Dany-Log

« | Home | »

Il credit crunch, l’uovo, la gallina e la frittata.

Inserito da danybus | settembre 16, 2009

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Nessuno lo sa, ma appurata l’impossibilità di provare in modo incontrovertibile l’una o l’altra teoria, ciascuno può argomentare con logica ed equilibrio le proprie convinzioni circa il primato dell’uovo o della gallina. Qualsiasi affermazione di principio che abbia, invece, la pretesa di risolvere la questione d’imperio e seccamente risulterà per definizione stupida non meno che inutile.

La dibattuta questione sulla stretta creditizia delle banche (il credit crunch) è circolare almeno quanto le dissertazioni su uova e galline: sono le banche che non concedono più investimenti soffocando consumatori e imprese, oppure sono le imprese e i consumatori che si rivolgono meno alle banche per investire e consumare? Sfortunatamente i toni dei principali protagonisti, sostenuti da una stampa che approfondisce poco e cita molto, sono accesi e acciecati da faziosi livori. Né servono a molto i numeri statistici di Bankitalia dal momento che risultano dall’aggregazione di dati disomogenei prestandosi ad interpretazioni multiple e contrarie. L’ABI e gli amministratori delegati dei principali gruppi bancari italiani assicurano la disponibilità di liquidità pronta per sostenere le imprese, lamentandosi che a scarseggiare sia proprio la propensione ad investire da parte delle aziende; dall’altra parte ci sono imprese che indicano nelle banche e nel credit crunch la causa d’ogni male (calo di fatturato, licenziamenti, perdita di marginalità). In mezzo, a complicare il tutto, c’è un Ministro dell’Economia che, lungi dallo svolgere il ruolo di mediatore istituzionale che gli spetterebbe, agisce invece come fomite della bagarre prendendo in antipatia i banchieri e cavalcando una pericolosa onda populista.

Proviamo ad affrontare laicamente la questione partendo dalla scintilla che ha innescato il tutto: il crollo del mercato immobiliare statunitense, dei relativi mutui subprime e dei titoli con cui erano stati cartolarizzati e distribuiti alle banche dell’intero globo terracqueo. Questa piccola scintilla ha fatto sì che nella prima metà del 2008 le banche di mezzo mondo, chi più, chi meno, chi contabilizzando correttamente, chi barando un po’, riportassero perdite considerevoli legate proprio al trading di detti titoli. Data l’opacità di alcuni principi contabili e la complessità nel valutare alcuni titoli molto articolati (cosiddetti “sintetici”), si è cominciato ad insinuare il timore/sospetto che diverse banche potessero trovarsi a corto di liquidità e magari fallire. Il denaro ha cominciato a muoversi più lentamente all’interno del sistema bancario causando un forte rialzo del costo del denaro (Euribor al 5,5% ,con altissimi spread rispetto ai tassi ufficiali della BCE). A questo punto per una ragione prettamente tecnica le aziende si sono ritrovate con dei costi di indebitamento decisamente più alti rispetto all’anno precedente. Aggiungi a tutto questo dei costi delle materie esorbitanti (petrolio sui 150$), la BCE che pensa bene di alzare i tassi di altri 25 punti base con una delle più sciagurate decisioni di politica monetaria, e alcune aziende cominciano a pensarci due volte prima di indebitarsi ed affrontare nuovi investimenti. Al picco del ciclo, dopo cinque anni di crescita sostenuta con tassi di inflazione contenuti e squilibri sulla bilancia dei pagamenti ingenti e precari tra economie emergenti e paesi sviluppati (USA in particolar modo), questo rallentamento nel ciclo degli investimenti ha immediatamente provocato un piccolo rallentamento dell’economia che si è propagato velocemente attraverso tutti i suoi anelli di trasmissione: meno consumi (le rate del mutuo costano di più) – meno fatturato per le aziende produttrici – meno capex delle aziende – meno fatturato per i produttori di impianti industriali – meno domanda di materie prime. Dopo il mese di luglio, infatti, acciaio e petrolio sono crollati quando pochi mesi le paure di un effetto scarsità aveva portato le loro quotazioni a livelli stellari. In questo difficile contesto, arriva, come un fulmine a ciel sereno (beh, mica tanto sereno, però c’era una discreta fede nel moral hazard e quindi nell’infallibilità delle banche) il fallimento di Lehman Brothers a provocare una temporanea paralisi dei mercati finanziari per tutto l’ultimo trimestre del 2008, aggravando terribilmente quella spirale negativa di cui sopra. Si era instaurato un clima di sfiducia in cui ognuno, dal consumatore all’azienda, rimandava qualsiasi decisione in attesa di una maggiore visibilità. Aziende di impiantistica che fino a pochi mesi prima avevano in portafoglio ordini per l’intero fatturato dell’anno si sono ritrovate improvvisamente travolte da cancellazioni, con portafogli ordini ridotti a 1-2 mesi. Il circolo vizioso lo conoscete tutti: licenziamenti -> disoccupazione -> meno consumi -> meno fatturato -> licenziamenti -> e così via.

