Ancora stimolanti

Uno dei pilastri dei programmi di stimolo all’economia di mezzo mondo è senza dubbio il rafforzamento del patrimonio delle banche tramite la sottoscrizione di strumenti di capitale ibridi da parte dei governi (come in Italia), se non tramite vere e proprie nazionalizzazioni di fatto (come avvenuto nel Regno Unito e come avverrà probabilmente negli USA). Alla base di questo tipo di interventi impopolari, essendo percepiti come aiuti di stato a un settore che ha sempre dato gran sfoggio di opulenti sciali, c’è la giusta premura di scongiurare un blocco del flusso creditizio dalle banche alle imprese, blocco che determinerebbe un crollo degli investimenti delle aziende e un catastrofico avvitamento della crisi economica. Va da sé che questo tipo di strumenti debbano essere strutturati in modo tale che gli istituti e i loro azionisti non ne traggano indebito vantaggio (utilizzandoli per pagare dividendi alti, per lasciare invariate le remunerazioni del top management o semplicemente per accumulare risorse finanziarie senza trasferirle poi alle imprese tramite prestiti). Qualora lo stato intervenga direttamente nel capitale delle banche sottoscrivendone nuove azioni (nazionalizzazione parziale o totale), avrà un posto in Consiglio d’Amministrazione – nella stanza dei bottoni – potendo dunque agire direttamente affinché la banca utilizzi nel modo migliore per il Paese, e non per sé, le risorse finanziarie ricevute. Più delicata è la situazione in cui lo stato sottoscrive strumenti ibridi che non gli dànno alcun diritto di voto (si tratta di obbligazioni perpetue che pagano interessi molto alti solamente se la banca chiude in utile e che sono quindi assimilabili al capitale sociale ai fine del computo dei coefficienti di solidità patrimoniale come il Core Tier 1). In questa circostanza lo stato evita una brutale nazionalizzazione del sistema finanziario (considerata ontosa e scomoda da gestire), ma ha meno mezzi di controllo.

In Italia il rischio che un istituto vada a gambe all’aria portandosi dietro tutto il sistema bancario non è così concreto come in Inghiltera, Stati Uniti, Germania. Tuttavia l’attuale stato dei mercati finanziari, attualmente molto globalizzati, non può non avere ripercussioni anche sul nostro sistema creditizio che inevitabilmente ha cominciato a chiudere i rubinetti ad alcune aziende. Per pompare quindi liquidità nel sistema economico produttivo (quella che tutti chiamano con saccenza “Economia Reale”: come se ci fosse l’Economia Finta) l’Italia ha adottato la strada degli strumenti ibridi, i cosiddetti Tremonti Bond. Hanno un profilo di rendimento abbastanza conveniente sia per lo stato che li sottoscrive, sia per le banche che tutto sommato non dovranno subire il trauma di diluire i propri azionisti, pagando comunque interessi minori di ciò che potrebbero spuntare sul mercato non senza difficoltà. Considerato quanto sopra circa il rischio che si abusi di questi strumenti, è ovvio che il Tesoro attaccasse qualche lacciuolo ai Tremonti Bond. Il Decreto Legge che ne autorizza l’emissione prevede in particolar modo: la disponibilità della banca a sospendere per dodici mesi il rimborso dei mutui per i lavoratori in cassa integrazioe; maggiori contributi al Fondo di Garanzia per le PMI, maggiore disponiblità di credito , in generale, per le PMI e l’adozione di un codice etico. Un vero incubo per la logica del banchiere che tende a prestare l’ombrello solo quando c’è il sole.

Chi è che dovrebbe dunque sottoscrivere dei Tremonti Bond? Le banche italiane hanno, chi più chi meno, hanno tutte un core tier 1 compreso tra 6% e 7%: valori che fino a due anni fa erano prova di grande solidità finanziaria. Perché dunque tanto baccano per portare quei valori vicino a quota 8-9%? Ce ne sono due. Il primo è la possibilità di aumentare i crediti erogati. Grossolanamente si può dire che più alto è il core tier 1, più la banca può permettersi di fare credito. Eppure in un contesti del genere in cui le imrpese non investono e chiedono soldi alle banche solamente per far fronte a crisi di liquidità, vedo poco allettante per un banca la possibilità di aumentare le erogazioni. Il secondo motivo – e forse quello vero – è che perdite di conto economico legate a svalutazioni degli asset possono abattere significativamente il patrimonio di vigilanza delle banche (oggi ancora a livelli adeguati) costringendo la banca a lanciare aumenti di capitale che avverrebbero inevitabilmente a prezzi molto depressi (con effetti molto diluitivi per gli attuali azionisti). In quest’ultimo caso, tuttavia, utilizzati i Tremonti Bond per ricostituire il patrimonio di vigilanza a fronte di perdite, sarebbe molto difficile per la banca aumentare le erogazioni di prestiti. Effettivamente la contropartita che la banche dovrebbero fornire al sistema economico del Paese a fronte dell’aiuto del Tesoro è tanto vago nella formulazione da essere privo di alcun mezzo coercitivo, incentivo, disincentivo o sanzione in caso di inadempimento. Si prevede un controllo da parte delle Prefetture (sì, delle Prefetture!) che non si capisce bene come possa concretizzarsi.

Sul finanziamento all’economia il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce
periodicamente al Parlamento fornendo dati disaggregati per regione e categoria
economica; a tale fine presso le Prefetture è istituito uno speciale osservatorio con la
partecipazione dei soggetti interessati. Dall’istituzione degli osservatori di cui al presente
comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato; al
funzionamento degli stessi si provvede nell’ambito delle risorse umane, strumentali e
finanziarie già previste, a legislazione vigente, per le Prefetture.

Tirando le somme, la strada dei Bond Ibridi, così strutturati, in un paese come l’Italia in cui gli istituti non avranno grande bisogno di sottoscriverli (se non sottoposti a pressioni), non mi sembra una grande idea e dubito che le imprese a valle del sistema ne trarranno gran giovamento.

Io avrei in mente un’altra idea. Il Private Equity. Sì, sì.
Ve lo spiego nel fine settimana.

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