Sino-riflessioni

3858570086_18c92ae4fa_mNon passa un giorno senza che qualcuno scriva un articolo sullo stato dell’economia cinese. La Cina, nel suo duplice ruolo di subfornitore di riferimento e promettente mercato di sbocco, è considerata da cinque anni a questa parte il locomotore inarrestabile dell’economia mondiale. Sono i bassissimi costi della manovalanza cinese che hanno evitato tensioni inflazionistiche nei paesi sviluppati in un contesto di continua crescita delle loro economie. E’ l’enorme avanzo della bilancia commerciale cinese che ha consentito agli Stati Uniti di crescere in maniera sostenuta e costante, malgrado un enorme e speculare deficit della propria bilancia dei pagamenti. A queste considerazioni, in tempi di crisi e in tempi floridi, si sono sempre accompagnate preoccupanti perplessità sulla sostenibilità di questo equilibrio à la Goldilocks. Non sono mancate mai severe critiche sulle condizioni di lavoro nelle industrie cinesi e sulle modalità di governo esercitate in una Repubblica sedicente Popolare, ma caratterizzata da un diffuso monopolarismo partitocratico.

Quando si parla spesso e tanto di una realtà così lontana è molto facile che i concetti si degradino in cliché e che l’idea generale su un pese come la Cina (della sua economia, della sua cultura, di tutto quello che può essere un paese e una civiltà, insomma) non sia poi più approfondita dell’impressione che si può ricavare della cucina cinese da un involtino primavera inflazionato, unto e servito in un qualsiasi ristorante dell’Esquilino.

Qualche settimana passata in Cina, da turista peraltro, non farà di me un esperto sul paese e perciò non mi sento in grado di scrivere nulla di organico o esteso sull’argomento. Però anche quei pochi giorni di contatto con la realtà di un paese così diverso rispetto al nostro (sia per ragioni storiche, sia per il particolare e florido contesto economico che sta attraversando) mi hanno dato lo spunto per qualche estemporanea osservazione che riporto disordinatamente qui sotto.

1) La crescita economica ha un’influenza profonda sull’atteggiamento della gente. In tutte le persone con cui sono venuto a contatto era palpabile la consapevolezza di un domani in cui avrebbero guadagnato di più e speso di più. A rendere i cinesi più “fiduciosi”, economicamente parlando, non è tanto la percezione del benessere (uno standard di vita da cui la maggior parte di loro è lontana anni luce, anche prendendo in considerazione concezioni di benessere modestissime), quanto un orizzonte sereno e una strada in discesa. In termini di comportamenti e scelte economiche, i cinesi sono esattamente agli antipodi di noi italiani, che invece viviamo oggi nel benessere (definito con criteri molto laschi), ma con la consapevolezza di dover tirar ogni giorno la cinghia per mantenere standard di vita sempre più fuori dalla nostra portata. Non ho vissuto gli anni ’60 (se non attraverso la musica e i documentari in bianco e nero), ma in qualche modo quell’entusiasmo pervadente che ho trovato tra i giovani in villeggiatura a Yangshuo non è poi tanto dissimile dal clima che si poteva respirare negli anni in cui i miei genitori sognavano una Cinquecento per il loro diciottesimo compleanno.
La concreta e chiara visibilità di un’opportunità di crescita è una molla motivazionale incredibile e potente che mette in secondo piano qualsiasi lamentela circa le condizioni di lavoro. Mi è capitato di essere in un bar semideserto di Shanghai con tre diverse cameriere che si occupavano di servirmi una bottiglia di Perrier. Provenivano tutte da bucolici e poveri angoli della Cina e prendevano una miseria, vivendo in chissà quale tugurio ai margini di Pudong, ma le vedevi dietro al bancone occupate a studiare le frasi da dirmi in inglese con una devozione commovente e del tutto spropositata rispetto al tipo di lavoro che svolgevano e al tipo di remunerazione che avrebbero preso. Non ho certo visitato le famigerate fabbriche di jeans di cui le organizzazioni per i diritti umani parlano tanto male, ma non faccio fatica a credere che determinate condizioni di lavoro siano ritenute accettabili anche dal lavoratore stesso che sopporta una dose di fatiche ed angherie ben più alta di quanto noi riterremo accettabile (e sia chiaro quest’osservazione non è in alcun modo un avallo a quelle pratiche da parte mia)

2) Shanghai mi ha dato l’idea di una metropoli bipolare: da una parte c’è la cosiddetta comunità di “expats” (gli occidentali che lavorano in Cina) con tutta la corte che gira intorno a loro, dall’altra i cinesi doc. I due poli sono come l’acqua e l’olio, non si mischiano, però si influenzano da lontano. Questo fa sì che la città alberghi contraddizioni dissonanti che nel futuro, secondo me, non potranno non generare tensioni fra una grandissima fetta di popolazione affluita dalle campagne in condizioni di semipovertà, gli expats e una crescente borghesia autoctona. Xintiandi, il quartiere preferito dagli ultimi due, è presidiano ad ogni angolo delle strade da poliziotti in divisa e in borghese (e non è difficile immaginare perché). E’ paradossale girare fra i grattacieli di Pudong sentirsi in una Manhattan più moderna e poi non riuscire a far capire al tassista dove deve portarti. Non solo non capiscono l’inglese, ma non leggono affatto alcun tipo di indirizzo scritto con caratteri latini. Non solo. Bisogna avere la fortuna di trovare un tassista che non abbia più di 35 anni altrimenti la presbiopia impedirà al poveraccio di leggere il biglietto che gli porgerete con l’indirizzo scritto in cinese. Mi ha colpito che sebbene la presbiopia fosse diffusissima, non ho mai (e dico mai) trovato nessuno che avesse un paio di occhiali (Luxoticca, Safilo, prendere nota!).