In questa prima fase della crisi, fino alla fine del 2008, non mi sembra di aver riscontrato una volontaria stretta creditizia delle banche che ti rifiutano la concessione di un mutuo. Invece mi pare di aver rilevato un anomalo rialzo del costo del debito causato da fattori tecnici (crisi dell’immobiliare USA, subprime, perdite delle banche dovute all’applicazione del fair-value) aggravato da una temporanea situazione di panico causato dal fallimento di Lehman Brothers. Tutto sommato, i mercati finanziari hanno ripreso a funzionare con una discreta reattività grazie soprattutto all’intervento coordinato delle banche centrali di mezzo mondo e degli stimoli fiscali varati dai governi della maggiori economie. Aziende e consumatori, invece, (vi prego non mi fate scrivere roba tipo “economia reale”), si sono in qualche modo ingolfati in quella spirale negativa continuando a consumare meno e investire meno per tutta la metà del 2009 (le poche eccezioni riguardano settori molto anticiclici o pesantemente sussidiati, come quello dell’automotive).

Molte aziende, con cali del fatturato nell’ordine del 30% (ma anche del 70% per alcune aziende di impiantistica in settori già parecchio martoriati) e strutture finanziarie deboli, aiutate per anni da credito a breve concesso dalle banche con molta facilità, si sono ritrovate d’improvviso nella spiacevole situazione di dover pagare le rate dei mutui senza avere abbastanza fatture da portare a sconto per attingere alle linee a breve. E qui si comincia a parlare di “credit crunch”. Nel 2009 gli uffici dei vari direttori di filiali sono stati crocevia di molti imprenditori in cerca di nuove linee non per nuovi investimenti, ma per riequilibrare la struttura debitoria. Criteri di grande prudenza hanno imposto ai direttori di filale di temporeggiare sulle aziende più piccole. Le posizioni più importanti, invece, sono state trattate con tempestività dalle strutture centrali dei vari istituti bancari che in quasi tutti casi hanno elaborato piani ad hoc per il rientro graduale dei mutui e la concessione di nuove linee.

Diciamo che ABI e Confindustria hanno entrambi ragione. Da una parte le aziende non hanno investito nel 2009. E’ sotto gli occhi di tutti, ma si può dimostrare anche con il dato sul crollo del 30% delle domande di leasing strumentali nel primo semestre 2009 (una forma di finanziamento prettamente associata agli investimenti). D’altro canto è indubbio che le banche hanno erogato meno finanziamenti (nonostante l’enorme massa di liquidità pompata nel sistema dalle banche centrali). Questo però si è verificato semplicemente perché strutturalmente molte PMI avevano affidamenti che facevano grande uso di anticipi, sconti di fatture e SBF: strumenti che per forza di cose si sono ridotti con il calo del fatturato di cui abbiamo parlato sopra. A voler essere indulgenti con le banche le si potrebbe assolvere dal momento che non è colpa loro se le aziende a un certo punto non hanno avuto abbastanza carta da portare sconto. Tuttavia non si può non notare con disappunto che c’è stata una certa inerzia delle banche nei confronti delle PMI rimandando sine die interventi di ristrutturazione del debito, di cui invece si sono fatte promotrici nel caso delle grandi imprese.

