Decreto anticrisi: moratoria

L’incompetenza di parlamentari e senatori è ormai conclamata ed accettata come handicap inevitabile del nostro e di altri paesi. Ci si augura, però, che la collaborazione di tecnici e consulenti che ruotano intorno alle varie commissioni e ai vari ministeri supplisca a certe deficienze e che il legislatore risulti nel suo complesso un legislatore competente. Invece no. Gli ultimi mesi hanno offerto uno spettacolo desolante caratterizzato da interventi goffi e bozze di emendamenti redatte con pressappochismo, corrette in corsa per approssimazioni successive. Non si discute sul merito di alcune misure, i cui contenuti sono materia del dibattito politico, bensì sui modi. Ha fatto sorridere, per non piangere, il particolare caso della cosiddetta Tremonti Ter (la detassazione degli utili reinvestiti) in cui per un riferimento un po’ strampalato ad alcune tabelle statistiche le macchine da scrivere beneficiavano dell’agevolazione, mentre ne erano esclusi gli investimenti in tecnologia. Qualcuno ricorderà le mie osservazioni sui Tremonti Bond che, come da previsioni, dopo diversi mesi sono stati emessi soltanto dal Banco Popolare per finanziare il delisting su Italease. Ieri si è parlato delle modalità blande e discriminatorie con cui si incentivano gli aumenti di capitale.
Oggi scrivo invece intorno all’emendamento con cui si vogliono limitare vantaggi indebiti che le banche potrebbero ottenere nell’ambito di una rinegoziazione o riscadenzamento dei finanziamenti attualmente in essere con le imprese clienti. Avendo assistito ad alcune negoziazioni di questo tipo, mi sembra una norma sacrosanta, ma così come è formulata è tecnicamente inservibile e presta il fianco alle critiche di Faissola.

Ecco l’emendamento che ha fatto saltare sulla sedia l’ABI e rizzare i capelli al sottoscritto:

La modifica delle condizioni contrattuali non può comunque avere per effetto l’innalzamento del tasso di interesse in misura superiore al 5% di quello originario

Facciamo finta d’aver sottoscritto tre mesi fa un mutuo decennale al tasso fisso IRS del 4% più uno spread del 2% (costo complessivo degli oneri finanziari: 6%). L’IRS rappresenta un indice del costo del denaro per durate medio-lunge, lo spread è ciò che la banca riceve in più dall’azienda, la remunerazione che riceve per l’assunzione del rischio specifico legato all’azienda. Passano dodici mesi e mi trovo nelle condizioni di rinegoziare il mutuo. Nel frattempo l’inflazione è salita, la BCE ha alzato il costo del denaro e il tasso IRS è arrivato al 5%. Seguendo la lettera dell’emendamento attuale la banca non potrebbe rinegoziare con un tasso superiore al 6,3% (cioè il 5% in più degli oneri finanziari pagati in precedenza). E’ evidente, però, che che se il tasso di mercato IRS è salito al 5%, ciò determinerà una drastica riduzione dello spread dal 2% a 1,3% solo per reintrare nei limiti imposti dal decreto anticrisi, senza che effettivamente si sia determinato un minor rischio specifico legato al debito dell’impresa finanziata.

Come detto in premessa, la norma è per me opportuna per evitare comportamenti scorretti delle banche che in questo periodo di tassi in discesa stanno alzando gli spread applicati alle imprese. Il parametro, però, dovrebbe essere lo spread non il tasso di interesse complessivo
. Così come formulata non serve a niente, se non ad alimentare le critiche dell’ABI. In un’ipotesi di tassi in discesa, le banche potrebbero infatti continuare ad alzare gli spread alle imprese, aumentare il proprio margine di interesse e allo stesso tempo rientrare nei limiti imposti dal decreto anticrisi (ché tanto prende a riferimento il tasso complessivo). In un’ipotesi di tassi in salita, la Banca avrà una buona scusa per non concedere la rinegoziazione del debito con il pretesto che per restare nei limiti del decreto anticrisi dovrebbe ridurre gli spread a livelli troppo bassi.

Suggerimento a Tremonti. L’emendamento dovrebbe esser formulato così:

La modifica delle condizioni contrattuali non può comunque avere per effetto l’innalzamento dello spread applicato su Euribor o IRS in misura superiore al 5% di quello medio ponderato applicato sull’indebitamento dell’impresa presso lo stesso istituto

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