Patti parasociali e principi contabili

Quando tre anni fa Intesa e Sanpaolo convolarono a nozze, l’Antitrust impose alcuni paletti: uno di questi era l’estromissione di Credit Agricole (socio storico che di Banca Intesa aveva circa il 20% del capitale) dalla gestione e la cessione di gran parte della sua partecipazione che avrebbe dovuto scendere dal 5,8% post-fusione a una quota inferiore al 2%. Per far sì che il socio francese non ponesse il veto alla fusione con Sanpaolo Imi, Corrado Passera gli promise il controllo al 100% di CariParma (banca locale di Intesa), che effettivamente passò sotto il cappello di Credit Agricole in tempi straordinariamente celeri.

3 years later…

Le cose si sono messe piuttosto male per qualunque titolo quotato in borsa, soprattutto per il titoli finanziari. Il titolo Intesa Sanpaolo non vale più 6 euro, ma galleggia intorno ai 2 euro, mentre qualunque istituzione finanziaria, Credit Agricole compresa, ha dovuto fare i conti con svalutazioni miliardarie e ricapitalizzazioni.

Arrivati all’approvazione del bilancio 2008, Credit Agricole non ha nessuna idea d’esser ligia agli impegni presi con l’antitrust e vendere la sua partecipazione in Intesa Sanpaolo. Non tanto perché i cugini francesi siano così interessati a mantenere un piede nel secondo gruppo bancario italiano, bensì per evitare di realizzare una minusvalenza che peserebbe sui conti di Credit Agricole per circa 2 miliardi di euro. D’altronde, però, lo IAS 39 (uno dei principi contabili internazionali responsabile della forte cura dimagrante imposta ai patrimoni della banche di mezzo mondo) obbligherebbe comunque ad adeguare al “fair market value” il valore delle attività “Available for sale” per cui in ogni caso Credit Agricole dovrebbe comunque contabilizzare in bilancio una bella minusvalenza. Che fare?

L’espediente trovato da Credit Agricole si chiama “ricontabilizzazione” e consiste nello spostare la partecipazione in Intesa Sanpaolo da “Available for sale” a “Partecipazioni collegate”, così da poter valutare i titoli al costo anziché al valore di mercato. I revisori francesi non molto proni a questi trucchetti da contabile di provincia non ci stanno e pretendono che il Credit Agricole dimostri che effettivamente la partecipazione in Intesa Sanpaolo non sia più “Available for sale”. Dunque Credit Agricole decide di siglare un patto di sindacato con Generali così da dimostrare al revisore il valore strategico della partecipazione nel gruppo italiano, evitare di contabilizzare una minusvalenza e vendere poi la partecipazione in tempi migliori quando i prezzi saranno più alti o quando il bilancio di Credit Agricole sarà abbastanza forte da sopportare una minusvalenza miliardaria.

La storiella non averbbe alcun interesse, se non quello di dimostrare la vulnerabilità dei blasonati principi IAS, ma ha avuto forti riverberi in Italia quando l’authority presieduta da Catricalà ha visto nel patto sottoscritto da Credit Agricole e Generali una chiara inottemperanza a quanto stabilito ai tempi della fusione (cessione della partecipazione in Intesa Sanpaolo ed estraneità alle decisoni strategiche), minacciando Intesa Sanpaolo (soggetto sanzionabile) di una multa che potrebbe arrivare fino a 5 miliardi di euro. Ovviamente gli altri soci di Intesa Sanpaolo, le fondazioni, hanno alzato un polverone enorme tanto quanto giustificato dal momento che non hanno nessuna intenzione di far subire alla loro partecipata una sanzioni miliardaria per evitare una minusvalenza al Credit Agricole.

Al di là delle parte coinvolte, in questa storia ci sono due principi superiori e regolatori che confliggono. Da una parte i principi contabili che impongono alla società di redigere il bilancio con criteri prudenziali che incorporino minusvalenze potenziali, anche se non realizzate; dall’altra la tutela della concorrenza che impone ai grandi gruppi alcuni paletti prima di procedere ad aggregazioni potenzialmente foriere d’una posizione dominante lesiva del mercato. A ben vedere, nel caso specifico entrambi entrambi i princpi si arroccano su barricate insignificanti e lontanissime dal pragmatismo. Se Credit Agricole non ha nesuna intenzione di vendere la sua partecipazione in Intesa Sanpaolo se non a un prezzo congruo, non si capisce per quale motivo questa debba essere costretta a contabilizzare una minusvalenza di quel tipo e magari poi registrare una plusvalenza miliardaria quando effettivamente venderà la partecipazione. E’ un’impostazione che può essere utile per quelle attività che sono effettivamente “available for sale”, ma nel caso di partecipazione di un certo rilievo, come quella di Credit Agricole in Intesa Sanpaolo, lo IAS 39 non fa che esacerbare la volatilità dei risultati aziendali. D’altro canto, l’arroccamento dell’autority italiana può a prima vista essere giustificato dalla volontà di far rispettare uno specifico impegno preso da Intesa Sanpaolo ai tempi della fusione, altrimenti sarebbe un’authority senza autorità. Tuttavia, non può non esser palese il disinteresse di Credit Agricole ad intervenire nella gestione di Intesa Sanpaolo e quindi di influenzare il mercato italiano del credito. La sua permanenza nel capitale di Intesa Sanpaolo, così come il patto sottoscritto con Generali, sarbebe del tutto strumentale e volto ad evitare che la banca contabilizzi minusvalenze in un momento particolarmente critico per i bilanci di ogni banca.

Di questo trionfo della forma sulla sostanza, del principio sul pragmatismo, nel frattempo gioiscono revisori, commercialisti e avvocati.

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