Senza la pretesa di aver fatto un’analisi esaustiva, spero solo di aver reso l’idea di quanto sia sterile la polemica banche/imprese nei termini in cui spesso viene riportata dalle cronache (per non parlare della lente con cui la guarda il Ministero dell’Economia). Da quello che ho visto nel mio piccolo, la liquidità comincia lentamente ad arrivare anche alle PMI e alcune banche cominciano ad impostare piani di ristrutturazione del debito anche per i più piccoli. Certo gli spread saranno un po’ più alti (data la maggiore rischiosità di tutto il contesto economico), ma è tutto più che compensato dai tassi vicini allo zero. Le imprese, però, hanno ancora portafogli lavori molto scarichi e visibilità ridotta. Non il miglior contesto per far ripartire l’economia e fare nuovi investimenti. Aleggia inoltre il terrore che prima o poi gli enormi stimoli (monetari e fiscali) elargiti a livello mondiale (molto poco qui da noi) verranno ritirati con effetti devastanti. Ora che gli ingranaggi della finanza hanno ripreso a funzionare è necessario che la gente riacquisti i posti di lavoro, che il consumatore riprenda la sicurezza di una certa stabilità che lo porta a consumare più serenamente facendo fare più fatturato alle aziende; che queste facciano quindi più investimenti, che assumano di più facendo riacquistare i posti di lavoro alla gente… e così via.

9 Comments »

Share |

9 Responses to “Il credit crunch, l’uovo, la gallina e la frittata.”

  1. LivePaola Says:
    settembre 16th, 2009 at 1:50 am

    Bella la “pericola onda populista”! Ti suggerirei anche “terracqueo” anziché “terraqueo”…
    Nel contenuto post utile e pacato come sempre, grazie Dany!

  2. danybus Says:
    settembre 16th, 2009 at 2:16 am

    Meno male che c'è Paola che “prufredda” questi papiri che scrivo ad orari da gufo e rileggo la mattina quando sono ancora più rincoglionito 😉

    Grazie a te!

  3. danybus Says:
    settembre 16th, 2009 at 2:21 am

    Conoscendo sia alcune persone che lavorano lì, sia il team dell'advisor, ho ricavato l'impressione (mia, personale e forse troppo pessimistica) che non ce la faranno per quest'anno.

  4. Roland Says:
    settembre 16th, 2009 at 4:07 am

    Non penso che il Doktor Dreibergen abbia delle velleità dittatoriali, ma non posso impedirmi di ricordare che i cosidetti “Regimi” dell'anteguerra sono nati proprio portati dalla “pericolosa onda populista” che evocavi! Altro che pericolosa…

  5. danybus Says:
    settembre 16th, 2009 at 4:22 am

    Doktor Dreibergen 😉 Questa me la segno.

  6. LivePaola Says:
    settembre 16th, 2009 at 5:50 am

    Bella la “pericola onda populista”! Ti suggerirei anche “terracqueo” anziché “terraqueo”…

    Nel contenuto post utile e pacato come sempre, grazie Dany!

  7. danybus Says:
    settembre 16th, 2009 at 6:16 am

    Meno male che c'è Paola che “prufredda” questi papiri che scrivo ad orari da gufo e rileggo la mattina quando sono ancora più rincoglionito 😉

    Grazie a te!

  8. Roland Says:
    settembre 16th, 2009 at 8:07 am

    Non penso che il Doktor Dreibergen abbia delle velleità dittatoriali, ma non posso impedirmi di ricordare che i cosidetti “Regimi” dell'anteguerra sono nati proprio portati dalla “pericolosa onda populista” che evocavi! Altro che pericolosa…

  9. danybus Says:
    settembre 16th, 2009 at 8:22 am

    Doktor Dreibergen 😉 Questa me la segno.