3) La censura. E’ effettivamente impossibile raggiungere siti come Facebook, Twitter o Friendfeed. Non solo. Se vuoi fare una ricerca su Google, si viene rimandati automaticamente su google.cn che, oltre ad essere filtrato, è automaticamente settato per dare una preferenza ai risultati in cinese rendendo proibitivo cercare anche l’indirizzo di un ristorante. Ho notato che invece collegandosi ad internet con una sim italiana si può aggirare completamente la censura dal momento che la connessione dati passa direttamente attraverso l’apn italiano. Certo, i costi sono proibitivi, ma le associazioni no-profit potrebbe pensare di regalare sim straniere con un certo ammontare di credito a determinati giornalisti “dissidenti” che volessero far uscire senza passare per la mordacchia governativa. Circa internet aggiungo che la gente in genere lo usa regolarmente, ma con paura. Quando ho chiesto a una ragazza se aveva un account su Facebook si è incupita e in diversi Internet Point di Guilin si sono rifiutati di farci entrare (probabilmente per paura che visitassimo certi siti mettendoli nei guai, chissà).

4) Come alcuni sapranno, in Cina la stessa azienda può emettere strumenti sia sulla borsa di Hong Kong sia su quella di Shanghai. I titoli sulla borsa di Hong Kong (le H-Share) sono quotati in HK$, possono essere acquistate da chiunque nel mondo, dai cinesi di Hong Kong, ma non dai cinesi e dalle società della Mainland. I titoli sulla borsa di Shanghai (A-Share), invece, sono quotate in RMB e possono essere acquistati solo dai cinesi. Non avendo altri mercati su cui poter investire (l’esportazione di capitali è molto difficile), i cinesi investono solo nelle A-Share i cui prezzi sono inevitabilmente molto alti per l’effetto rarità. Questo vuol dire che la stessa azienda ha diversi prezzi a seconda del mercato in cui è quotata. Ho chiesto a un mio amico avvocato di Hong Kong come facessero a calcolare la capitalizzazione di un’impresa con questo sistema. La sua risposta è stata: “We don’t. We bet”. Non sorprendiamoci quindi della volatilità dei titoli cinesi.

5) Hong Kong è passata alla Cina dal 1997? Diciamo che è un altro paese. Tecnicamente è una SAR (regione ad amministrazione speciale). Batte moneta propria, ha le proprie leggi (sistema di common law), le proprie forze di polizia, un proprio governo. Con un passaporto italiano puoi entrare ad hong kong per richiedere un visto, ma per entrare in Cina “mainland” serve il visto. I residenti della mainland, invece, hanno bisogno di un visto per entrare ad Hong Kong e generalmente non viene concesso per più di due settimane. Idem per Macao, un’altra SAR, che è diventata un covo di vizi ormai più sfavillante e sulfureo di Las Vegas. Queste SAR manterranno il loro alto grado di autonomia per altri 50 anni. Da quel che ho visto ho l’impressione che poi ci saranno problemi.

6) In un centro commerciale, allo stand della Mercedes, in pochi erano attratti dalla SLK, mentre c’era la fila per entrare in una Smart.

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4 commenti su “Sino-riflessioni

  1. Hai notato anche tu che la popolazione femminile è mediamente più interessata ai laowai (stranieri) e cerca di parlare con loro per migliorare la conoscenza dell'inglese?
    Io sono rimasto affascinato dal numero veramente elevato di donne che lavorano in Cina, negli uffici, in catena di montaggio, nei negozi, moltissime hanno figli, sgobbano come somare e trovano pure l'energia per sforzarsi a conversare con i laowai, ammirevoli!

  2. Ho notato. Con un po' di vergogna ti confesso che un giorno eravamo a mangiare un panino da Hooters a Shanghai e siamo stati letteralmente accerchiati da quattro avvenenti cameriere che facevano di tutto per attaccare bottone. Ora si potrebbe anche malignare sulle intenzioni delle dipendenti di un posto come Hooters (e noi l'abbiamo fatto), ma effettivamente avevano l'entusiasmo e il candore di bambini al primo giorno di scuola. Niente a che vedere con le loro colleghe di Miami volgare e scocciate (ora però non si pensi che mi giri tutti gli Hooters del mondo).

  3. Hai notato anche tu che la popolazione femminile è mediamente più interessata ai laowai (stranieri) e cerca di parlare con loro per migliorare la conoscenza dell'inglese?

    Io sono rimasto affascinato dal numero veramente elevato di donne che lavorano in Cina, negli uffici, in catena di montaggio, nei negozi, moltissime hanno figli, sgobbano come somare e trovano pure l'energia per sforzarsi a conversare con i laowai, ammirevoli!

  4. Ho notato. Con un po' di vergogna ti confesso che un giorno eravamo a mangiare un panino da Hooters a Shanghai e siamo stati letteralmente accerchiati da quattro avvenenti cameriere che facevano di tutto per attaccare bottone. Ora si potrebbe anche malignare sulle intenzioni delle dipendenti di un posto come Hooters (e noi l'abbiamo fatto), ma effettivamente avevano l'entusiasmo e il candore di bambini al primo giorno di scuola. Niente a che vedere con le loro colleghe di Miami volgare e scocciate (ora però non si pensi che mi giri tutti gli Hooters del mondo).

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