramente approfondisco oltre le headline e gli excerpt. Come settimanale leggo l’Economist e come mensile Monocle: mi danno l’ampissima veduta d’insieme di un esule in patria. Sulle primarie del PD, come sulla fusione PDL, ho una coscienza a dir poco lacunosa e sulla politica italiana ero probabilmente più informato quando avevo 14 anni. Persino sull’attualità sportiva ho messo una croce sopra dopo calciopoli.

Il mio vecchio professore di diritto privato, uno fissato con la scuola Law & Economics di Chicago, affrontando i problemi d’agenzia parlava così dell’ignoranza razionale:

C’è ignoranza razionale quando il costo dell’informazione su una determinata questione eccede il beneficio derivante dalla conoscenza di quella questione.

Un datore di lavoro che deve scegliere se assumere tra Tizio e Caio vorrebbe avere tra la sua forza lavoro l’operaio più produttivo. Tuttavia se il processo di selezione costa 10 e mediamente lo scarto di produttività tra Tizio e Caio è 5, il datore di lavoro sceglierà chi si presenta prima per il posto senza stare a perdere tempo con lunghi processi di selezione.

La più grande pecca dei nostri organi di informazione non è, a mio avviso, la mancanza di imparzialità. E’ invece la generale incapacità di abbassare quei cosiddetti costi d’agenzia. Così oggi districarsi tra Ballarò, Che tempo che fa, Fatto, Foglio, Repubblica, Blog, Dagospia, etc. è come dipanare una massa informe di lana in cui ogni filo è uguale e legato all’altro per formare un groviglio informe di rumore. Capirci qualcosa ha costi altissimi in termini di energie e il risultato finale non solo è trascurabile quanto a benefici, ma è anche, come dire, assai deludente per chi abbia un minimo di amor di patria.
Si sceglie quindi un’ignoranza razionale: economicamente efficiente per il singolo e costosissima per la collettività.

Articolo creato 1724

6 commenti su “Pensieri di un ignorante razionale

  1. quanti ricordi… le lotte al liceo con quelli che “leggo repubblica perchè è più facile da leggere” … l'uscita di montanelli dal giornale, noi ragazzi di controcorrente che dovevamo scegliere tra promesse economiche e scelte morali, una borghesia senza coraggio… l'orgoglio e la presunzione di essere dei sopravvissuti..
    grazie
    andrea

  2. Io invece dedico molto più tempo ad informarmi ora che quando alle medie e al liceo ero obbligato a comprare il giornale dai vari prof.
    Comunque la risposta di Montanelli a 10 anni di distanza fa ancora riflettere.

  3. quanti ricordi… le lotte al liceo con quelli che “leggo repubblica perchè è più facile da leggere” … l'uscita di montanelli dal giornale, noi ragazzi di controcorrente che dovevamo scegliere tra promesse economiche e scelte morali, una borghesia senza coraggio… l'orgoglio e la presunzione di essere dei sopravvissuti..

    grazie

    andrea

  4. Io invece dedico molto più tempo ad informarmi ora che quando alle medie e al liceo ero obbligato a comprare il giornale dai vari prof.
    Comunque la risposta di Montanelli a 10 anni di distanza fa ancora riflettere.

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