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Il mondo del private equity (ovvero il private equity del Mondo)
Inserito da danybus | luglio 18, 2009
Ancora devo trovare un motivo valido per cui la comunità finanziaria italiana abbia eletto Il Mondo a piccola gazzetta di settore (”Hai letto Il Mondo? Hai visto quell’operazione che è finita su Il Mondo?). Ci sono manager e consulenti che farebbero carte false per finire sulle pagine del settimanale di Rcs Periodici. Il gessato anonimo che contraddistingue così bene gli investment banker nelle giornate lavorative è sostituito in spiaggia dalla copia de Il Mondo sotto l’ombrellone: un must, un feticcio identitario immancabile. Tutto sommato è l’unico settimanale in cui si dà un po’ di spazio, minimo ma costante, all’attualità sul private equity e il mondo dell’m&a in generale, ma i contenuti sono così superficiali e ispirati da pregiudizi sul settore, che per me è ancora sorprendente l’attaccamento dei miei colleghi a questo magazine.
Qualche anno fa mi ero lamentato invano della cover sotry sul private equity. A 36 mesi di distanza le cose non sono cambiate e ritorna in copertina il leitmotif delle locuste. Nel 2007 si parlava di “Allarme Locuste”, oggi invece (forse con una punta di Schadenfreude) il titolo della coverstory è: “Locuste in pericolo”.
Con l’aiuto di Cross Border (che ne approfitta per farsi pubblicità con un boxino insulso in cui si intervista Montenovesi) viene analizzato lo stato di diverse acquisizioni prese da un campione del tutto arbitrario di 62 operazioni di private equity di cui si riportano dati come: livello della leva finanziaria, capitale investito e multiplo d’acquisizione. Un’avvertenza. Il private equity si chiama così per un motivo: è private, non pubblico. Di conseguenza bisogna sempre diffidare di questi dati “sensibili” pubblicati dalla stampa, giacché si tratta di informazioni ottenute maldestramente da qualche consulente chiacchierone coinvolto nell’operazione. Ad esempio, delle operazioni elencate da Cross Border io ne ho seguite due: in entrambi i casi il multiplo d’acquisizione Ev/Ebitda è riportato in maniera errata.
Procedamus. Un’inchiesta sul private equity in tempi di crisi avrebbe potuto essere un buono spunto per capire motivi di fallimenti e successi di diversi modi di fare private equity, nonché per capire l’apporto che un settore del genere potrà dare al sistema imprenditoriale italiano, in perenne bisogno di capitali e cronicamente familiare in alcuni casi. Invece no. Nell’articolo de Il Mondo tutto si riduce al multiplo.
“L’aspetto più allarmante riguarda i multipli. Comprare queste società anche a 13,8 volte l’ebitda o 14,6 espone acquisite e acquirenti al rischio di non riuscire a gestire le passività”
L’affermazione lascia il tempo che trova e presuppone che ogni acquisizione comporti l’assunzione di debito. Le operazioni di private equity vanno male perché il prezzo d’acquisizione è stato alto. Questo può essere vero, ma non necessariamente. Prendiamo un’operazione come Ferretti, sotto gli occhi di tutti come esempio di fallimento del private equity. Il prezzo d’acquisizione è stato senz’altro alto e la leva finanziaria sicuramente era poco adatta ad un business ciclico come quello della vendita di imbarcazioni da diporto. Il maggior punto di debolezza dell’operazione, però, è secondo me nel management. Candover e Permira hanno riempito di soldi il fondatore/manager Ferretti, lasciandolo poi in minoranza nel capitale dell’azienda con un ruolo direttivo. E’ evidente che il sig. Ferretti, con una bella cifra in tasca e una partecipazione di minoranza, non sarà così motivato nella gestione dell’azienda. Come sono andate a finire le cose? Ferretti e il management si sono ripresi la maggioranza dell’azienda azzerando la partecipazione dei fondi di private equity nell’ambito di un’operazione di ristrutturazione del debito. Parlare meccanicamente di multipli di ingresso non ha senso: i numeri aziendali sono il risultato di comportamenti umani e se l’operazione di private equity è viziata da questo punto di vista, per quanto basso sia il multiplo d’ingresso, per quanto ridotta sia la leva finanziaria, i problemi arriveranno.
Anche basandoci solo sui multipli, è sterile analizzare puntualmente un multiplo Ev/Ebitda in un anno insignificante senza conoscere le prospettive dell’azienda (e non credo che il redattore Filippo Astone conosca approfonditamente il contesto in cui sono maturate le 62 operazioni analizzate). Se un fondo di private equity paga un’azienda 13 volte l’ebitda ci può essere un motivo molto valido: ci possono essere costi da ridurre, un turnaround in corso, un programma di investimenti già ultimato che lascia presagire una forte crescita senza ulteriori investimenti. D’altra parte, operazioni in cui l’azienda viene pagata 5 volte l’ebitda possono andare malissimo. Fare un’inchiesta sul private equity analizzando le operazioni dalla tabellina (con diversi errori) preparata da Corss Border non solo non dà alcun valore aggiunto, ma può dar luogo a travisamenti grossolani.
Qualche buono spunto di riflessione si può trovare nelle parole di Volpi (responsabile dell’ufficio milanese di Permira) ma le sue affermazioni vengono così liquidate nell’articolo:
“è logico che parli in difesa del suo settore. Ma nel mondo industriale e finanziario è diffuso il timore che, per riuscire a vendere o valorizzare le partecipazioni i fondi mungano dalle aziende troppi dividendi straordinari privandole di risorse indispensabili per il futuro, o le smembrino, vendendone i pezzi pregiati”.
Mungere dalle aziende troppi dividendi? Se c’è una cosa che un fondo di private equity non fa è mungere dividendi dalle aziende. Se ho una partecipazione del 100% in Pippo S.p.A. e domani “mungo” 100 euro di dividendi, la società sul mercato varrà esattamente 100 euro di meno dal momento che la sua posizione finanziaria netta aumenta di pari importo. Inoltre, secondo me, è l’esatto contrario. Quest’anno, personalmente, le uniche operazioni a cui ho lavorato hanno riguardato aumenti di capitale in aziende in cui il fondo aveva già una partecipazione (e così altri miei colleghi). I fondi hanno messo risorse in più nelle aziende che, probabilmente, gli azionisti persone fisiche forse non avrebbero mai reso disponibili. Mi sembra l’esatto contrario di “mungere dividendi”. Proprio due paragrafi dopo, poi, nello stesso articolo si parla di aumento di capitale dei fondi in Seat Pagine Gialle.
No, ancora non ci siamo. Focalizzare tutto l’articolo solo su un tipo di operazione, i leveraged buyout con un utilizzo estremo della leva, dà una percezione parziale, limitata e fuorviante di un settore che può far del gran bene al sistema imprenditoriale italiano. Anche tralasciando questo fatto, però, non si analizzano i veri pericoli che insidiano fondi di private equity (difficoltà per futuri fund raising; way-out limitate dalla chiusura totale del mercato delle ipo; concorrenza di mercati quotati alternativi come l’AIM e il MAC e altro ancora).
Sono sicuro che lunedì si parlerà molto de Il Mondo, ma venerdì prossimo continueremo tutti a comprarlo, ovviamente.
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