L’embedding e le case discografiche

“Te manca sempre uno pe’ fa’ due”. Così mi dice spesso mio nonno quando faccio un piccolo sforzo per raggiungere un obiettivo senza mai fare effettivamente abbastanza per raggiungerlo.

Ecco, alle case discografiche si potrebbe dire la stessa cosa.
Tre anni fa, di fronte al dilagare del fenomeno Youtube e a Google che ne aveva acquistato il 100% assicurandone di fatto la sopravvivenza ad aeternum, le case discografiche reagirono vigorosamente seguendo il principio la-migliore-difesa-è-l’attacco. Tanto più che ora possono attaccare una società con un bel po’ di miliardi in cassa. Il motivo del contendere? I soliti diritti d’autore (qui le mie riflessioni nel 2006). Io ad esempio avevo utilizzato un brano dei “The Killers” come colonna sonora ad alcuni video sul mio viaggio negli Stati Uniti e il proprietario dei diritti d’autore (Universal) non gradì pretendo che Youtube azzittisse il mio video (cosa puntualmente successa). In altri casi, alcuni editori più lungimiranti hanno preteso semplicemente che Youtube inserisse nel video un mini banner in sovrimpressione che specificasse nome e autore del brano permettendo all’utente di cliccare sul banner e comprarlo su iTunes.

Ormai, finalmente, le case discografiche hanno capito che Youtube non è il diavolo. Il ragazzino che si vede il video di Britney Spears su Youtube non fa diminuire le vendite di CD, tutt’altro. Finalmente gli editori hanno capito che Youtube è un utile strumento di marketing non meno importante di MTV o delle emittenti radiofoniche, tanto che – da EMI ad Universal – hanno tutte il loro account su Youtube in cui fanno uscire regolarmente videoclip dei loro artisti. Mentre nel 2005 una schiera di ragazzini si occupava di digitalizzare l’ultimo video di Kylie Minogue pubblicandolo poi artigianalmente po Youtube, adesso è la EMI stessa che si preoccupa di pubblicare professionalmente i video degli hot pants di Kylie Minogue per la gioia di noi maschietti.

Epperò, come si diceva in premessa, manca sempre uno pe’ fa’ due. Alcuni manager lungimiranti di molte case discografiche (EMI, Universal, Warner, ad esempio) hanno deciso che tutti i video pubblicati con i loro account non possano essere incorporati con il codice “embed” (per i profani: significa che il video dei The Killers lo puoi vedere solamente andando su Youtube alla pagina di Universal e che non può essere incorporato – chesso – su questo sito, Facebook o altri Social Network) ed hanno preteso che qualsiasi altra versione di quei contenuti, specie quelle che permettono il cosiddetto embedding (o incorporamento che dir si voglia), fosse rimossa da Youtube. Nel mio post “My brain on music”, ad esempio, mi piaceva incorporare il video della canzone di cui parlavo nell’articolino che ho scritto. Quei furbi della EMI però non lo permettono e se sono riuscito ad incorporarlo è solo perché l’utente “chrissybluEYES” ha inserito su Youtube il brano chiamandolo “Nothing compares” (titolo incompleto), facendo sì che sfuggisse a quei geni della EMI. Oggi volevo condividere coni miei amici di Friendfeed un commento su un video dei Black Eyed Peas, ma niente, non si riesce a trovare su Youtube alcuna versione che permetta l’incorporamento.

Come si fa ad essere così ottusi? Una volta che riconosci l’utilità di Youtube per promuovere i tuoi contenuti (hai fatto uno), perché non capisci che il ragazzino che pubblica il tuo video sul suo account di Facebook mostrandolo a migliaia di suoi amici coetanei (che si fidano molto più di lui che non di te casa discografica o di qualsiasi DJ, VJ, etc.) è un mezzo di marketing potentissimo che a te non costa nulla (fai due!)? Cosa ci guadagni impedendo l’embedding che costringendo l’utente ad andare nella tua miserrima pagina su Youtube.com? Mah…

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